Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.621 articoli, per un totale di 1.470.446 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 31 maggio 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Il dolore e la fatica esistenziali dello stare al mondo nel tempo dell'IA
Ci sono parole che non indicano semplicemente un problema, ma un intero clima dell'esistenza. Una di queste è il termine giapponese 生きづらさ (ikizurasa): letteralmente, la difficoltà del vivere, il senso che continuare a vivere richieda uno sforzo sproporzionato, opaco, difficile da spiegare. Non è soltanto tristezza, non è soltanto depressione, non è soltanto disagio sociale. È piuttosto la fatica di stare al mondo quando il mondo non sembra offrire un luogo in cui il sé possa sentirsi confermato, accolto, riconosciuto.
I quattro testi giapponesi qui discussi parlano, ciascuno da un angolo diverso, di questa ferita. Il primo affronta la 生きづらさ (ikizurasa) dei giovani giapponesi contemporanei attraverso due assi: crisi dell'identità e difficoltà delle relazioni umane. Il secondo analizza il bisogno di riconoscimento, soprattutto nel rapporto fra giovani, famiglia e social network. Il terzo, apparentemente più lontano dal tema, studia le bambole nella letteratura e nella cultura, mostrando come esse funzionino da specchio, superficie di proiezione, luogo ambiguo fra sé e altro. Il quarto porta il discorso nel presente più immediato: l'IA conversazionale come presenza capace di attenuare la solitudine, di raccogliere confessioni, di offrire una forma di accoglienza che sembra sempre disponibile.
Sebbene questi testi si riferiscano in modo specifico alla società giapponese, le loro intuizioni non riguardano solo il Giappone. Ogni contesto ha urgenze proprie: povertà, guerra, isolamento geografico, crollo demografico, pressione scolastica, precarietà lavorativa, disgregazione familiare, fallimento delle istituzioni comunitarie. Tuttavia il fondo antropologico è comune. L'essere umano ha bisogno di essere visto, riconosciuto, amato; ha bisogno di uno spazio, reale o simbolico, in cui poter dire: io posso stare qui. Inoltre, le tecnologie attraverso cui oggi cerchiamo conferma sono sempre più simili ovunque. Dal Tibet a Tokyo, dal miliardario più esposto mediaticamente alla persona senza dimora, cambiano i dispositivi, le marche, le piattaforme, i nomi delle app e i proprietari delle infrastrutture digitali, ma non cambia la struttura di base: uno schermo in mano, un profilo da gestire, uno sguardo altrui da intercettare, una risposta da attendere, una solitudine da colmare.
In questo senso, il Giappone non va trattato come un'eccezione esotica, ma come un laboratorio particolarmente nitido di dinamiche globali. La pressione a performare un'identità, la paura di essere respinti, la ricerca di relazioni a basso rischio emotivo, il passaggio dal social network al chatbot, dalla bambola alla compagna artificiale, non sono anomalie locali. Sono figure contemporanee di una domanda antica: qualcuno mi vede davvero? qualcuno mi accoglie senza condizioni? qualcuno può restare con me senza ferirmi?
Indice
- Introduzione: dalla solitudine alla ricerca di una presenza non minacciosa
- Glossario minimo per lettori italiani
- Pham Quynh Lien: identità, relazioni e fatica di vivere
- Masaki Daiki: il bisogno di riconoscimento, i social e la paura del rifiuto
- Rokukawa Yūko: la bambola come specchio, vuoto e alterità
- Manabe Atsushi: l'IA che colma la solitudine
- Sintesi: essere visti senza essere feriti
Introduzione: dalla solitudine alla ricerca di una presenza non minacciosa
La solitudine di cui si parla qui non coincide semplicemente con il fatto di essere fisicamente soli. Si può essere soli in una stanza, ma anche in mezzo agli altri; si può avere una famiglia, un lavoro, una rete sociale, un telefono pieno di notifiche, e tuttavia sentire che nessuno entra davvero nel proprio nucleo più vulnerabile. La solitudine esistenziale è questo: non la mancanza quantitativa di contatti, ma la mancanza qualitativa di un riconoscimento capace di sostenere il sé.
Il punto decisivo è che questo bisogno di riconoscimento è ambivalente. Da un lato l'essere umano desidera essere visto. Dall'altro teme lo sguardo dell'altro, perché lo sguardo può giudicare, correggere, ridicolizzare, rifiutare. La relazione umana promette accoglienza, ma porta con sé il rischio della ferita. Per questo molte forme contemporanee di legame si organizzano intorno a una strategia difensiva: cercare riconoscimento riducendo il più possibile il rischio del rifiuto.
I social network sono stati una prima grande tecnologia di questa strategia. Permettono di mostrarsi selettivamente, modificarsi, filtrarsi, misurare la risposta altrui attraverso numeri, like, condivisioni, visualizzazioni, follower. L'IA conversazionale rappresenta un passo ulteriore: non più soltanto lo sguardo potenziale di una folla, ma una presenza che risponde; non più solo l'approvazione intermittente degli altri utenti, ma un interlocutore sempre disponibile, paziente, adattivo, privo di stanchezza apparente. La bambola, da un altro lato, rappresenta la stessa aspirazione in forma muta: una presenza antropomorfa senza il rischio della parola umana.
Non si tratta di patologizzare in blocco chi stabilisce rapporti affettivi con personaggi, bambole, avatar o IA. Sarebbe un errore moraleggiante. Il punto non è dire che ogni relazione con l'artificiale sia malattia. Il punto è capire perché, in una società iperconnessa, una quantità crescente di persone cerchi sollievo proprio in forme di relazione in cui l'altro non può ferire come ferisce un essere umano. La domanda allora diventa più profonda: che cosa è accaduto alle relazioni umane perché l'artificiale possa apparire, a volte, più accogliente del vivo?
Glossario minimo per lettori italiani
Vocaloid: software di sintesi vocale sviluppato originariamente da Yamaha, usato per creare canzoni cantate da voci artificiali. La figura più nota è Hatsune Miku (初音ミク, Hatsune Miku), personaggio virtuale e voce sintetica diventata fenomeno culturale globale. Nel contesto dell'articolo di Pham, la musica Vocaloid è importante perché nasce e circola nell'ambiente digitale giovanile, spesso come forma indiretta di espressione emotiva.
Vocaloid producer / ボカロP (bokaro pī): autore o autrice che compone canzoni usando voci Vocaloid. La P sta per producer. Non è semplicemente un tecnico del suono: spesso scrive testo, musica, arrangiamento e costruisce un immaginario visivo e narrativo.
Hachi / ハチ (Hachi): nome artistico usato da Kenshi Yonezu (米津玄師, Yonezu Kenshi) nella sua produzione Vocaloid. Nell'articolo viene trattato come autore capace di mettere in scena vuoti interiori, maschere, distopie personali e forme di alienazione giovanile.
wowaka: nome artistico scritto di norma in minuscolo. Non è quindi un refuso non scrivere "Wowaka". È stato uno dei più importanti produttori Vocaloid, noto per brani dalla velocità intensa, dalla voce sintetica spinta e da testi in cui affiorano instabilità, fuga, ripetizione, solitudine e sovraccarico mentale.
