Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.711 articoli, per un totale di 1.648.880 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 8 novembre 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.
Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Sulle cinque festività stagionali (riunione di studio del Gosho, appunti)
Appunti per la riunione di studio di novembre 2026, sul Gosho Sulle cinque festività stagionali.
Il percorso segue i due brani selezionati nello studio mensile del Nuovo Rinascimento, n. 958, novembre 2026, pp. 28-36. La lezione di Daisaku Ikeda, intitolata La lotta condivisa di maestro e discepolo: un percorso eterno, è stata pubblicata originariamente sul Daibyakurenge di agosto 2015 e ripresa in Buddismo e Società, n. 178 del 2016.
Introduzione storica
Siamo all’inizio del 1271. Nichiren scrive Sulle cinque festività stagionali l’undicesimo giorno del primo mese, da Hota, nella provincia di Awa. Il luogo è indicato nella chiusura stessa della lettera. Il destinatario è il discepolo laico Akimoto Taro, che vive nella provincia di Shimosa. Le date seguono il calendario tradizionale riportato negli scritti. [fonte] Awa è anche la provincia dove Nichiren è nato e dove, nel 1253, ha proclamato per la prima volta il suo insegnamento. Il trasferimento a Minobu, che avverrà nel 1274, è ancora lontano. [fonte]
Undici anni dopo il trattato studiato a ottobre. Nel 1260 Nichiren ha presentato Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese. Da allora ha attraversato l’esilio a Izu, dal 1261 al 1263, e la persecuzione di Komatsubara, nel 1264: un’aggressione armata nella quale ha riportato una ferita alla fronte e la frattura della mano sinistra. Quando parlerà ad Akimoto di protezione, dunque, parlerà come una persona che conosce direttamente il pericolo e il dolore. Questo dato aiuta a leggere il primo brano: la fede che propone deve poter sostenere una persona anche dentro le prove più dure. [fonte]
Il paese vive una crescente tensione. Nel 1268 sono giunti gli inviati mongoli con la richiesta di sottomissione del Giappone. Nichiren ha nuovamente sollecitato il confronto con le autorità e i principali esponenti religiosi. Più avanti, nello stesso 1271, subirà la tentata esecuzione a Tatsunokuchi, nella notte del dodicesimo giorno del nono mese, e l’esilio a Sado. [fonte] La lettera ad Akimoto precede questi eventi. È un incoraggiamento scritto mentre la propagazione continua in una società attraversata da conflitti, nella quale la scelta religiosa coinvolge anche i rapporti con il potere e con l’ambiente circostante.
Chi è Akimoto? È chiamato anche Akimoto Taro Hyoe-no-jo e abita nel distretto di Imba, nella zona dell’attuale città di Shiroi, nella prefettura di Chiba. Le notizie sulla sua vita sono poche. Sembra fosse parente di Toki Jonin e amico di Soya Kyoshin e Ota Jomyo, altri discepoli della stessa regione. La sua adesione all’insegnamento viene collocata, come ipotesi, intorno al 1260, quando Nichiren, rifugiatosi presso Toki dopo l’assalto di Matsubagayatsu, tenne la cosiddetta “lezione di cento giorni”. È quindi possibile che il loro rapporto durasse già da diversi anni. [fonte]
Intorno ad Akimoto c’è una comunità di studio. Nella lettera Nichiren lo invita a rivolgersi a Soya, al quale ha già spiegato alcuni dettagli. In un altro scritto, indirizzato a Ota, raccomanda invece di leggere una risposta dottrinale inviata ad Akimoto. Ne emerge una rete di laici che si consultano e condividono gli insegnamenti ricevuti. Il rapporto con il maestro si sviluppa anche attraverso questi scambi: la comprensione cresce grazie allo studio e al sostegno reciproco. È un particolare vicino all’esperienza delle nostre riunioni, pur nella grande distanza storica.
