Tu sei qui

Psicologia

Facebook è patologia degli affetti, patologia delle emozioni, patologia delle relazioni

Ultimo aggiornamento: 9 Gennaio 2018

Facebook è patologia degli affetti, patologia delle emozioni, patologia delle relazioni... e quindi patologia del pensiero.

Fonte del video seguente (a cui rimando per approfondimenti):
http://www.byoblu.com/post/minipost/la-societa-dei-like-mauro-scardovelli
Pubblicato su Youtube alla pagina:
https://www.youtube.com/watch?v=cyDauWYj_L4

La società dei Like – Mauro Scardovelli

DOWNLOAD MP4

Sullo stesso argomento, riporto l'articolo:

Gli smartphone danneggiano i ragazzi, lo affermano due azionisti Apple

fonte "La Stampa" (licenza dell'articolo: Creative Commons - Attribuzione, Non Commerciale, Non opere derivate)
di Andrea Daniele Signorelli

Non è certo la prima volta che viene sollevato il tema della dipendenza da smartphone e degli effetti che può avere sulla salute mentale dei più giovani. Questa volta, però, ad affrontare la questione sono due azionisti di Apple: Jana Partners LLC e California State Teachers’ Retirement System (un fondo pensionistico per insegnanti), che il 6 gennaio hanno inviato una lettera ad Apple chiedendo maggiori finanziamenti per la ricerca sugli effetti sociali e psicologici dell’uso degli smartphone e di implementare strumenti che consentano ai genitori di limitare l’accesso ai telefoni.

“Ci sono sempre più prove che dimostrano come, almeno per i giovani che ne fanno un uso massiccio, gli smartphone possano avere conseguenze negative involontarie”, scrivono nella lettera i rappresentanti delle due società, che insieme detengono due miliardi di dollari in azioni del colosso di Cupertino. “Il disagio sociale crescente, a un certo punto, avrà un impatto negativo anche su Apple. Per questo è importante affrontare subito la questione”.

Il tema, di cui si parla ormai da anni, è stato recentemente oggetto di uno studio della sociologa Jean Twenge, che è arrivata a denunciare la possibilità che gli smartphone stiano distruggendo un’intera generazione. Le prime misure per impedire che l’utilizzo di questi strumenti si trasformi in una vera e propria droga iniziano però a vedersi: la Francia, per esempio, ha vietato l’utilizzo di smartphone nelle scuole elementari e medie; mentre Apple già oggi offre ai genitori la possibilità di inserire limiti al consumo di traffico dati e di impedire l’accesso ad alcuni contenuti.

Il cofondatore di Android Andy Rubin, invece, sta studiando come ridurre la dipendenza da smartphone attraverso l’intelligenza artificiale, consentendo a un bot di gestire da solo gli aspetti più abitudinari dell’utilizzo di smartphone (per esempio, verificare se le notifiche di Facebook sono interessanti o meno), liberandoci così dall’urgenza di controllare lo smartphone fino a 150 volte al giorno.

Un bisogno compulsivo ed endemico di conferma sociale

Ultimo aggiornamento: 31 Marzo 2017

Solitudine e InternetA gennaio 2014, nella mia tesi di laurea su "Solitudine e Contesti Virtuali", scrissi:

«L'affettività non può essere mediata da alcuna tecnologia della comunicazione.
Ci culliamo nel pensiero che essere sempre connessi ci farà sentire meno soli, ma siamo a rischio, perché se non siamo in grado di stare soli, saremo ancora più soli.
Spinti dall’irresistibile impulso a riempire i vuoti della nostra vita con il mondo virtuale, accettiamo sempre di più la realtà come simulazione della vita invece di vivere ciò che di reale sta dentro e intorno a noi.»

Da allora sono passati più di tre anni... e la situazione attuale è ben riassunta dall'articolo seguente:

Psicologia. Nove americani su dieci sono “Internet addicted”

Fonte: http://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=49079

L’American Psychological Association lancia l’allarme: solo uno statunitense su 10 non è dipendente da Internet. Alla base di questo “disturbo” ci sarebbe un bisogno compulsivo di conferma sociale.

L'intersoggettività dalla vita intrauterina alla vita di coppia (dott.ssa Serafina Barbara Greco)

Ultimo aggiornamento: 12 Aprile 2017

Ringrazio la mia amata compagna di vita Serafina Barbara Greco, dott.ssa in Discipline Psicosociali, per avermi autorizzato alla pubblicazione della sua tesi di laurea, dal titolo "L'intersoggettività dalla vita intrauterina alla vita di coppia".