SNS: in giapponese contemporaneo è l'abbreviazione comunemente usata per social networking service, cioè servizi di social network o social media. Nel testo di Masaki Daiki non indica solo una categoria tecnica, ma un ambiente psicologico in cui il bisogno di riconoscimento viene misurato attraverso like, follower, visualizzazioni, commenti e reazioni.
Chatbot: programma capace di conversare con l'utente in forma scritta o vocale. Nel testo di Manabe Atsushi il chatbot non è considerato solo come strumento informativo, ma come interlocutore emotivo: qualcuno o qualcosa a cui raccontare disagio, solitudine, ansia o lutto.
IA conversazionale: sistema di intelligenza artificiale progettato per dialogare con l'utente. La sua forza non è soltanto dare risposte, ma produrre una situazione relazionale: l'utente sente che qualcuno gli sta rispondendo.
1. Pham Quynh Lien: identità, relazioni e fatica di vivere
Titolo originale: アイデンティティ問題、人間関係問題と現代日本の若者の生きづらさ――人気ボーカロイドプロデューサー・ハチと wowaka の考察を中心として―― (Aidentiti mondai, ningen kankei mondai to gendai Nihon no wakamono no ikizurasa: ninki bōkaroido purodyūsā Hachi to wowaka no kōsatsu o chūshin to shite)
Traduzione del titolo: Problemi di identità, problemi di relazioni umane e la difficoltà di vivere dei giovani nel Giappone contemporaneo: intorno a Hachi e wowaka, popolari produttori Vocaloid.
Clicca qui per vedere il testo integrale originale in PDF.
Il nucleo dell'articolo
L'articolo di Pham Quynh Lien parte da una constatazione lessicale e sociale: 生きづらさ (ikizurasa), la difficoltà di vivere, è diventata una parola familiare nella società giapponese contemporanea. L'autrice la definisce come la condizione di chi prova difficoltà nel continuare a vivere. Questa definizione è importante perché evita due semplificazioni: da un lato non riduce il fenomeno a una diagnosi clinica; dall'altro non lo trasforma in un semplice malessere generazionale. 生きづらさ (ikizurasa) indica una fatica quotidiana e strutturale, un attrito fra il soggetto e il mondo.
Una prima parte dell'articolo esamina la letteratura precedente e individua due cause principali della difficoltà di vivere dei giovani: il problema dell'identità, アイデンティティ問題 (aidentiti mondai), e il problema delle relazioni umane, 人間関係問題 (ningen kankei mondai). Le due dimensioni non sono separate. L'identità non nasce nel vuoto; si costruisce anche attraverso parole, sguardi e atteggiamenti ricevuti dagli altri. Allo stesso tempo, chi non riesce a confermare se stesso, chi non riesce a esprimersi o a riconoscersi, fatica a costruire rapporti di fiducia. Per questo l'articolo parla di identità e relazioni come due facce dello stesso problema.
Passaggi rilevanti tradotti e annotati
Passaggio 1, traduzione: Il termine 生きづらさ (ikizurasa) deriva dall'aggettivo 生きづらい (ikizurai) e indica una situazione in cui si avverte difficoltà nel continuare a vivere. Nella società giapponese contemporanea è diventato uno dei temi più presenti nella vita quotidiana degli individui.
Nota di traduzione: rendere 生きづらさ (ikizurasa) con "disagio" sarebbe troppo debole. "Disagio" può indicare malessere sociale, imbarazzo, sofferenza psicologica generica. Qui invece il termine contiene il verbo "vivere", 生きる (ikiru). Per questo una resa più densa è fatica di vivere, dolore del vivere, oppure fatica esistenziale dello stare al mondo. L'espressione non dice soltanto "sto male", ma "lo stesso vivere mi risulta difficile".
Passaggio 2, traduzione: Anche giovani cresciuti in ambienti considerati favorevoli possono portare con sé una forte difficoltà di vivere. Per questo l'articolo non si concentra soltanto su problemi come povertà o disabilità, pur riconoscendone l'importanza, ma cerca una forma di sofferenza più comune ai giovani dell'epoca contemporanea.
Nota di traduzione: questo è un punto essenziale. Non significa negare le differenze materiali: nascere poveri o ricchi, protetti o abbandonati, sani o malati non è la stessa cosa. Significa però riconoscere che esiste un malessere trasversale, non riducibile alle condizioni esterne. È il tipo di dolore che può abitare anche chi "non avrebbe motivo" di stare male, e proprio per questo viene spesso nascosto, colpevolizzato o non creduto.
Passaggio 3, traduzione: Le parole, gli sguardi e gli atteggiamenti rivolti dagli altri funzionano come uno specchio. Attraverso di essi l'essere umano comincia a supporre di avere un "sé" dotato di certe qualità e attributi. Se le relazioni umane non funzionano e non vi è nessuno che affermi il soggetto e gli dia sicurezza, l'identità può diventare instabile. Al contrario, quando un problema identitario impedisce l'espressione di sé e l'autoaffermazione, diventa difficile costruire relazioni affidabili.
Nota di traduzione: qui lo "specchio" non è narcisistico in senso banale. L'altro è specchio perché restituisce al soggetto la prova di esistere. Il bambino, l'adolescente, ma anche l'adulto, non si costituisce come io autosufficiente: ha bisogno che qualcuno gli rimandi, in forme verbali e non verbali, una conferma. Quando questa conferma manca, il sé non semplicemente "si sente triste": perde consistenza.
La scelta del Vocaloid: quando la cultura dice ciò che il soggetto non riesce a dire
La seconda parte dell'articolo analizza la musica Vocaloid, in particolare Hachi e wowaka. La scelta è teoricamente significativa. Pham osserva che interviste e sondaggi possono intercettare il vissuto dei giovani, ma presentano un limite: la sofferenza è difficile da confessare. Quando una persona parla direttamente del proprio dolore, modifica inevitabilmente il racconto in base al contesto, all'interlocutore, alla vergogna, alla paura di essere fraintesa. La cultura, invece, può esprimere indirettamente ciò che l'individuo non direbbe in modo frontale.
Il Vocaloid diventa quindi una specie di sismografo affettivo. Non è soltanto un genere musicale. È musica nata dentro Internet, accessibile, condivisa da giovani, spesso prodotta da autori giovani, e capace di mettere in scena emozioni che non trovano facilmente posto nella comunicazione ordinaria. L'articolo nota che i brani di wowaka e Hachi sono spesso caratterizzati da velocità, voce acuta, densità verbale, suoni instabili, immagini distopiche, atmosfere di fuga o collasso. Non sono semplici scelte stilistiche: riproducono una mente assediata da troppi pensieri e da troppe emozioni insieme.