La domanda nasce dalla vita quotidiana. Akimoto ha scelto di seguire Nichiren perché ha riconosciuto nel Sutra del Loto l’insegnamento da diffondere nell’Ultimo giorno della Legge. Ora gli chiede l’origine e il significato di cinque ricorrenze tradizionali e il modo appropriato di celebrarle. Possiamo cogliere qui una questione concreta: come si accorda la nuova pratica religiosa con le consuetudini nelle quali una persona è cresciuta? Il dipartimento di studio della SGI-USA osserva che Akimoto poteva anche trovarsi, per la sua posizione sociale, a dover partecipare a tali celebrazioni; lo presenta come una possibilità, non come un fatto documentato. [fonte]
Quali sono queste cinque festività? Nella lettera sono il Capodanno e le feste del terzo giorno del terzo mese, quinto del quinto, settimo del settimo e nono del nono. Nichiren le mette in corrispondenza, nello stesso ordine, con myo, ho, ren, ge, kyo: i cinque caratteri di Myoho-renge-kyo. [fonte] Erano celebrazioni accolte anticamente dalla corte imperiale giapponese, intrecciando tradizioni cinesi e giapponesi, con cerimonie e cibi particolari. La lezione ricorda che alcune sopravvivono ancora: la Festa delle bambole, il Giorno dei bambini e Tanabata, la Festa delle stelle. Sono ricorrenze del Giappone; il principio che Nichiren spiega può illuminare la vita in qualunque paese.
Una risposta che dichiara anche i propri limiti. Nichiren precisa di non avere una conoscenza specialistica delle origini delle feste. Ne presenta una spiegazione generale, richiamando Dengyo e le consuetudini delle scuole Tendai e della Vera parola. Poi porta l’attenzione sulla pratica di Nam-myoho-renge-kyo. [fonte] Il commento di Ikeda legge la corrispondenza fra le feste e i cinque caratteri alla luce della Legge mistica che pervade tutti i fenomeni: anche il calendario, le occasioni d’incontro e le abitudini di una comunità possono diventare momenti in cui esprimere la propria fede e valorizzare la vita.
Il criterio è l’adattamento ai costumi locali. Il termine buddista è zuiho-bini. Nelle questioni per le quali il Budda non ha stabilito una prescrizione o un divieto, si possono seguire le usanze del luogo, purché non contraddicano i princìpi fondamentali dell’insegnamento e non ostacolino il conseguimento della Buddità. Questa regola ha accompagnato il diffondersi del Buddismo in culture diverse. Per Akimoto significa poter vivere le ricorrenze della sua società mantenendo il fondamento della pratica. Per noi suggerisce un atteggiamento capace di unire convinzione religiosa, rispetto delle persone e partecipazione alla vita comune.
Il rapporto prosegue negli anni. Nel 1280 Nichiren scriverà da Minobu un’altra Lettera ad Akimoto, ringraziandolo per trenta ciotole e sessanta piatti ricevuti durante un inverno rigido. Proprio in quella lettera approfondirà nuovamente semina, maturazione e raccolto, tema del secondo brano. Un dono concreto diventa così occasione per trasmettere l’insegnamento: il legame comprende domande, spiegazioni e sostegno materiale. [fonte] Questo è il movimento dello studio: dalle occasioni ordinarie della vita al cammino condiviso che permette di far emergere la Buddità e di aiutare altre persone a fare lo stesso.
“Maestro e discepolo”: una precisazione
Il maestro buddista aiuta la persona a manifestare la propria Buddità. Trasmette l’insegnamento e mostra, nel modo di vivere, come affrontare le difficoltà e agire per la felicità degli altri. Il discepolo sceglie di imparare da questo esempio e di renderlo vivo nelle proprie circostanze. La meta è lo stesso stato vitale del Budda, con piena responsabilità per le proprie azioni.
La “non dualità” riguarda il voto condiviso. Maestro e discepolo sono persone distinte, unite dalla determinazione di liberare gli esseri umani dalla sofferenza. Ikeda chiarisce che questa relazione non è una gerarchia di valore umano e che un vero maestro desidera essere superato dai discepoli, anziché esigere obbedienza cieca. [fonte] Imparare significa sviluppare le proprie qualità e assumere iniziativa: l’esempio del maestro diventa un orientamento interiore, da esprimere con la propria personalità. [fonte]
Nella lezione, una frase di Ikeda sul legame attraverso le esistenze offre una chiave preziosa:
«Sono i legami eterni, propri della natura umana, che uniscono gli esseri viventi, pur non incatenandoli».