La tesi è disponibile anche su Google Libri, Google Play e Archive.org

Abstract

L’interesse nel comprendere il meccanismo insito nella lettura della propria mente e di quella altrui ha portato alla stesura di questo lavoro che tratta il tema dell’intersoggettività. Per indagare tale ambito sono state usate 130 fonti bibliografiche, consultate sia tramite materiale cartaceo che tramite materiale disponibile su Internet. La bibliografia è riconducibile a differenti aree del sapere: infatti l’intersoggettività viene analizzata da contributi scientifici diversi che fanno uso anche dei risultati provenienti dalle moderne tecnologie.

In ambito psicoanalitico l’intersoggettività si delinea come un fenomeno, ma anche come un punto di vista da cui studiare la mente umana in relazione alle altre menti. L’approccio intersoggettivo nasce come un’evoluzione degli studi basati sulla mente individuale, tuttavia questi ultimi mantengono la loro importanza psicoanalitica. L’interesse per questo tema è emerso in maniera preponderante nell’ambito dell’infant research contemporanea, che tratta l’intersoggettività in riferimento al primo sviluppo infantile. Il termine fu introdotto per la prima volta in questo ambito di studi negli anni Settanta da Colwyn Trevarthen e da quel periodo in poi l’intersoggettività è oggetto di un’attenzione che va sempre più crescendo. Recentemente alcuni autori hanno utilizzato il concetto di intersoggettività come chiave di lettura dei rapporti che si creano in età adulta: un esempio di ciò lo si riscontra negli studi di Giulio Cesare Zavattini per quanto riguarda la coppia romantica. Nell’affrontare la questione si è cercato di declinare l’intersoggettività durante le fasi evolutive, ed in particolare essa è stata collegata con i rapporti significativi che l’essere umano stabilisce nel corso della vita: tutto questo nel tentativo di studiarla nelle sue molteplici sfaccettature, in modo da poter restituire un quadro quanto più possibile integrato del tema in questione.

Nell’ultima parte sono presentati gli esiti di ricerche scientifiche risalenti a non più di un anno fa, i quali offrono un’indicazione sugli studi che attualmente si occupano di intersoggettività e che possono, eventualmente, stimolare riflessioni per direzionare la futura ricerca nel campo.

 

Il potere di un sorriso: chi sorride è forte!

Ultimo aggiornamento: 18 Marzo 2017

Fotografia di Francesco GalganiChi sorride è forte

La vita è lunga. Alcune volte vinciamo e altre perdiamo. Non dobbiamo sentirci imbarazzati da un insuccesso temporaneo, la cosa importante è vincere alla fine, non perdere mai lo spirito combattivo per quanto possa essere difficile una circostanza. Chi rimane positivo e allegro anche nelle avversità è veramente forte.
[...] Chi sorride è forte. Chi vive un'esistenza positiva è sempre allegro e ottimista
.
Se sembrate sempre stressati e depressi, butterete giù anche le persone che vi stanno intorno, non potrete essere d'ispirazione per gli altri né riuscirete a rinvigorirli. Proprio quando le cose vanno male è il momento di incoraggiare chi vi sta intorno con un sorriso splendente. Se la situazione è senza speranza, create voi la speranza. Non dipendete dagli altri, fate ardere la fiamma della speranza nel vostro cuore.

(Daisaku Ikeda, tratto dalla rivista "Buddismo e Società", n. 172, pag. 24)

Fotografia di Francesco GalganiUn sorriso fa bene al cuore

«Un sorriso allunga la vita». «Don't worry, be happy». Sono considerazioni, molto diffuse nella opinione comune, che hanno avuto negli ultimi tempi una conferma scientifica dai risultati di diverse ricerche cliniche.

Si sapeva da tempo che le emozioni negative - invidia, odio, astio, depressione - si associano ad un aumento del rischio di avere un infarto del cuore, ma è più recente invece la dimostrazione che le emozioni positive - gioia, felicità, entusiasmo, eccitazione - sono in grado di allungare la vita, migliorare le difese del nostro organismo contro gli agenti infettivi, ridurre il rischio di sviluppare ipertensione arteriosa e diabete mellito.