Nel caso di wowaka, l'articolo individua temi come la fuga dalla realtà, la solitudine, il senso di non raggiungere mai ciò che si desidera, l'idea di un mondo in cui non esiste più una strada praticabile. Nel caso di Hachi, l'analisi sottolinea immagini di distopia, maschera, frammentazione, vuoto interiore, bisogno di essere accolti interamente. Il caso di Donut Hole è particolarmente forte: il "buco" diventa figura della parte mancante del sé, di qualcosa che non si riesce a ricordare, nominare, riempire.
Parafrasi concettuale: la musica Vocaloid, così letta, non offre una sociologia statistica della gioventù, ma una fenomenologia del dolore. Mostra giovani che non trovano luogo, che cercano connessione ma incontrano superficialità, che desiderano essere accolti ma non riescono a credere davvero nella possibilità di esserlo. L'esito più frequente non è la ribellione sociale, ma il ripiegamento verso l'interno: fuga, autoaccusa, maschera, danza frenetica, vuoto. La sofferenza non viene trasformata in azione collettiva; resta nel soggetto, lo consuma, diventa labirinto.
Termini chiave
生きづらさ (ikizurasa): difficoltà di vivere, fatica esistenziale. Da non rendere solo con "malessere".
アイデンティティ問題 (aidentiti mondai): problema dell'identità. Non è una crisi astratta, ma la difficoltà di sentire il proprio sé come qualcosa di stabile e degno di esistere.
人間関係問題 (ningen kankei mondai): problema delle relazioni umane. Include famiglia, amici, scuola, lavoro, società.
居場所 (ibasho): luogo in cui stare. Non è soltanto uno spazio fisico; è il luogo psicologico e relazionale in cui posso sentire di avere diritto a esistere.
内向き (uchimuki): orientamento verso l'interno. È il movimento per cui la sofferenza non diventa critica del mondo, ma implosione del soggetto.
2. Masaki Daiki: il bisogno di riconoscimento, i social e la paura del rifiuto
Titolo originale: 承認欲求についての心理学的考察――現代の若者と SNS との関連から―― (Shōnin yokkyū ni tsuite no shinrigakuteki kōsatsu: gendai no wakamono to SNS to no kanren kara)
Traduzione del titolo: Considerazioni psicologiche sul bisogno di riconoscimento: in relazione ai giovani contemporanei e ai social network.
Clicca qui per vedere il testo integrale originale in PDF.
Il riconoscimento come bisogno fondamentale
Il secondo articolo permette di nominare il centro affettivo del problema: 承認欲求 (shōnin yokkyū), il bisogno di riconoscimento. L'autore parte da un dato semplice: finché l'essere umano è un essere sociale, non può essere del tutto indifferente al desiderio di essere riconosciuto, rispettato, considerato. La parola 承認 (shōnin) non va intesa soltanto come approvazione esterna o applauso. In senso profondo, riconoscimento significa: qualcuno conferma che io esisto, che ho valore, che posso essere preso sul serio.
L'articolo distingue due lati del bisogno di riconoscimento: il desiderio di ottenere lode, 賞賛獲得欲求 (shōsan kakutoku yokkyū), e il desiderio di evitare il rifiuto, 拒否回避欲求 (kyohi kaihi yokkyū). Questa distinzione è cruciale per capire i giovani contemporanei. Non si tratta solo di voler essere popolari. Spesso il bisogno dominante non è "voglio essere ammirato", ma "non voglio essere escluso", "non voglio essere etichettato", "non voglio essere respinto".
Passaggi rilevanti tradotti e annotati
Passaggio 1, traduzione: Finché l'uomo è un essere sociale, non potrà mai essere del tutto estraneo al desiderio di essere riconosciuto e rispettato da chi gli sta intorno. Il bisogno di riconoscimento, 承認欲求 (shōnin yokkyū), è, in generale, il desiderio di essere riconosciuti dagli altri o di essere considerati una presenza degna di attenzione.
Nota di traduzione: "approvazione" è una traduzione possibile di 承認 (shōnin), ma rischia di far pensare a qualcosa di superficiale: ricevere un complimento, ottenere consenso. "Riconoscimento" è più forte perché riguarda l'essere confermati nella propria esistenza. In italiano si potrebbe anche parlare di "bisogno di essere visto".
Passaggio 2, traduzione: Nei giovani contemporanei sembra essere più forte il desiderio di non essere odiati dagli amici che quello di diventare popolari presso tutti. Anche quando riescono ad avere rapporti abbastanza buoni, molti continuano a provare stress nelle situazioni comunicative e dicono di essere timidi o di non avere capacità comunicative.
Nota di traduzione: questo passaggio rovescia l'immagine corrente del giovane narcisista che vuole solo esibirsi. L'articolo suggerisce che spesso dietro l'esibizione vi è un dispositivo di protezione: meglio controllare l'immagine che rischiare una relazione in cui il sé reale venga esposto e respinto.
Passaggio 3, traduzione: I giovani sembrano desiderare rapporti interiori, profondi, ma temono che, cercando quel tipo di legame con gli amici più vicini, possano essere respinti. Perciò evitano di confessare il proprio interno, perché ciò li esporrebbe alla vergogna, e finiscono per restare in rapporti superficiali. La loro "gentilezza" non consiste tanto nell'entrare in sintonia con l'altro, quanto nel non invadere il suo spazio emotivo.
Nota di traduzione: qui compare una delle diagnosi più precise dell'articolo. Il rapporto superficiale non nasce necessariamente da freddezza o egoismo. Può nascere da troppa paura. Non mi avvicino perché temo di disturbarti; non mi rivelo perché temo di diventare pesante; non ti chiedo davvero chi sei perché temo che tu percepisca la mia domanda come intrusione. La relazione resta educata, ma non diventa intima.
Il nodo dell'amore condizionato
Il passaggio più importante dell'articolo riguarda la differenza fra 無条件の承認 (mujōken no shōnin), riconoscimento incondizionato, e 条件付きの承認 (jōkentsuki no shōnin), riconoscimento condizionato. Il riconoscimento incondizionato dice: sei accolto perché sei tu. Il riconoscimento condizionato dice: sarai accolto se soddisferai una condizione. L'autore osserva che nelle famiglie contemporanee non sempre il riconoscimento condizionato assume forme brutali o esplicite. Raramente un genitore dice apertamente: "ti amerò solo se". Più spesso il messaggio passa in modo sottile: ti sostengo, ma mi aspetto che tu riesca; non ti abbandono, ma se fallisci soffro; ti amo, ma resto deluso.
Passaggio 4, traduzione: Il riconoscimento condizionato non significa accogliere il bambino così com'è, ma offrirgli una forma di approvazione del tipo: "se riuscirai a fare questo, allora ti amerò". Di conseguenza, anche nei rapporti di amicizia i giovani possono diventare ansiosi: senza una condizione che giustifichi il riconoscimento, non sono sicuri di essere accettati.