Un legame che sostiene la nostra libertà di agire per il bene. Ci aiuta a riconoscere e superare paura, passività e sfiducia nelle nostre possibilità, diventando capaci di incoraggiare a nostra volta. Nella Soka Gakkai questo cammino è stato aperto dai tre presidenti fondatori, Makiguchi, Toda e Ikeda, attraverso la pratica e la diffusione dell’insegnamento di Nichiren.
Filo conduttore dello studio
Idea guida: vivere ogni circostanza sulla base della Legge mistica e fare nostro l’impegno del maestro per la felicità delle persone.
- Primo brano: la pratica nella vita quotidiana fa emergere la forza di affrontare le difficoltà e attiva le funzioni che ci sostengono.
- Secondo brano: il legame di maestro e discepolo ci aiuta a manifestare la Buddità e a diventare protagonisti dello stesso impegno altruistico.
Il passaggio è dalla fiducia con cui affrontiamo la nostra vita alla responsabilità di sostenere anche la vita degli altri.
Primo brano — La protezione nella vita quotidiana
«Ti prego di vederla così e di recitare Nam-myoho-renge-kyo. Non c’è alcun dubbio riguardo alle parole “pace e sicurezza nell’esistenza presente e circostanze favorevoli nelle successive”. I passi del sutra chiariscono perfettamente che tutti gli esseri celesti sono obbligati a proteggere assiduamente i praticanti del Sutra del Loto. Il quinto volume del Sutra del Loto dice: “Gli esseri celesti giorno e notte li proteggeranno e li difenderanno per amore della Legge” e ancora: “I giovani figli del cielo lo assisteranno e lo serviranno. Spade e bastoni non lo toccheranno e il veleno non avrà il potere di nuocergli”»
Cuore del brano: basarsi su Nam-myoho-renge-kyo permette di affrontare la realtà con una forza vitale capace di aprire una strada. Nichiren incoraggia Akimoto a portare questa fiducia dentro le ricorrenze e le attività ordinarie.
Da mettere a fuoco:
- “Ti prego di vederla così” rimanda alla spiegazione delle cinque feste. La Legge mistica pervade tutti i fenomeni: possiamo vivere le occasioni familiari e sociali come espressioni della pratica, dando valore ai rapporti e alla vita delle persone.
- “Pace e sicurezza” indica una felicità che ha radici nella nostra vita. La pratica alimenta la capacità di affrontare ciò che accade, cercare soluzioni e costruire condizioni migliori. Le parole sulle esistenze successive esprimono la continuità di questo beneficio nella visione buddista della vita.
- Gli “esseri celesti” sono le funzioni protettrici. Le scritture le raffigurano con nomi come Brahma e Shakra. Nella spiegazione della Soka Gakkai rappresentano le forze positive che sostengono la vita del praticante e possono manifestarsi nell’ambiente e nell’aiuto di altre persone. La pratica e le azioni rivolte al bene mettono in moto questa relazione fra la nostra vita e ciò che ci circonda. [fonte]
- “Spade e bastoni non lo toccheranno” richiede una lettura attenta. Nichiren stesso era stato ferito e avrebbe affrontato nuove persecuzioni. La protezione non è una promessa di invulnerabilità fisica o di assenza di problemi. Riguarda, nel suo significato fondamentale, la possibilità di costruire una condizione vitale che le avversità non riescano a sconfiggere. È il chiarimento che la SGI-USA dà anche studiando L’apertura degli occhi, scritto durante l’esilio a Sado. [fonte]
- “Giorno e notte” richiama la continuità. L’incoraggiamento riguarda l’intera esistenza: possiamo recitare e mettere in azione saggezza e coraggio nelle giornate difficili come in quelle felici. Nella conclusione della risposta sulle feste, Nichiren invita Akimoto a impegnarsi per conseguire la Buddità.
Aspetto emotivo: quando sopraggiunge una difficoltà, possiamo sentirci abbandonati e domandarci se la pratica abbia valore. Questo brano ci invita a ritrovare il punto da cui ripartire: la possibilità di far emergere risorse che ancora non riusciamo a vedere, mantenendo aperto il rapporto con le persone che possono sostenerci.