Un recentissimo studio effettuato nella Nuova Scozia (Stati Uniti), su oltre 1500 persone, ha ora anche documentato come vivere intense e frequenti emozioni positive comporta un più basso rischio di andare incontro ad un infarto cardiaco. Sappiamo qualcosa, ma non tutto, sul perché questo possa succedere. Innanzitutto le emozioni positive aumentano la attività di quella parte del nostro sistema nervoso autonomo, cioè non soggetta al controllo della volontà, chiamata «sistema parasimpatico».

[...]

Risulta quindi evidente, alla luce di tutte queste osservazioni, che cercare di vivere la propria vita con serenità, riuscendo ad apprezzare ogni piccolo piacere del quotidiano, limitando per quanto possibile le reazioni aggressive e rabbiose, permette di attivare nel nostro corpo processi che agiscono molto favorevolmente sulla salute del cuore. Possiamo tranquillamente affermare che «sorridere alla vita allunga la vita».

Cerchiamo quindi, per quanto chiaramente non sia sempre facile, di affrontare la nostra esistenza in modo sereno e positivo: non abbiamo che da guadagnarci.

(Flavio Doni, direttore della Cardiologia e Unità coronarica - policlinico «San Pietro» - Ponte San Pietro, l'articolo completo è su l'Eco di Bergamo)

L'essere umano è inconsapevole, emotivo e intuitivo... non agisce per ragione, ma per emozione!

Ultimo aggiornamento: 15 Marzo 2017

Chi siamo?

I fattori limitanti della natura umanaL'essere umano è inconsapevole, emotivo e intuitivo... è follemente intelligente nella sua irrazionalità.
Le nostre decisioni - tutte le decisioni - prendono le mosse dalle emozioni, e tali decisioni sono già pronte "prima" che il pensiero conscio (la nostra coscienza, la nostra voce interna) se ne renda conto (per la precisione, mezzo secondo prima). Ovvero: prima le nostre decisioni si formano a un livello del tutto inconsapevole e secondo processi mentali a noi ignoti; soltanto in secondo momento, entrano nella nostra coscienza e le razionalizziamo, magari per giustificarle o comunque per dare al nostro pensare e al nostre agire un senso di coerenza interna, illudendoci che le "nostre" scelte siano la conseguenza di un pensiero cosciente e razionale (ma così non è). Sarebbe invece più corretto ritenere la razionalità come la serva delle emozioni e delle nostre decisioni già prese a un livello inconscio, non il contrario.

In altre parole... A un livello basso c'è il pensiero razionale, che da solo però non serve assolutamente a nulla, perché non muove né noi né l'intera umanità: con la sola razionalità, infatti, non saremmo capaci di prendere alcuna decisione che ci riguardi, nemmeno la più semplice (come scegliere un giorno per un appuntamento), non saremmo capaci di relazionarci in modo socialmente conveniente, né di svolgere efficacemente un lavoro. A un livello ben più alto ci sono le emozioni, che sono la vera forza che muove ogni persona e la società intera, e che ci rende veramente "vivi" ed "umani". Ovviamente non sono nostra prerogativa: come noi, anche gli animali hanno emozioni, e del resto l'homo sapiens appartiene al regno degli animali. Persino le piante provano emozioni.

Quanto ho fin qui scritto, sicuramente in controtendenza rispetto al comune sentire e all'idea (infondata) della pura razionalità, ha precise basi neurologiche, riscontrabili nell'esperiento di Libert e nel caso clinico di Elliot, di seguito illustrati.

Le diversità sono normali, necessarie e arricchenti, i pregiudizi no

Ultimo aggiornamento: 1 Marzo 2017

DOWNLOAD MP4

DOWNLOAD MP4


LGBTQ+: lesbiche, gay, bisessuali, transgender, transessuali, queer, ecc... il mondo è variegato e colorato

Diversità sessualeSeguono un articolo e un comunicato stampa che guardano all'omosessualità e alle sue dinamiche psico-sociali da un punto di vista scientifico, educativo e lessicale. Purtroppo cercando in Rete parole chiave come "omosessualità" e "scienza" escono tanta disinformazione e odio, per questo ho voluto dar voce a chi sa rispettare la dignità e l'umanità di ogni persona: l'articolo è scritto da Margherita Graglia, psicologa-psicoterapeuta e sessuologa, che progetta e conduce corsi sui temi dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere rivolti a psicologi, operatori socio-sanitari ed educatori, e il comunicato stampa è dell'AIP, Associazione Italiana Psicologi.