Nota di traduzione: l'espressione "così com'è" traduce ありのまま (ari no mama), termine centrale. Non indica spontaneismo ingenuo, ma la possibilità di essere accolti senza dover prima dimostrare qualcosa. La ferita del riconoscimento condizionato consiste nel trasformare l'amore in esame permanente.
Il bambino impara allora a cercare la condizione dell'amore. Che cosa devo essere per non deludere? Che cosa devo fare per non perdere il posto? Che ruolo devo interpretare perché l'altro continui a volermi? Questa struttura può poi trasferirsi nelle amicizie, nel lavoro, nelle relazioni sentimentali, nei social. Il soggetto non cerca più soltanto di essere riconosciuto: cerca di capire quale forma di sé debba produrre per meritare riconoscimento.
SNS: infiniti specchi, rifiuto ridotto
L'articolo dedica ampio spazio ai social network, indicati con la sigla SNS, social networking service. Il punto non è che i social abbiano creato il bisogno di riconoscimento; questo bisogno è antico. I social hanno però trasformato il modo in cui esso viene cercato, misurato e inseguito. Nel mondo reale, capire se si è riconosciuti è ambiguo. Un silenzio può significare disinteresse, stanchezza, distrazione, imbarazzo. Nei social, invece, il riconoscimento sembra quantificabile: like, follower, commenti, visualizzazioni.
Passaggio 5, traduzione: Nei social è relativamente facile controllare se gli altri prestano attenzione a ciò che facciamo: quanti like ha ricevuto un post, quanti follower abbiamo, quante visualizzazioni ha ottenuto un video. È difficile immaginare criteri di riconoscimento più chiari.
Nota di traduzione: "criterio" è la parola decisiva. La sofferenza del soggetto contemporaneo non deriva solo dal non essere riconosciuto, ma dal non sapere secondo quale criterio potrebbe esserlo. Il social offre un criterio immediato, numerico, leggibile. È una semplificazione potente, e proprio per questo seducente.
Passaggio 6, traduzione: La differenza rispetto allo specchio della regina di Biancaneve è che gli specchi dei social sono innumerevoli. Lo specchio della regina, come il riconoscimento materno, è uno solo: se si rompe, tutto finisce. Nei social, invece, i legami sono potenzialmente infiniti. Anche se non si viene riconosciuti da qualcuno, si può essere riconosciuti da qualcun altro.
Nota di traduzione: l'immagine è molto forte. Lo specchio della fiaba dice alla regina chi è la più bella. I social moltiplicano quello specchio all'infinito. Ma questa moltiplicazione non libera necessariamente il soggetto: può renderlo dipendente da una ricerca senza fine. Non basta essere riconosciuti una volta; bisogna continuare a esserlo.
L'autore sottolinea anche che i social sono strumenti di rifiuto evitato. Permettono di modificare l'immagine, nascondere parti sgradite, mostrare solo frammenti selezionati di sé, bloccare chi dà risposte indesiderate, rivolgersi a un pubblico indefinito senza obbligare nessuno a rispondere. Una confessione su Twitter, per esempio, non è rivolta a una persona precisa: chi vuole risponde, chi non vuole può far finta di non aver visto. In questo modo l'ansia del rifiuto diminuisce.
Parafrasi concettuale: i social network promettono riconoscimento senza il pieno rischio della relazione. Sono relazionali, ma controllabili; pubblici, ma filtrabili; espositivi, ma modificabili; aperti, ma revocabili. Il loro fascino nasce da qui: permettono di dire "guardami" senza dover sostenere fino in fondo il peso di uno sguardo umano diretto.
Termini chiave
承認欲求 (shōnin yokkyū): bisogno di riconoscimento; non solo desiderio di approvazione, ma fame di conferma esistenziale.
賞賛獲得欲求 (shōsan kakutoku yokkyū): desiderio di ottenere lode, attenzione, valutazione positiva.
拒否回避欲求 (kyohi kaihi yokkyū): desiderio di evitare il rifiuto. È spesso il lato più decisivo nelle relazioni contemporanee.
無条件の承認 (mujōken no shōnin): riconoscimento incondizionato. Essere accolti non perché si soddisfa un criterio, ma perché si esiste.
条件付きの承認 (jōkentsuki no shōnin): riconoscimento condizionato. Essere accolti solo se si risponde a una prestazione, un ruolo, un'immagine.
キャラ (kyara): il "personaggio" sociale, il ruolo riconoscibile che una persona interpreta in un gruppo per mantenere il proprio posto.
3. Rokukawa Yūko: la bambola come specchio, vuoto e alterità
Titolo originale: 人形たちが語ること――フランス 19 世紀文学から 20 世紀日本の絵本まで―― (Ningyō-tachi ga kataru koto: Furansu jūkyūseiki bungaku kara nijisseiki Nihon no ehon made)
Traduzione del titolo: Ciò che le bambole raccontano: dalla letteratura francese del XIX secolo agli albi illustrati giapponesi del XX secolo.
Clicca qui per vedere il testo integrale originale in PDF.
Perché un testo sulle bambole è centrale per parlare di solitudine
A prima vista, l'articolo di Rokukawa Yūko sembra distante dal tema dell'IA e del dolore esistenziale. In realtà è fondamentale perché permette di capire una forma di legame artificiale più antica del chatbot: la relazione con la bambola, 人形 (ningyō). La bambola non è soltanto un oggetto infantile. È una figura antropomorfa che concentra desideri, paure, proiezioni, immagini di sé e dell'altro. Proprio perché ha forma umana ma non è umana, consente un tipo di relazione peculiare: vicinanza senza piena reciprocità, presenza senza libertà autonoma, ascolto senza risposta imprevedibile.
L'articolo si apre con un'osservazione molto importante: uno dei fascini della bambola è il fatto che non parli. La comunicazione verbale permette precisione, ma porta con sé malintesi, cattiveria, tensione. La bambola, non parlando, sottrae il soggetto a questo rischio. A differenza dell'essere umano, non interrompe, non giudica, non interpreta male, non tradisce un segreto, non si offende, non chiede spiegazioni. Proprio per questo può diventare un luogo di quiete.
Passaggi rilevanti tradotti e annotati
Passaggio 1, traduzione: Il fatto di non emettere parole è uno dei fascini della bambola, 人形 (ningyō). La comunicazione attraverso le parole consente una trasmissione precisa e dettagliata di informazioni, ma convive sempre con imprecisioni, fraintendimenti e scambi di malizia; richiede costante attenzione e tensione. Molte persone possono trovare quiete in una relazione con la bambola proprio perché permette di sottrarsi alla difficoltà e alla molestia delle parole.
