Avviso ai lettori

Translate this articleSpeak this article

Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.628 articoli, per un totale di 1.484.729 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 16 giugno 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

La natura del desiderio

Translate this articleSpeak this article

In questa esistenza, la felicità è un sogno dentro un sogno: effimera, precaria, breve, subito dimenticata. La sofferenza, invece, è un’erba infestante onnipresente, anche se spesso facciamo finta di non vederla. Inventiamo mille follie per estirparla, ma nessuna funziona.

Soldi e lavoro, amore e famiglia, titoli e onori, un corpo che attiri e, magari, anche una salute decente sono le più note cure palliative per il mal di vivere. Così, nei giorni infelici che si susseguono, alcuni riusciranno a stare un po’ meglio, almeno provvisoriamente, ma la maggioranza di noi no, perché le cure che ho elencato dipendono quasi completamente dalla buona fortuna, dalle circostanze favorevoli e dall’età, e solo in minima parte dal proprio impegno, anche se virtuoso e costante, o dalla propria intelligenza ed erudizione. Anzi, tanto vale ammettere francamente che è più facile trovare felicità tra i pazienti anziani di una RSA, affetti da demenza, grave amnesia e invalidità fisiche, che tra persone giovani, colte, belle e intelligenti.

Oltre al mal di vivere, poi, c’è anche la paura della morte, che sembra accomunare tutte le creature senzienti. Persino un verme che sa solo strisciare ha paura di essere ucciso, a maggior ragione questo vale per noi. La società è sempre più violenta e imbarbarita, così come la percezione di vivere in un tempo terminale e apocalittico è sempre più radicata nelle nostre coscienze. Se a questo aggiungiamo l’incertezza di fondo che a un nostro respiro possa seguirne un altro, ecco che allora le strategie per esorcizzare la morte sono più delle stelle in cielo.

Così, nel sottobosco più oscuro delle nostre società iper-tecnologiche e iper-scientiste, troviamo ritualità così indecenti che le parole non possono bastare per esprimerne lo schifo e la brutalità. Questo vale sia per il popolino, sia e soprattutto per la classe dirigente. A dimostrazione del fatto che tutto cominci dal vendersi l’anima al diavolo, basterebbe notare che solo chi è rimasto senza anima è continuamente alla ricerca dell’amrita, cioè della vita eterna. Gli altri, quell’esigua minoranza di persone consapevoli di “essere un’anima” in un corpo temporaneo, non si pongono neppure il problema, e non hanno bisogno di sciogliere nell’acido i corpi delle bambine da loro seviziate o di trafugare ossa in un cimitero per farci saponette e candele.

Al di là di queste perversioni richieste come prezzo per la falsa promessa di soldi, fama, sesso, potere e vita eterna, rimane il fatto che la natura della vita è il “desiderio”, e solo un “essere desiderante” può dirsi vivente. L’appagamento dei desideri, spesso intrecciati e sovrapposti ai bisogni, è ciò che comunemente, ed erroneamente, intendiamo come felicità. Parlare dei propri desideri, o della propria felicità, significa allora esprimere ciò che, nonostante tutto, ci spinge a vivere.

Il desiderio è un demone che ci dà un orientamento e qualche motivo per “esistere”. In realtà non ci spiega né “perché” esistiamo, né “chi siamo”: è solo una bussola che a noi appare rotta, ma il cui ago, come le nostre follie, potrebbe obbedire a un ordine che non comprendiamo. Nessuno di noi sa che cosa sia la “realtà”, ciò nonostante la distinzione tra realtà e desiderio è quanto di più chiaro ci sia: la loro distanza è la misura della nostra sofferenza.

Mentre la felicità è sovente associata, per lo meno istintivamente, al bene, alla giustizia e all’amore ricambiato, e quindi ad un mondo che non c’è, la sofferenza è quasi sempre vissuta come una conseguenza del male subito, dell’ingiustizia, dei bisogni non soddisfatti e dei desideri non appagati. Tuttavia, se domandassimo a ciascun essere umano che cosa siano il bene e il male, la giustizia e l’ingiustizia, l’amore e il non-amore, otterremmo più risposte diverse, anche dalle stesse persone, di quante siano le gocce d’acqua nel mare. Siamo infatti prigionieri di una realtà allucinata in cui ognuno si crea il proprio piccolo mondo, che spesso è difficile da condividere, e quasi sempre è percepito come estraneo ai propri desideri.