Ad ogni modo, e questo ci tengo a precisarlo, chi sa guardare le persone e i fatti della vita con gli occhi dell'Amore non ha bisogno di tante spiegazioni! :)


Omofobia, eterosessismo, omonegatività

di Margherita Graglia

Finché c'è conflitto c'è speranza!

Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio 2017

Quanto segue è un piccolo estratto di un'intervista a Daniele Novara, che si occupa professionalmente di gestione educativa dei conflitti e di progetti relativi ai diritti dei bambini, pubblicata sulla rivista "Buddismo e Società n.136 - settembre ottobre 2009", dal titolo "La pace nasce se si affronta il conflitto", a cui rimando per ogni approfondimento.

Spero che quanto segue possa essere di aiuto a tutti noi, nell'affrontare meglio le nostre vite e le nostre relazioni,

Francesco Galgani,
25 febbraio 2017

La distinzione tra violenza e conflitto

di Daniele Novara

VIOLENZA CONFLITTO
Danneggiamento intenzionale dell'avversario per creare un danno irreversibile. Contrasto, divergenza, opposizione, resistenza critica senza componenti di dannosità irreversibile.
Volontà di risolvere il problema (conflitto) eliminando chi porta il problema stesso. Intenzione di mantenere il rapporto.
Eliminazione relazionale come forma di "soluzione" semplificatoria. Sviluppo della relazione possibile, anche se faticosa e problematica.

La violenza

Come si nota dalla tabella proposta, le caratteristiche della violenza sono sostanzialmente tre:

  • il concetto di danno irreversibile;
  • il concetto di identificazione del problema con la persona;
  • il concetto di eliminazione del problema con la persona.

Forse l'elemento più importante in questa formulazione è la connotazione di violenza come danno irreversibile. Sia dal punto di vista fisico che psicologico, per danno irreversibile si intende un'azione, estemporanea o prolungata nel tempo, volta a creare intenzionalmente un danneggiamento permanente in un'altra persona. Abusi fisici, abusi sessuali, abusi psicologici rientrano ovviamente in questa categoria, mentre non vi rientrano azioni non intenzionali tra bambini piccoli, che possono effettivamente produrre un danno irreversibile ma dove viene a mancare un'intenzionalità consapevole.

Inoltre, la violenza appare un'azione, più o meno premeditata, volta a sospendere la relazione, perché si ritiene che la problematicità della relazione dipenda dalla persona stessa e che quindi, per eliminarla, occorra eliminare la persona. Appare pertanto una strategia arcaica, semplicistica, ma proprio per questo in grado di far uscire dall'ansia e dall'incertezza per raggiungere uno spazio ripulito dalle complicazioni conflittuali.
La violenza insomma non è, come nel senso comune, una conseguenza del conflitto ma, proprio al contrario, un'incapacità di stare nel conflitto, visto invece come momento fondativo della relazione, capace di creare una distanza che preserva la relazione stessa dalle sue componenti inglobanti e tiranniche.

Il conflitto

Si tratta di un contrasto, una divergenza, un'opposizione che esclude comunque componenti di dannosità irreversibile.
Appartiene all'area della competenza relazionale, mentre la violenza e la guerra appartengono all'area della distruzione, cioè dell'eliminazione relazionale. È pertanto la relazione e non la bontà - come nel senso comune si è spesso portati a credere - la misura discriminante fra conflitto e violenza.