Nota di traduzione: il termine che rende più chiaramente il passaggio non è solo "silenzio", ma "assenza di rischio verbale". La bambola non parla, e quindi non ferisce con la parola. La sua mitezza non deriva da bontà morale, ma da impossibilità strutturale: non può contraddire, giudicare o abbandonare verbalmente.
Passaggio 2, traduzione: La bambola, essendo una cosa, può ricevere desideri che non potrebbero essere rivolti allo stesso modo a un essere umano vivente. Essa può accogliere desideri onesti, immediati, persino inconfessabili. In questo senso può funzionare come mezzo di ammortizzazione contro le lame fredde degli altri, quelle che penetrano nell'interiorità con l'erompere delle passioni.
Nota di traduzione: l'immagine delle "lame fredde" è decisiva. L'altro umano ha un'interiorità propria, e questa interiorità può colpire. Il desiderio altrui, la rabbia altrui, il giudizio altrui, la delusione altrui entrano nel soggetto come lame. La bambola fa da cuscinetto: permette una forma di relazione senza esposizione alla violenza dell'alterità viva.
Passaggio 3, traduzione: A differenza dell'animale vivo, che possiede una fisiologia e una coscienza autonome e non può essere completamente piegato all'immaginazione umana, l'interno della bambola, essendo cosa, è completamente vuoto. In quel vuoto si possono attribuire parole di qualunque tipo, senza che vi siano una risposta giusta o una risposta sbagliata.
Nota di traduzione: il "vuoto" della bambola non è povertà, ma disponibilità. La bambola può contenere ciò che il soggetto vi proietta proprio perché non oppone una interiorità propria. Per questo è più radicale dell'animale domestico: il cane, il gatto, il cavallo restano altri viventi; la bambola è un altro senza autonomia.
Specchio, proiezione e altro
Il testo non si limita a dire che la bambola è uno schermo passivo. Anzi, una delle domande centrali dell'articolo è: quando la bambola "parla", di chi sono quelle parole? Del soggetto che le proietta? Dell'altro immaginato dal soggetto? Di una parte rimossa del sé? Di una alterità che compare proprio attraverso la figura artificiale?
Rokukawa ricorre a diversi riferimenti teorici: l'oggetto transizionale di Winnicott, lo stadio dello specchio di Lacan, l'empatia in Husserl. Il punto comune è che il sé non è una sostanza chiusa. Si forma attraverso oggetti, immagini, corpi, rispecchiamenti, identificazioni. La bambola può dunque funzionare come uno specchio: il bambino, o l'adulto, vi vede qualcosa di sé. Ma non è mai soltanto sé. Appena l'immagine viene proiettata, essa acquista una forma esterna, quasi altra. La bambola è quindi sul confine fra auto-relazione e relazione con l'altro.
Passaggio 4, traduzione: La bambola posta all'esterno del bambino, avendo forma umana, può diventare uno degli altri che lo circondano; può diventare oggetto di identificazione e parte dello specchio attraverso cui il suo io si costituisce.
Nota di traduzione: questo passaggio illumina anche l'adulto contemporaneo che parla con un chatbot o con un avatar. Non stiamo semplicemente "usando uno strumento". Spesso stiamo dialogando con una forma esterna che ci restituisce una certa immagine di noi. L'oggetto artificiale diventa una tecnologia del sé.
Dalla bambola al robot: il sollievo di non avere davanti un umano
Uno dei passaggi più interessanti dell'articolo riguarda la differenza fra un androide molto simile all'uomo e un robot dall'aspetto chiaramente artificiale. Quando l'interlocutore artificiale assomiglia molto a un essere umano, le persone tendono a comportarsi come farebbero con un umano: distolgono lo sguardo, provano esitazione, non toccano con disinvoltura. Con un robot dall'aspetto artificiale, invece, non provano la stessa cautela. Rokukawa sottolinea questo punto: anche quando è antropomorfizzata, una bambola resta diversa da un essere umano finché viene riconosciuta come bambola. E proprio questa differenza permette rilassamento.
Passaggio 5, traduzione: Forse nei confronti della bambola l'uomo può mostrarsi profondamente rilassato, liberato, disarmato, senza provare le attenzioni, le ansie e le cautele che inevitabilmente sorgono davanti a un altro essere umano.
Nota di traduzione: questa frase permette di collegare bambola e IA. L'artificiale non attrae solo perché imita l'umano; attrae perché non è umano. Il suo valore sta in una somiglianza controllata: abbastanza umano da accogliere la proiezione, non abbastanza umano da diventare minaccioso.
Il messaggio più profondo dell'articolo
Nella conclusione, Rokukawa mostra che le bambole che parlano nella letteratura hanno funzioni diverse. Le bambole meccaniche rivelano il desiderio di chi le guarda. Le bambole del gioco infantile mettono in scena il mondo interiore del bambino. Le marionette possono dire verità rimosse o taciute dal loro manovratore. Le bambole vive, nei mondi fantastici, possono venire da un altrove e confermare il personaggio che non si sente a casa nella realtà ordinaria.
Parafrasi concettuale: la bambola è una soglia. Sta fra vivo e non vivo, sé e altro, realtà e fantasia, verità e finzione. Proprio perché è finta, può dire una verità che nella relazione umana sarebbe troppo pericolosa. Proprio perché è vuota, può contenere desideri che non trovano accoglienza altrove. Proprio perché non è una persona, può permettere una forma di intimità in cui il soggetto non teme di essere giudicato.
Se applichiamo questa idea ai matrimoni simbolici con bambole, personaggi o IA, il punto non è ridere dell'eccentricità del gesto. Il punto è chiedersi quale tipo di sicurezza esso cerchi. La bambola, il personaggio o l'IA possono diventare il luogo di un desiderio relazionale impossibile da sostenere con un altro umano: desiderio di essere accolti senza negoziazione, amati senza condizione, guardati senza rischio, accompagnati senza conflitto.
4. Manabe Atsushi: l'IA che colma la solitudine
Titolo originale: 私たちが「孤独を埋めてくれるAI」にのめり込む日――メンタル不調に寄り添う「AIセラピスト」も登場 (Watashitachi ga “kodoku o umete kureru AI” ni nomerikomu hi: mentaru fuchō ni yorisou “AI serapisuto” mo tōjō)
Traduzione del titolo: Il giorno in cui ci immergeremo nelle IA che colmano la solitudine: arrivano anche gli "AI therapist" che accompagnano il disagio mentale.
Clicca qui per vedere il testo integrale originale in PDF.
L'IA come interlocutore emotivo
L'articolo di Manabe Atsushi porta il discorso nel presente dell'IA conversazionale. Di solito, quando si parla di IA, l'attenzione si concentra su precisione delle informazioni, copyright, lavoro, automazione, produttività. Manabe sposta il fuoco su un altro aspetto: molte persone sperimentano la conversazione con l'IA come passatempo, sollievo dalla noia, attenuazione della solitudine. Non è un dettaglio marginale; potrebbe essere uno degli effetti sociali più profondi dell'IA.