Così, i giorni si susseguono, e la sofferenza continua ad accumularsi.

Esiste però un modo di vivere alternativo, tutt’altro che spontaneo, perché significa trasformare ogni attimo vissuto in un momento di consapevolezza e di introspezione. L’alternativa a cui mi riferisco è quella di dimorare nella realtà, anziché nei desideri, che comunque continueranno a sorgere in un lavorio mentale senza fine. Accettare tutto questo non è complicato: significa semplicemente, ogni volta che sorge un desiderio, cioè ad ogni respiro, rispondere interiormente con un “Rinuncio!”.

Beninteso, la rinuncia che possiamo praticare non è al desiderio in sé, perché altrimenti saremmo senza vita, ma al tentativo di appagarlo, perché, nella “quasi” totalità dei casi, la realtà ci impone questa resa. L’ordine interiore di rinuncia è liberatorio, è l’inizio della pace interiore. Ciò implica anche accettare che “la realtà è giusta così com’è”, quindi rinunciare anche alla pretesa che debba minimamente adeguarsi ai nostri desideri. Ciò equivale a smetterla di dire a Dio ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male, e ciò che deve fare. Uscire da questa bestemmia continua è davvero liberatorio. Non lo dico in senso confessionale e neppure potrei, ma solo in senso pragmatico.

Altrimenti, si rimane in guerra permanente con il mondo e con se stessi, in un inferno di incessante sofferenza. In questa lotta vince sempre e comunque la realtà, non il desiderio, salvo quei rari e passeggeri casi, inafferrabili come sogni, in cui coincidono.

(16 giugno 2026)

Agentività umana e IA (di Paul Trafford)

Translate this articleSpeak this article

Traduzione italiana autorizzata dell’articolo Human Agency and AI di Paul Trafford. Le note tra parentesi quadre sono del traduttore.

(Aggiornato il 4 giugno 2026 con paragrafi aggiuntivi sull’agentività mentale)

È passato un anno dal mio ultimo post, nel quale raccontavo di aver messo a confronto l’intelligenza umana e quella delle macchine a partire da alcune riflessioni sulla quiete. Dopo aver ritirato il mio articolo dalla valutazione per il numero speciale del JSRE, in seguito ho avuto un articolo più breve su questo tema incluso nel numero 78 di De Numine, la rivista dell’Alister Hardy Trust.

Dopo il mio ultimo post, tramite il mio profilo Academia mi sono arrivati decine di inviti a proporre contributi per conferenze, tutti riguardanti l’IA. I temi principali annunciati includono informatica, ingegneria, elaborazione dei segnali e delle immagini, tecnologie wireless e mobili, gestione di database, big data, Internet delle cose e così via. Eppure, nello stesso periodo, non ho ricevuto alcun invito relativo al mio contributo di gran lunga più consultato, che riguarda l’etica buddhista. Questo è un segno dell’attenzione febbrile e dispersiva riservata all’IA, spesso a scapito di quasi tutto il resto.

I media generalisti stanno riportando un aumento delle paure esistenziali, da quelle immediate, come l’incertezza lavorativa, fino alle implicazioni di lungo periodo per l’umanità. Questo concentra l’attenzione sulle qualità distintive dell’essere umano, ma trovo che la risposta del mondo accademico tenda ad assumere una prospettiva materialista e a impantanarsi negli aspetti giuridici. Molto più centrata è l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas: Sulla salvaguardia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale.

La lettera del Papa si sofferma soprattutto sugli aspetti sociali e sul bene comune, rispecchiando naturalmente le preoccupazioni di un’istituzione. Qui assumo invece una prospettiva buddhista, più focalizzata sull’individuo. Uscendo dalla quiete, desidero nuovamente mettere in evidenza sei caratteristiche dell’agentività umana:

  • avvio intenzionale [ārabbha-dhātū]
  • spinta in avanti [nikkama-dhātū]
  • sforzo applicato [parakkama-dhātū]
  • fermezza [thāma-dhātū]
  • perseveranza [ṭhiti-dhātū]
  • adoperarsi [upakkama-dhātū]

[L’originale inglese di Paul Trafford usa “initiation”, “exertion”, “making effort”, “steadfastness”, “persistence” e “endeavouring”. Le rese italiane qui adottate sono interpretative: cercano di mantenere distinti i sei elementi, evitando che in italiano confluiscano tutti in “sforzo”, “impegno” o “perseveranza”.]