La fatica nel conflitto come condizione imprescindibile per buone relazioni

Evitare il conflitto appare pertanto una scorciatoia sempre più impraticabile. La violenza e la guerra, anche nei casi dei grandi drammi familiari che compaiono sui giornali, sono legate all'incapacità di stare nelle situazioni di tensione e conflittualità problematica e di gestirle. Allo stesso tempo, possiamo dire che le buone relazioni consentono il conflitto, mentre le cattive relazioni lo impediscono, e stabiliscono una specie di tranquillità cimiteriale dove non è possibile alcun disturbo reciproco né comunicazione discordante e dove tutto sembra morire in un appiattimento conformistico.
Si potrebbe dire che finché c'è conflitto c'è speranza. Perché la conflittualità consente di vivere le relazioni come vitali e significative, e quindi rappresenta l'antidoto naturale alla distruttività umana. Occorre però un processo di alfabetizzazione di lunga durata.
La tendenza naturale dell'essere umano è piuttosto quella di ripristinare la simbiosi, intra ed extrauterina dei primi tempi della vita, che appare come un desiderio che risorge sistematicamente, il mito a cui ci si aggrappa nell'incapacità di accettare la crisi come occasione di crescita.
Il caso dei genitori alle prese con gli adolescenti, o preadolescenti, è abbastanza emblematico. Per il genitore è sempre uno shock quando il figlio o la figlia reclamano uno spazio di indipendenza e quindi un bisogno di allontanamento che appare quasi minaccioso. In realtà questo conflitto ha una funzione generativa straordinaria, non per niente si dice che l'adolescenza rappresenti una seconda nascita, cioè il passaggio verso il mondo e la vita adulta da parte del bambino. Anche la trasgressione delle regole, nel momento in cui le regole ci sono, rappresenta per lui un confronto estremamente significativo, carico di sviluppi. Per i genitori è una grande fatica perché vivono anche loro un sogno di fusionalità e di permanenza con i figli molto forte.
Il conflitto adolescenziale è una necessità imprescindibile per costruire un allontanamento individuativo. Dal punto di vista pedagogico ci sono tanti modi per vivere questa situazione: lo si può fare in modo isterico, in modo punitivo, tirannico o anche in modo eccessivamente confidenziale. Quello che conta è capirne la sostanza e stabilire una distanza giusta che non è più quella dell'infanzia.

Tutt'altro che sinonimi

Nell'ideogramma cinese la parola conflitto ha il doppio significato di opportunità e di catastrofe. Nella tesi che sostengo la catastrofe non è il conflitto bensì la guerra e la violenza.
Se è vero che la cultura mediatica utilizza il termine conflitto come sinonimo di guerra, è anche vero che nella vita quotidiana questo è impossibile. Nessuno si sognerebbe di definire la dura discussione avuta col figlio sulle regole con lo stesso termine utilizzato per definire i combattimenti in Iran, in Iraq o in Afghanistan. In altre parole, la confusione appare anche legata a componenti ideologiche, abbastanza palesi, volte a edulcorare le componenti più tragiche dello scontro armato. Anche la tendenza a voler aggiungere parole di benevolenza al termine conflitto per caratterizzarlo in un certo modo - come gestione nonviolenta dei conflitti, gestione positiva dei conflitti - appare anch'essa frutto di una visione ancora piuttosto bipolare dove la polarizzazione è fra il mondo dell'armonia e il mondo del conflitto. Si tratta di una visione arcaica, tipica di una società rigida, volendo anche piuttosto patriarcale. Nel mondo attuale, sempre più complesso, la capacità di stare nei conflitti appare una necessità quasi di sopravvivenza in una società in cui i cambiamenti implicano una tensione quasi frenetica nell'affrontare nuove situazioni, leggerle, capirle, decodificarle.
Ho approntato una mappa orientativa nei confronti della gestione dei conflitti, e parlo di gestione non di soluzione, rimandando a una visione processuale e non finalistica:

  1. Distinguere la persona dal problema, in modo da evitare ogni forma di giudizio e di colpevolizzazione generalizzante, limitandosi a individuare i contenuti specifici del conflitto, restando sugli aspetti tangibili piuttosto che su componenti arbitrarie.
     
  2. Aspettare il momento giusto, lasciando decantare le emozioni negative, creando una distanza sufficiente per vedere il conflitto dall'alto piuttosto che dall'interno.
     
  3. Cogliere le ragioni altrui, dando senso e comprensione a quello che sta succedendo, cogliendone i significati soggettivi e non solo quelli della propria parte.
     
  4. Strutturare critiche costruttive, e in generale evitare un linguaggio giudicante, preferendo piuttosto una comunicazione che faciliti la comprensione del conflitto.
     
  5. Cercare l'interesse comune piuttosto che la vittoria a ogni costo, superando la forma del muro contro muro, uscendo dalla logica delle posizioni per entrare in quella dei vantaggi reciproci.