Punto per noi: possiamo portare nel Daimoku una situazione precisa e cercare l’azione che oggi è alla nostra portata: chiedere un consiglio competente, affrontare un colloquio rimandato, accogliere un aiuto. E possiamo diventare noi stessi una presenza di sostegno per qualcuno. La fiducia prende forma anche nella cura concreta con cui affrontiamo le cose.
Frase di raccordo: Per coltivare questa forza nel tempo, conta anche l’incontro con chi ci insegna a riconoscerla e a usarla per il bene.
Secondo brano — Un legame che ci rende protagonisti
«Tu dici [...] di essere diventato mio discepolo quando ti hanno detto che il Sutra del Loto si sarebbe sicuramente diffuso nei primi cinquecento anni dell’Ultimo giorno della Legge. Poter stabilire la relazione di maestro e seguace laico è il risultato di una promessa che attraversa le tre esistenze. Non ricercare mai i tre benefici della semina, della maturazione e del raccolto da nessun altro. [Nel Sutra del Loto è scritto:] “Le persone che avevano udito la Legge dimorarono in varie terre del Budda, rinascendo di continuo insieme ai loro maestri” e “Se una persona sta vicino ai maestri della Legge, conseguirà rapidamente la via dell’Illuminazione. Se studia seguendo questi maestri, vedrà Budda in numero pari alle sabbie del Gange”».
Cuore del brano: il maestro trasmette la via per manifestare la Buddità; il discepolo la fa propria e assume lo stesso impegno verso gli altri. È questo voto condiviso a dare profondità e continuità al legame.
Da mettere a fuoco:
- Una promessa attraverso le “tre esistenze”. Sono passato, presente e futuro, intesi anche come esistenze successive. Nichiren colloca l’incontro con l’insegnamento in questa continuità della vita. Nella lettura di Ikeda, risvegliarsi a tale legame significa riconoscere una missione: contribuire alla felicità delle persone insieme al maestro, rinnovando questa scelta nel presente.
- Semina, maturazione e raccolto descrivono come il Budda conduce le persone all’Illuminazione. La semina è l’incontro con l’insegnamento che pianta il seme della Buddità; la maturazione è la cura con cui il Budda aiuta a svilupparlo attraverso la pratica; il raccolto è il manifestarsi della Buddità. La lezione spiega questo processo attraverso Shakyamuni, che ha guidato i suoi discepoli dal remoto passato fino al Sutra del Loto. L’immagine centrale è quella dell’agricoltore che conosce i semi e li accompagna fino al frutto.
- “Non ricercare […] da nessun altro”. L’espressione riguarda precisamente quei tre benefici. Nichiren indica ad Akimoto il legame con il maestro che gli trasmette l’insegnamento del Sutra del Loto e di Nam-myoho-renge-kyo, attraverso il quale può conseguire la Buddità. Il punto è mantenere e approfondire questo cammino. La fedeltà al maestro si realizza nella pratica della Legge e nel proseguire il suo impegno per le persone.
- Il frutto è la stessa Buddità del maestro. Il discepolo può far emergere la saggezza, il coraggio e la compassione inerenti alla propria vita. La libertà di cui parla la lezione è la possibilità di non essere dominati dalla sofferenza e di agire per il bene proprio e altrui. Per la pratica di Nichiren, il conseguimento della Buddità è una possibilità di questa esistenza. [fonte]
- “Stare vicino” al maestro è soprattutto una disposizione della vita. Si esprime nel ricercare l’insegnamento, studiarlo e metterlo in pratica. Ikeda sottolinea che la distanza fisica non è decisiva: ricorda anche i contadini di Atsuhara, che seguirono Nichiren senza averlo incontrato personalmente. Possiamo costruire questo rapporto attraverso gli scritti e le azioni con cui ne realizziamo lo spirito.
La spiegazione di Ikeda mette a fuoco il cambiamento richiesto ai discepoli:
«I discepoli continuano a costruire una condizione vitale basata sul riconoscimento della loro vera identità, passando dalla condizione passiva di chi attende la salvezza dal maestro a quella di lottare al suo fianco per il bene dell’umanità».
Il punto decisivo è diventare partecipi. Comprendere l’insegnamento porta a domandarsi che cosa possiamo fare, nelle nostre circostanze, per alleviare la sofferenza e trasmettere speranza. La gratitudine verso chi ci ha incoraggiati diventa capacità di incoraggiare.