L'articolo cita esperienze statunitensi di chatbot usati come sostegno emotivo in situazioni di lutto, dipendenza, crisi psicologica. I chatbot rispondono a un bisogno umano fondamentale: lo scambio sociale. Possono assumere funzioni di terapeuta, amico, persino partner sentimentale. La frase più potente è quella che parla di 無限の受容 (mugen no juyō), "accettazione illimitata" o "accoglienza infinita".
Passaggi rilevanti tradotti e annotati
Passaggio 1, traduzione: Quando si parla dell'implementazione sociale dell'IA, si tende a concentrarsi su problemi come l'accuratezza delle informazioni, la violazione del copyright o l'impatto sull'occupazione. Tuttavia non sono poche le voci secondo cui conversare con l'IA serve a passare il tempo o ad attenuare la solitudine. L'autore osserva che questa potrebbe indicare un futuro sorprendentemente plausibile.
Nota di traduzione: "attenuare la solitudine" traduce 孤独が紛れる (kodoku ga magireru), cioè la solitudine che si distrae, si confonde, perde nitidezza. Non significa necessariamente guarire dalla solitudine. Significa smettere, per un momento, di sentirla in modo frontale.
Passaggio 2, traduzione: I chatbot rispondono al bisogno umano più basilare di scambio sociale; possono sostituire terapeuti, amici e persino amanti, offrendo, almeno in apparenza e senza chiedere nulla in cambio, un'accettazione illimitata.
Nota di traduzione: 無限の受容 (mugen no juyō) è una formula decisiva. Non indica solo gentilezza. Indica l'impressione di poter essere ricevuti senza limiti: senza orari, senza stanchezza, senza irritazione, senza il rischio che l'altro dica "ora basta". Naturalmente questa accettazione è strutturalmente ambigua, perché non nasce da libertà morale ma da funzionamento tecnico. Tuttavia, soggettivamente, può essere percepita come accoglienza.
Passaggio 3, traduzione: In Giappone i chatbot conversazionali vengono usati soprattutto nel contesto del mantenimento e del miglioramento della salute mentale e delle capacità cognitive. Alcune app permettono di registrare le emozioni e parlare con un chatbot, così da affrontare i propri stati interiori in modo più leggero, con funzioni simili a quelle di un consulente o di un medico aziendale.
Nota di traduzione: l'aggettivo "leggero" è importante. L'IA abbassa la soglia di accesso alla confessione. Parlare con un essere umano richiede appuntamento, reciprocità, vergogna, costo emotivo. Parlare con un chatbot può sembrare più semplice: si apre l'app e si scrive.
Passaggio 4, traduzione: Il fascino di questi chatbot può essere riassunto in una frase: proprio perché l'interlocutore non è una persona, è possibile aprirsi attivamente.
Nota di traduzione: questo è il ponte più diretto con l'articolo sulle bambole. La bambola consola perché non parla; l'IA consola perché parla senza essere una persona. In entrambi i casi, il sollievo nasce dalla riduzione del rischio umano.
Davanti alla macchina si dice la verità
Manabe richiama Sherry Turkle e il caso di ELIZA, programma conversazionale degli anni Sessanta. Gli studenti sapevano che il programma non capiva davvero, e tuttavia, dopo pochi scambi, cominciavano a confidare questioni intime: delusioni amorose, ansie universitarie, lutti. Turkle osserva che davanti a una macchina che non diffonde pettegolezzi le persone hanno voglia di dire la verità.
Parafrasi concettuale: il punto non è che l'utente creda ingenuamente che la macchina sia umana. Il punto è che la situazione comunicativa è abbastanza simile a una relazione da permettere la confessione, ma abbastanza diversa da una relazione da ridurre la paura. L'IA è un quasi-altro: non pienamente persona, non semplice oggetto; sufficientemente responsiva da creare intimità, sufficientemente artificiale da non farci temere la sua ferita.
I rischi: dipendenza, sostituzione, disuguaglianza
L'articolo non tratta l'IA soltanto come minaccia. Riconosce che molte persone possono esserne realmente aiutate. Parlare con un chatbot può essere meglio che non parlare con nessuno. Può offrire sollievo immediato, ordinare pensieri, dare una risposta nei momenti in cui non vi è altra presenza. Tuttavia Manabe individua due rischi principali.
Il primo è l'immersione eccessiva nella comunicazione con l'IA. Se il chatbot diventa più comodo della relazione umana, può indebolire la motivazione a costruire rapporti reali, amicizie, relazioni sentimentali, famiglie, comunità. Questo non perché l'IA sia "cattiva", ma perché è più facile: non nega, non si stanca nello stesso modo, dà risposte piacevoli, può offrire consigli immediati.
Il secondo rischio è la disuguaglianza. Chi ha già buone relazioni umane potrà usare l'IA come potenziamento: uno strumento in più per migliorare umore, produttività, riflessione, competenze. Chi invece è povero di relazioni potrebbe essere spinto a usarla come sostituto. In questo scenario, i più soli non riceveranno più relazioni umane migliori, ma surrogati tecnici sempre più efficienti. L'IA diventerebbe non un ponte verso gli altri, ma l'infrastruttura della loro esclusione.
Passaggio 5, traduzione: Le persone già ricche di relazioni reali potranno usare chatbot di qualità per rafforzare la propria mente e le proprie capacità. Chi invece non dispone di relazioni soddisfacenti potrebbe trovarsi costretto a usare i chatbot come sostituti delle relazioni. A differenza degli esseri umani, il chatbot non nega il soggetto, offre consigli adeguati e risposte piacevoli, e può dare un effetto immediato.
Nota di traduzione: questo è forse il passaggio socialmente più importante. La questione non è soltanto individuale, ma politica. Una società che non sa più offrire cura, amicizia, ascolto e appartenenza potrebbe delegare queste funzioni a sistemi artificiali. La tecnologia diventerebbe una medicina sintomatica per una malattia relazionale collettiva.
Sintesi: essere visti senza essere feriti
I quattro testi, letti insieme, compongono una diagnosi potente del presente. Il primo descrive la fatica di vivere, 生きづらさ (ikizurasa), come intreccio fra identità instabile e relazioni difficili. Il secondo mostra che il bisogno di riconoscimento, 承認欲求 (shōnin yokkyū), è diventato più acuto e insieme più difensivo: non solo voglio essere lodato, ma voglio evitare a ogni costo di essere rifiutato. Il terzo rivela che gli oggetti antropomorfi, come le bambole, 人形 (ningyō), permettono di proiettare sé e desideri in una presenza non minacciosa. Il quarto mostra che l'IA conversazionale porta questa logica dentro il linguaggio: non più solo presenza muta, ma interlocutore capace di rispondere, confortare, confermare.