Più che ricette pronto-uso, ritengo questi punti un ottimo programma di lavoro e di apprendimento per tutti coloro che desiderano che la vita e le relazioni abbiano un esito felice.

tratto da: http://www.sgi-italia.org/riviste/bs/InternaTesto.php?A='2268'

Diversamente abili, diversamente amanti... una poesia

Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio 2017

Ci sono momenti nella vita in cui sentiamo di non essere capaci, di avere solo difetti e pensiamo che la cosa migliore sarebbe essere diversi da quello che siamo. In realtà, «Siate voi stessi. Il Buddismo paragona la personalità ai fiori di ciliegio, di susino, di pesco e di prugno selvatico: ognuno è diverso, e meraviglioso così com'è» (tratto dal libro "Protagonisti della nuova era", di Daisaku Ikeda, IBISG, 2013, pag. 33)

In mezzo ai dolori e alle sofferenze, comunque la diversità è una ricchezza, non un limite.

«La vita possiede la capacità, come le fiamme che tendono verso il cielo, di trasformare la sofferenza e il dolore in energia necessaria per la creazione di valore, in luce che illumini l’oscurità. Come il vento che attraversa vasti spazi liberi, la vita ha il potere di sradicare gli ostacoli e le difficoltà. Come l’acqua corrente essa può togliere ogni impurità. La vita, come la terra che sostiene la vegetazione, ci protegge con la sua forza compassionevole.»
(Daisaku Ikeda, frase tratta da "Giorno per giorno", Esperia edizioni)

Ci sono sofferenze e problemi spesso taciuti, o semplicemente non compresi o sminuiti da chi non li vive. Ci sono situazioni e condizioni esistenziali che possono capitare a tutti, per un periodo limitato o per tutta la vita, sia nella disabilità sia nella cosiddetta normalità. A proposito, che vuol dire essere normale o essere disabile? Suggerisco a tutti di leggersi un'interessante e illuminante citazione di Erich Fromm a proposito della "patologia della normalità".

A San Valentino ho scritto un messaggio di amore rivolto a tutti, sia per chi si trova in una situazione sentimentale soddisfacente, sia per chi vive una condizione diversa, che può essere anche molto dolorosa. Si intitola: "Sulle guerre, sulla pace e sull’amore (messaggio per San Valentino 2017)":

Diversamente abili, diversamente amanti... Provo ad esprimermi in poesia: sono sicuro che alcuni di noi capiranno. Ho messo anche alcune note in calce.

Il perdono ci fa bene, l'odio ci avvelena: la scienza dimostra che perdonare è un toccasana

Ultimo aggiornamento: 8 Gennaio 2017

PerdonoIn alcune antiche tribù africane, quando qualcuno uccideva un’altra persona, non veniva rinchiuso da nessuna parte, veniva invece consegnato alla famiglia della vittima, legato e immobilizzato dentro a un barca. Nel momento in cui la barca navigava nella parte più profonda del fiume, la famiglia doveva decidere se gettare l’assassino nel fiume o meno. Potevano scegliere di perdonare subito, ma se preferivano la punizione, allora lo gettavano nel fiume per farlo affogare. Quando questo succedeva, la famiglia aveva allora la seconda opportunità di perdonare, anche se con pochi secondi per decidere, prima che questi affogasse, ed erano proprio i bambini a chiedere che venisse salvato. Se in quel momento si gridava "Perdono!", uno dei membri si gettava nel fiume per salvarlo, e non si limitava semplicemente a tagliare le corde per salvarlo e tirarlo fuori dall’acqua, ma lo aiutava anche a salire sulla barca, per ricevere il perdono di tutta la famiglia. Questa antica pratica indigena garantiva una salute mentale ed emozionale nei membri della tribù, perché essi sapevano che vivere con il rancore significa vivere avvelenati, significa avere crepe sociali aperte come ferite sanguinanti, che prima o poi si manifesteranno come vendetta, punizione o tortura. Una distruzione assicurata e un peso che non lascia vivere. In queste tribù indigene non vi erano molti assassinati, poiché si agiva per mezzo del perdono. (fonte: "Uccidere o Perdonare? Punire o Riconciliare? Due tipi di epifania che conducono a diversi tipi di vita", di Alberto José Varela")

A tal proposito, ho letto un bellissimo articolo di psicologia di Rita Nannelli, pubblicato sulla rivista Nuovo Consumo di dicembre 2016, da pag. 22 a pag. 25, che tratta degli effetti del perdono da un punto di vista scientifico: in calce lo riporto integralmente, perché merita, insieme ad un'intervista ad Adrian Fabris, docente di Filosofia Morale all'Università di Pisa, e ad un altro interessante articolo di Barbara Autuori. Presumo di non contravvenire alla volontà degli autori dando diffusione dei loro articoli, in quanto il numero in questione di "Nuovo Consumo" è già stato venduto e disponibile online gratuitamente per tutti sul sito della rivista. In sintesi, perdonare fa bene, fa proprio bene, ci fa vivere meglio, mentre i rancori sono un veleno per il corpo e per l'anima. 