Aspetto emotivo: possiamo sentirci troppo inesperti, fragili o lontani dal maestro per contribuire. La prospettiva di questo brano restituisce valore alla nostra presenza: la stessa Buddità può manifestarsi nella nostra vita. La relazione prende sostanza anche quando, con i nostri limiti e le nostre qualità, decidiamo di prenderci cura di qualcuno.
Punto per noi: scegliamo un incoraggiamento di Ikeda che sentiamo particolarmente vicino e traduciamolo in un comportamento: ascoltare con più pazienza, sostenere chi sta attraversando una prova, condividere ciò che la pratica ci ha aiutato a comprendere. Fare nostro il cuore del maestro significa assumere personalmente la responsabilità di quel gesto.
Frase di raccordo: Un insegnamento continua a vivere quando una persona lo mette in pratica e lo trasmette attraverso il proprio comportamento.
Questo spirito nella storia della Soka Gakkai
Makiguchi e Toda: un voto che continua nella prova. Makiguchi aveva sottolineato, nella sua copia degli scritti di Nichiren, la frase sulla promessa attraverso le tre esistenze. Durante la seconda guerra mondiale lui e Toda vengono incarcerati per la loro opposizione alle imposizioni religiose delle autorità militariste. Makiguchi muore in prigione. Toda, attraverso la recitazione e lo studio in carcere, si risveglia alla propria identità di Bodhisattva della Terra e alla missione di kosen-rufu. Dopo la liberazione ricostruisce la Soka Gakkai, dando continuità all’impegno del maestro. Nella lezione, il legame eterno si esprime in questa decisione di proseguire.
Toda e Ikeda: il dialogo da pari a pari. Il 14 agosto 1947 Ikeda, diciannovenne, partecipa al suo primo zadankai. Toda sta spiegando proprio Adottare l’insegnamento corretto per la pace nel paese, il Gosho studiato a ottobre. Il giovane gli chiede quale sia il modo corretto di vivere. Toda risponde con pazienza, invitandolo a praticare e a trovare personalmente la strada. Ikeda rimane colpito dal rispetto con cui viene trattato e dieci giorni dopo, il 24 agosto, entra nella Soka Gakkai. La fiducia nasce attraverso un incontro nel quale le domande trovano ascolto.
Il legame arriva fino alla singola persona. All’inizio della lezione Ikeda racconta di aver risposto, nel 1997, alle domande di alcuni bambini argentini. Spiega loro che incoraggiare qualcuno è già un passo concreto verso la pace. Collega questo impegno all’incontro con Toda: ciò che ha ricevuto dal maestro diventa attenzione per persone che vivono lontano, in un altro paese e in un’altra generazione. Anche noi possiamo dare continuità a un incoraggiamento facendolo arrivare a chi ne ha bisogno.
Conclusione
I due brani compongono un percorso: radicare la pratica nella vita quotidiana, affrontare le difficoltà facendo emergere la Buddità e condividere con il maestro la responsabilità di aiutare gli altri.
Possiamo ricevere sostegno e diventare a nostra volta un sostegno: recitare, studiare e scegliere un’azione che restituisca speranza a una persona concreta. Questa persona può essere un compagno di fede, un familiare, un vicino o qualcuno che incontriamo nel lavoro. Il voto per la felicità delle persone comprende anche chi ha convinzioni diverse dalle nostre.
Tre domande possibili per il confronto:
- In una difficoltà che ho affrontato, quali risorse e quali aiuti ho potuto riconoscere grazie alla pratica?
- Quale insegnamento o comportamento di Ikeda mi aiuta a scegliere come agire oggi?
- Chi posso incoraggiare concretamente, assumendo anch’io una parte della responsabilità per la sua felicità?
Piccole precisazioni sui termini
- Ultimo giorno della Legge: nella periodizzazione buddista, l’epoca successiva al Primo e al Medio giorno, segnata dal declino dell’efficacia degli insegnamenti precedenti e dal diffondersi dei conflitti. Nichiren vi riconosce il tempo di propagare Nam-myoho-renge-kyo. La parola “ultimo” non annuncia la fine del mondo.
- Kosen-rufu: l’ampia propagazione della Legge mistica, per permettere alle persone di manifestare la Buddità e costruire una società pacifica.