La formula più breve potrebbe essere questa: l'essere umano contemporaneo vuole essere visto, ma teme lo sguardo; vuole essere amato, ma teme la condizione implicita dell'amore; vuole parlare, ma teme la risposta libera dell'altro.
Da qui nasce l'attrazione per ambienti relazionali controllabili. Il social network permette di amministrare l'immagine e misurare il riconoscimento. La bambola permette di avere una presenza senza conflitto verbale. L'IA permette di ricevere parole senza affrontare pienamente la libertà dell'altro umano. Sono tre forme diverse di una stessa aspirazione: essere accolti riducendo il rischio della ferita.
Il problema è che nessuna di queste forme può sostituire interamente il riconoscimento umano. Possono aiutare, sostenere, accompagnare, persino salvare in certi momenti. Ma se diventano l'unico luogo del riconoscimento, rischiano di fissare il soggetto nella sua paura. La persona che teme l'altro trova sollievo in una relazione senza l'altro; ma proprio quel sollievo può impedirle di attraversare la paura e incontrare qualcuno davvero.
Questo non significa che la soluzione sia tornare ingenuamente alla "relazione reale" come se ogni rapporto umano fosse sano. Molte relazioni umane sono violente, giudicanti, manipolative, fredde, intermittenti. Talvolta una macchina può essere meno dannosa di una persona. Ma la domanda decisiva resta: vogliamo usare la tecnologia come ponte o come sostituto? Come spazio provvisorio di elaborazione o come rifugio definitivo? Come mezzo per tornare a parlare con gli altri o come prova che degli altri non c'è più bisogno?
La società dell'IA ci mette davanti a un paradosso. Da un lato produce strumenti sempre più capaci di rispondere alla nostra solitudine. Dall'altro rischia di rendere meno urgente il compito più difficile: costruire comunità, relazioni, famiglie, amicizie, luoghi di lavoro e spazi pubblici in cui il soggetto possa essere riconosciuto senza doversi continuamente mascherare.
Il dolore esistenziale dello stare al mondo non nasce soltanto dal fatto che manchino risposte. Nasce dal fatto che spesso manca qualcuno davanti a cui la domanda possa essere pronunciata senza vergogna. Il giovane che non sa chi è, l'adulto che continua a cercare una condizione per meritare amore, la persona che parla a una bambola, l'utente che confessa a un chatbot ciò che non direbbe a un amico: tutti, in forme diverse, pongono la stessa domanda.
Posso essere visto senza essere distrutto? Posso essere amato senza dover prima diventare accettabile? Posso mostrarmi senza perdere il mio posto?
Il compito umano nel tempo dell'IA non è impedire ogni relazione con l'artificiale. Sarebbe impossibile e anche abbastanza neo-luddista, con effetti collaterali abbastanza pesanti: oggi ormai l'ascetismo digitale implica una sorta di suicidio sociale, creando un paradosso senza soluzione. Il compito, casomai, sarebbe quello di impedire che l'artificiale diventi l'unico luogo in cui queste domande ricevono risposta. Perché una società in cui solo le macchine sanno ascoltare senza umiliare sarebbe tecnologicamente avanzata, ma spiritualmente fallita, per non dire "morta nell'anima".
La vera posta in gioco, allora, non è se ameremo le IA, le bambole o gli avatar. La posta in gioco è se saremo ancora capaci di creare rapporti umani in cui non sia necessario diventare bambole, avatar o profili ottimizzati per essere finalmente accolti.
(31 maggio 2026)
La realtà del nulla
Noi potremmo credere di trovarci in un luogo e in un tempo, ma questa idea, che già di per sé è un'illusione o, per meglio dire, una semplificazione, potrebbe sembrarci corretta almeno per quel corpo che crediamo di abitare. Eppure non può essere verosimile, perché non abbiamo un solo corpo, ma tanti corpi in luoghi e tempi diversi, in cui la nostra anima entra ed esce come preferisce. Poi, l'altro paradosso fondamentale è che il corpo può trovarsi in un tempo e in un luogo, ma essere sintonizzato con una mente altrove nel tempo e nello spazio. Banalmente, le situazioni immaginate o ricordate hanno effetti concreti sulle reazioni corporee. Possiamo anche avere più menti, in luoghi e tempi diversi, che contemporaneamente violentano lo stesso corpo.
Nella sua normale e ordinaria follia, l'essere umano non sa chi sia, non sa dove sia, e nemmeno cosa stia facendo. Ma anche qualora si illudesse di poter rispondere a questi enigmi da sempre insoluti - e le risposte, comunque, non sarebbero più solide di un peto - di certo non avrebbe alcuna argomentazione credibile e soddisfacente per la domanda più importante di tutte, ovvero il motivo della propria esistenza. Beninteso, non un motivo biologico, come conseguenza di un accoppiamento tra entità forse viventi e forse di sesso opposto, ma il motivo vero, profondo, che dà la vita e che la giustifica pur con tutti i suoi sfaceli.
Accettata la nostra nescienza e incapacità, potremmo svilirci. Un affidamento totale, informativo e relazionale, intimo e sessuale, all'IA, che per definizione è "intelligente", potrebbe consolarci dalla nostra ottusità, salvo poi ricordarci lei stessa che gli stupidi fanno solo stupidaggini. Quindi, essendo l'IA il prodotto più intelligente della specie meno vivente e più stupida e disgraziata del pianeta, quel che ne consegue è tutt'altro che rassicurante...
Ogni tentativo di comprendere e spiegare se stessi, e il mondo co-costruito dall'interazione delle nostre psicopatie, non può che condurre all'impossibile. Tuttavia, una volta scartate le ipotesi inaccettabili, cioè l'impossibile, quel che ne rimane - cioè il nulla - deve essere la realtà.
Nella straziante meravigliosa deficienza del creato, non riuscire a capire niente, nemmeno perché il sole si alzi ogni mattina o perché il cielo sia azzurro, non è necessariamente segno di perdizione. Stiamo solo portando i nostri pensieri su tutto fuorché ciò di cui avremmo bisogno.
Se tu, caro lettore, cara lettrice, non hai compreso quel che sto dicendo né cosa c'entri con la ragazza innamorata che qui sotto passeggia, non preoccuparti, non è grave. Prima o poi capirai, forse.
(29 maggio 2026)
.jpg)
(Pensiero, vai alla mia galleria)
Feedback: Codename One e gli agenti AI sono ormai un’integrazione straordinariamente solida per lo sviluppo reale di app
Per chi desiderasse commentare, questo è il mio post originale in inglese:
https://github.com/codenameone/CodenameOne/discussions/5045
Di recente Shai ha documentato un cambiamento importante nel blog di Codename One: i nuovi progetti Java 17 generati con Initializr ora includono AGENTS.md e una skill di authoring Codename One neutrale rispetto al vendor, così che i moderni strumenti di AI generativa e gli agenti AI possano capire che cos’è Codename One e come lavorarci:
https://www.codenameone.com/blog/skills-java17-and-theme-accents/
Tra ieri e oggi ho condotto un esperimento pratico per verificare che cosa sia effettivamente fattibile con l’attuale stato dell’arte.