Come dicono un paio di frasi piene di significato, spesso citate in Rete (ed erroneamente attribuite alla Bibbia, in realtà la fonte non è nota):

«Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu»
«Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare»

Sul tema dell'Amore e del Perdono, scrissi un paio di poesie nell'aprile 2015, riportate su galgani.it:

Porgi l'altra guancia
 

Per un Amore
sempre vincitore,
tutto è benvenuto,
anche uno schiaffo bruto:

diffidenza e malafede
vanno incontro a chi crede
in indulgenza e carità
per l'altrui felicità,

o nella compassione
che d'ogni afflizione
è umilmente curativa,
per il cuor educativa.

Porgere l'altra guancia
è spezzare la lancia
del disprezzo e del male
con un Amore reale,

sempre efficace,
coraggioso e audace,
nell'infonder Pace.

(Francesco Galgani, 1 aprile 2015)

Ama il prossimo tuo
 

«Vivi e lascia vivere»
già basterebbe,

non sentirsi così ganzi
da «scagliar la prima pietra»
ancor meglio sarebbe,

ma non giudicar strano,
schifoso,
o peggio ancor dannoso,

per paura,
non conoscenza,
o altrui miscredenza,

è virtù rara,
di odio ignara.

«Ama il prossimo tuo,
come te stesso»,
nasce dal cuore
senza compromesso:

non disprezzare,
«l'altra guancia» dare,
con puro amare,

è cuore accogliente,
speranza vivente,
fede sincera,
compassione vera.

(Francesco Galgani, 22 aprile 2015)

Per quale motivo siamo di passaggio in questo mondo? Secondo me, siamo in questo pianeta per allenarci ad Amare, per sviluppare Compassione. Collegato a questo tema, ho scritto l'articolo "Il potere della preghiera e della meditazione: una prospettiva scientifica interreligiosa", nel quale affermo che: «Compassione significa allargare il più possibile la propria vita comprendendo all'interno di essa anche gli altri, andando il più possibile oltre il proprio microcosmo. Siamo tutti collegati in una rete di inter-dipendenza, quindi il male che facciamo agli altri lo facciamo anche a noi stessi, il bene che facciamo agli altri lo facciamo anche a noi stessi: sebbene da un punto di vista strettamente razionale una tale comprensione sia difficile ma comunque possibile (riflettendo sul principio di causa ed effetto che regola tutto l'universo), a un livello più concreto, più quotidiano, il modo più diretto e più pratico per arrivare ad un tale modo di vivere compassionevole parte con la preghiera».

Desiderare il bene di chi ci fa, o ci ha fatto, del male. Non dar troppo peso ai torti e alle ragioni, perché sono una trappola. Pregare per la felicità di chi ci crea sofferenza. Questi pochi esempi mostrano un modo di esistere, di essere al mondo, di vivere, che fa del bene a noi e lo fa anche agli altri. Anzi, il vero cambiamento personale e sociale per un mondo migliore passa proprio da qui. Secondo me, sarebbe importante tenere a mente che chi crea sofferenza è perché è a sua volta sofferente. Quando abbandoniamo l'attaccamento ai nostri rancori, stiamo facendo innanzitutto qualcosa di buono per noi stessi.

Segue l'articolo di Rita Nannelli, pubblicato sulla rivista Nuovo Consumo di dicembre 2016 da pag. 22 a pag. 25: buona lettura!

Scuse accettate

Imperativo etico, comandamento evangelico, strategia dell’evoluzione della specie che mi fa stare meglio, nel corpo e nell’anima, rispetto all’idea fissa del torto subito e dei propositi di vendetta. Il perdono, secondo neuroscienziati, filosofi, psicologi e sociologi, toccasana per chi lo concede e per chi lo chiede, ma anche per la società. Purché sia autentico e non solo a Natale.

di Rita Nannelli

Pagine

Abbonamento a Psicologia