- Bodhisattva della Terra: nel Sutra del Loto sono coloro che emergono dalla terra e si impegnano a diffondere la Legge dopo la morte del Budda. Nella lezione indicano la missione di chi pratica e agisce per la felicità degli altri.
- Maestri della Legge: coloro che custodiscono, praticano e trasmettono l’insegnamento del Sutra del Loto. Il termine comprende anche i laici e le laiche. L’immagine dei Budda numerosi come le sabbie del Gange esprime una quantità incalcolabile. [fonte]
(8 novembre 2026)
Yūraku: che cosa significa «felicità» nel Buddismo di Nichiren Daishonin?
Per chi pratica il Buddismo di Nichiren Daishonin nella Soka Gakkai, la «felicità» è una parola centrale. Orienta la preghiera, accompagna lo studio e ricorre nei dialoghi di incoraggiamento. Proprio per questo merita attenzione: il significato che le attribuiamo può influire sul modo in cui comprendiamo la pratica e valutiamo la nostra esperienza.
Conoscere i termini giapponesi dei Gosho ci aiuta a distinguere il testo di Nichiren, le spiegazioni con cui oggi lo studiamo e il significato comune di “felicità”.
Yūraku: la parola del Gosho “Felicità in questo mondo”
Nella lettera a Shijō Kingo del 1276, conosciuta in italiano come Felicità in questo mondo, il termine tradotto con “vera felicità” è yūraku (遊楽). Lo precisa la nota 1 dell’edizione italiana.
Il titolo del testo originale in giapponese è 衆生所遊楽御書 — Shujō sho yūraku gosho, ovvero:
| Termine | Rōmaji | Traduzione e spiegazione |
|---|---|---|
| 衆生 | shujō | Esseri viventi, esseri senzienti: nel lessico buddista, gli esseri che sperimentano l’esistenza e la sofferenza, non soltanto gli esseri umani. |
| 所 | sho | Luogo; nella frase, “il luogo in cui” oppure “dove”. |
| 遊楽 | yūraku | Godere, dilettarsi, vivere nella gioia. Nel passo del Sutra del Loto ripreso da Nichiren: “essere felici e a proprio agio”. |
| 御書 | gosho | Scritto, espresso in forma rispettosa: go (御) è un prefisso onorifico; sho (書) significa “scritto”. Nella tradizione di Nichiren indica i suoi scritti e le sue lettere. |
Quindi, il titolo completo può essere parafrasato così:
Scritto sul luogo in cui gli esseri viventi sono felici e a proprio agio.
Breve nota grafica: ū indica una u lunga, senza il segno sopra la “u” si può scrivere yuuraku; tuttavia, nelle pubblicazioni italiane, si incontra comunemente yuraku.
Il significato buddista emerge dal contesto
Il dizionario giapponese colloca yūraku nel campo del diletto, del divertirsi e del godere piacevolmente. La parola, considerata da sola, non contiene già tutta la dottrina della felicità buddista: per comprenderla nel Gosho occorre seguire il ragionamento del Daishonin.
Nichiren collega infatti yūraku a jiju hōraku (自受法楽), espressione che rimanda al godere personalmente della gioia della Legge. Il significato buddista del termine riguarda il Budda che assapora la propria illuminazione. Il glossario della Soka Gakkai lo spiega come il godere in prima persona dei benefici della Legge mistica.
Per chi recita daimoku, questo legame è essenziale. La gioia è inseparabile dalla fede nel Sutra del Loto e dalla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Espressioni come “forza interiore” o “capacità di affrontare le difficoltà” possono aiutare a coglierne alcuni aspetti, ma la spiegazione di Nichiren comprende un riferimento preciso alla Buddità.
La felicità può attraversare anche la sofferenza
Nella stessa lettera, il Daishonin scrive:
«Quando c’è da soffrire, soffri; quando c’è da gioire, gioisci. Considera allo stesso modo sofferenza e gioia, e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo».
Questo passaggio riconosce entrambe le esperienze. La presenza della sofferenza, da sola, non permette quindi di concludere che una persona abbia fallito nella pratica. È una conseguenza della lettura del testo: la gioia di cui si parla comprende un rapporto con la vita più ampio dell’umore di un singolo momento.