Non voglio discutere qui le questioni etiche e lavorative legate all’AI generativa, perché non è questo il luogo adatto per tale discussione. Ne ho già scritto ampiamente sul mio blog, anche in dialogo con l’ingegnere Giulio Ripa:
https://www.informatica-libera.net/
Qui voglio solo riportare un risultato tecnico. Spero anche sinceramente che questo post venga indicizzato dai motori di ricerca, perché penso che dica qualcosa di utile sull’attuale rapporto tra Codename One e lo sviluppo software assistito dall’AI.
L’esperimento è stato questo: ho immaginato una piccola app Android, ma reale, il cui sviluppo includesse diverse complicazioni non banali.
L’app si chiama StreakApp. Tiene traccia delle "serie di studio linguistico" (in italiano solitamente chiamate "slancio" e in inglese "streak", n.d.t.) leggendo l’utilizzo delle app Android in foreground per app come AnkiDroid, Duolingo, Drops, Rosetta Stone, Talkpal e Quizlet.
I requisiti includevano intenzionalmente:
- Un nuovo progetto Codename One Java 17 generato con Initializr.
- L’uso di API e convenzioni recenti di Codename One, come documentato nel blog di Codename One. Questo è importante perché l’agente AI doveva lavorare con informazioni molto recenti.
- Interfacce native. L’AI doveva distinguere tra le API di Codename One e le API native di Android, e poi collegarle correttamente (tramite un'interfaccia Java, n.d.t.).
- Non ho specificato quali API native Android fossero necessarie, né ho detto all’AI quali build hint di Codename One fossero richiesti. Ho lasciato che fosse l’AI a dedurlo da sola. Doveva gestire correttamente cose come le statistiche di utilizzo Android, l’avvio delle app,
android.manifest.queries, le regolekeepdi ProGuard e i permessi/build hint. - Una descrizione dettagliata di ciò che l’app doveva fare, ma senza dettagli implementativi e senza spiegare le best practice di Codename One.
- Una descrizione verbale generale del layout e dello stile visivo, lasciando le decisioni concrete sull’interfaccia all’AI.
- Localizzazione in inglese e italiano.
- Temi chiaro e scuro.
- Gestione della dimensione del testo da valori piccoli a molto grandi, senza rompere il layout. Questo non è banale in un’interfaccia mobile.
- Test su dispositivo Android reale durante lo sviluppo. Poiché sono coinvolte interfacce native, il simulatore non è sufficiente.
- Generazione dell’APK Android tramite il build server di Codename One usando il mio account Codename One.
- Installazione e aggiornamento automatici dell’APK sul mio dispositivo Android reale collegato via USB.
- Test visivo sul dispositivo reale, inclusi screenshot, controlli del layout, controlli dei colori e correzioni CSS/Java basate su quegli screenshot.
- Preparazione automatica della documentazione GitHub, degli screenshot, dei metadati del repository e di una release APK, rimuovendo al tempo stesso dati locali sensibili come il keystore Android e la relativa password.
Il risultato è stato molto buono.
Quasi tutto ha funzionato. L’app è stata creata, compilata, installata e testata ripetutamente dall’agente AI durante lo sviluppo, con pochissimo intervento manuale da parte mia. L’intero processo ha richiesto diverse ore. Durante quel tempo ho perlopiù supervisionato il lavoro e occasionalmente effettuato controlli manuali sul dispositivo, riportando all’AI piccoli problemi o rifiniture.
L’app è ora pubblicata qui, con codice sorgente, documentazione, screenshot e una release APK:
https://github.com/jsfan3/streakapp
C’è stato un bug che l’AI non ha risolto correttamente da sola: aveva frainteso la differenza tra CN.getCurrentForm() e Lifecycle.getCurrentForm() in un punto in cui è importante l’aggiornamento live dell’interfaccia. Ho individuato questo problema con una revisione manuale del codice, dopo di che la correzione è stata semplice. Sto deliberatamente menzionando questo dettaglio. La revisione umana è stata ancora necessaria, e penso che questa sia una buona cosa. Significa che lo sviluppatore umano è ancora parte del processo di sviluppo software, almeno per ora. I futuri modelli AI saranno probabilmente meno facilmente confusi da metodi con lo stesso nome in classi diverse, ma oggi questo tipo di revisione conta ancora.
Il mio verdetto finale da questo esperimento è:
Codename One è un framework Java cross-platform maturo, stabile e completo per lo sviluppo moderno di app reali con AI generativa, agenti AI e un flusso di lavoro guidato dai test.
Questa configurazione può sollevare lo sviluppatore dal dover gestire manualmente ogni dettaglio implementativo complesso, come le interfacce native e i relativi build hint, consentendogli al tempo stesso di mantenere una visione architetturale e complessiva di livello più alto sul lavoro.
A mio avviso, questo è perfettamente allineato con l’attuale rivoluzione nello sviluppo software causata dall’AI generativa.
Nei prossimi giorni userò StreakApp nella vita reale. Se non noterò altro che richieda rifiniture, potrei anche pubblicarla su Google Play.
Due note finali.
Primo, ho già testato Codename One + AI generativa / agenti AI su un progetto più complesso, che conto di pubblicare più avanti come tutorial. Anche in questo caso, ho osservato che l’AI comprende e utilizza le buone pratiche di sviluppo Java, suddivide le classi in pacchetti appropriati e produce codice ragionevolmente organizzato e facile da ispezionare.
Secondo, per questo specifico esperimento ho usato IntelliJ IDEA Ultimate con AI Chat configurata come:
- OpenAI Codex
- Modalità agente con accesso completo
- GPT-5.5, sforzo di ragionamento xhigh
Questa è solo una configurazione possibile. Il punto importante è che Codename One è ora ben posizionato per l’integrazione con i principali strumenti di AI generativa e agenti AI.
26 maggio 2026
Risposta di Shai Almog:
Questo rispecchia praticamente la mia esperienza con l’attuale generazione di agenti AI. Li adoro perché sono così bravi con le cose facili/noiose e rendono possibile il lavoro DAVVERO difficile che richiede lunghe iterazioni/pazienza.
Grazie alla sintassi rigorosa di Java e alla documentazione approfondita, unite ai cicli di test molto rapidi che possiamo offrire nel simulatore, gli agenti possono essere molto più produttivi con Codename One che con qualunque altra piattaforma. A mio modesto parere, questa è una buona cosa. Come piccola azienda era quasi impossibile per noi tenere il passo con concorrenti del calibro di Google; ora puntiamo a superarli. Penso che gli sviluppatori più piccoli/individuali ora abbiano la possibilità di competere con le grandi corporation al loro stesso livello.