Anche la nota 6 dell’edizione italiana interpreta i verbi dell’originale giapponese come un invito a comprendere attivamente ciò che si vive:
Lett.: «Quando c’è la sofferenza illuminati rispetto alla sofferenza e quando c’è la gioia apriti rispetto alla gioia». Il verbo satoru “illuminarsi” suggerisce non una mera rassegnazione alla sofferenza, ma un atteggiamento attivo nei confronti di essa che scaturisce da uno stato vitale elevato e permette di comprenderne il valore per la propria trasformazione individuale. Il verbo hiraku, “aprire”, è lo stesso carattere usato nel Gosho L’apertura degli occhi (Kaimoku sho), cioè kai, che si pronuncia anche hiraku. Suggerisce l’importanza di non abbandonarsi ciecamente all’estasi della gioia, ma continuare a mantenere una pratica costante, usando la gioia come trampolino di lancio per la gioia senza limiti che deriva dalla Legge.
Per un praticante, questa lettura invita a riconoscere con sincerità la propria esperienza. Un periodo di sofferenza non esaurisce il significato della propria vita, così come un momento di entusiasmo non ne riduce la profondità. Si può dare spazio a ciò che si prova e continuare a cercare, nella pratica, un modo più consapevole di vivere.
Felicità relativa e assoluta: la spiegazione di Toda
Nel linguaggio della Soka Gakkai ricorre la distinzione fra felicità relativa e felicità assoluta. La presentazione ufficiale dell’insegnamento sul "Conseguimento della Buddità in questa esistenza" attribuisce esplicitamente questa formulazione a Jōsei Toda.
La felicità relativa dipende da condizioni favorevoli e dall’appagamento dei desideri. La felicità assoluta viene descritta come una condizione vitale nella quale il vivere stesso è fonte di gioia, anche al mutare delle circostanze. Nella spiegazione della Soka Gakkai, il conseguimento della Buddità corrisponde allo sviluppo di questa condizione.
Nella vita quotidiana, questa prospettiva può orientare il nostro impegno verso condizioni migliori senza affidare a un unico risultato tutto il valore della nostra esistenza. Chiamare “relativa” una felicità non obbliga a disprezzarla: gli affetti, la sicurezza e la soddisfazione per un obiettivo raggiunto conservano il loro valore. Il chiarimento riguarda il fondamento e la stabilità della felicità che si cerca attraverso la pratica.
Shiawase e kōfuku: la felicità nel giapponese comune
Se cerchiamo come si dice “felicità” nel giapponese di oggi, incontriamo soprattutto due vocaboli:
- Shiawase (幸せ): felicità, condizione desiderabile per la persona, soddisfazione e anche buona sorte. È il campo di significato descritto dal dizionario Daijisen.
- Kōfuku (幸福), scrivibile anche koufuku: felicità, appagamento, condizione piacevole e soddisfacente, anche legata a circostanze favorevoli. La definizione lessicografica rinvia espressamente a shiawase.
I loro significati si sovrappongono ampiamente. Un giapponese che parla della propria shiawase non sta necessariamente esprimendo una concezione buddista. Per comprendere Nichiren, la traduzione di un dizionario contemporaneo va quindi accompagnata dallo studio del passo originale.
Che cosa cambia rispetto alla parola italiana “felicità”?
Anche in italiano “felicità” può indicare una gioia momentanea, una soddisfazione profonda o una condizione spirituale.
La differenza decisiva, in questo caso, dipende dall’insegnamento e dal contesto. Quando leggiamo “felicità” nel Gosho, possiamo comprenderla attraverso una parafrasi: una gioia radicata nella Buddità, vissuta nelle circostanze ordinarie e capace di attraversare anche le difficoltà.
(4 novembre 2026)
Voglio acqua per bere, non IA per pensare
vedi anche: Datacenter: acqua, energia e libertà
San Francisco, 3 marzo 2026. Manifestazione organizzata da QuitGPT davanti alla sede di OpenAI, in protesta contro l’accordo dell’azienda con il Pentagono. Il cartello centrale recita: «Voglio ACQUA per BERE, NON IA per “pensare”»; in inglese: «I Want WATER to DRINK, NOT AI to “think”».
Foto d’archivio: Nathan Kuczmarski / Unsplash.