La fonte è l’Attakārī Sutta: Colui che agisce da sé, AN 6.38, in una traduzione inglese dal pāli pubblicata su Access to Insight.

A titolo di esempio, immagina di iscriverti alla Maratona di Londra. Saltiamo direttamente al giorno della gara e alla corsa stessa.

  • avvio intenzionale: quando lo starter spara il colpo di partenza, tu rispondi e decidi di cominciare a muoverti;
  • spinta in avanti: ti proietti in avanti e inizi a muovere le gambe;
  • sforzo applicato: acceleri fino alla tua normale velocità di corsa e assumi la tua postura abituale;
  • fermezza: mantieni un’andatura e un ritmo costanti e cominci a macinare chilometri;
  • perseveranza: ti stanchi e inizi ad avere dolori, ma continui;
  • adoperarsi: “incontri il muro”, ma assumi liquidi energetici, ti riposi per un po’ e poi continui, determinato ad arrivare al traguardo.

Completi la gara e provi un’intensa soddisfazione per il risultato; il senso di appagamento personale è immenso, oltre alla gioia di aver raccolto fondi per l’ente benefico che sostieni.

L’esempio riguarda principalmente l’agentività fisica, anche se, nel contesto più ampio della preparazione e dell’allenamento, coinvolge anche azioni di parola e di mente. Queste attività sono permeate dall’ambiente digitale pervasivo, con molte interazioni online: iscriversi, fare acquisti, cercare ispirazione e consigli sui social media.

Prepararsi per una maratona e parteciparvi è di solito qualcosa di fortemente motivato e focalizzato, che rafforza l’agentività e accresce la fiducia nell’affrontare le sfide della vita. Ma vale lo stesso per altri aspetti di uno stile di vita normalmente molto impegnato? Quando siamo online o collegati a dispositivi digitali, dobbiamo essere particolarmente vigili sugli aspetti mentali e stare attenti a non farci trascinare dalla corrente.

  • Prendiamo noi stessi le decisioni?
  • Affrontiamo i compiti con prontezza, o li rimandiamo?
  • Riflettiamo fino in fondo?
  • Valutiamo le cose nel lungo periodo oltre che nel breve?
  • Siamo disposti a dedicarvi ore in più per risolvere i problemi?
  • Siamo pronti a un’interruzione di corrente?
  • Abbiamo un piano B?
  • Che cosa abbiamo imparato davvero?
  • Siamo capaci di fermarci e portare la mente alla pace e alla quiete?
  • Siamo appagati?

Oppure siamo inquieti, e deleghiamo sempre più compiti a un altro agente, l’IA generativa, nella speranza che risolva i nostri problemi? Data la natura onnicomprensiva di questa tecnologia, il suo impatto nocivo sul funzionamento cognitivo potrebbe essere enorme. Potrebbe compromettere l’agentività umana a tal punto da renderci poco più che automi.

Invece di accettare ciecamente l’ultima e più mirabolante promessa digitale, dovremmo sempre chiederci: ne abbiamo davvero bisogno? In positivo, possiamo prendere ciascuna delle sei caratteristiche elencate nell’Attakārī Sutta e chiederci semplicemente, rispetto a qualsiasi tecnologia proposta: è probabile che questa tecnologia rafforzi o indebolisca l’agentività umana? Per mettere meglio a fuoco la questione, poniamoci queste domande supponendo che la tecnologia venga rimossa dopo un certo periodo. Che cosa ci rimane?

Discuto ulteriormente questi temi nel mio breve libro Buddhism and Computing: How to Flourish in the Age of Algorithms e nel mio articolo Cultivating sīla Online: the use of Cognitive Interventions in Systems Design.

(traduzione pubblicata il 12 giugno 2026)

Chi sono io per giudicare?

Translate this articleSpeak this article

Un uomo pieno di dubbi andò un giorno a trovare un saggio.

Non era vecchio, ma aveva lo sguardo stanco di chi ha osservato troppo a lungo il mondo e se stesso. Aveva visto persone condannare altre persone con grande sicurezza. Aveva visto folle intere dividersi in tribunali improvvisati, dove ciascuno si sentiva giudice, testimone e vittima. Aveva visto parole diventare pietre, opinioni diventare sentenze, ferite diventare ideologie.

Ma ciò che più lo turbava non era soltanto la durezza degli altri. Era il sospetto che quella stessa durezza potesse abitare, almeno in parte, anche dentro di lui.

Quando fu davanti al saggio, si inchinò leggermente e disse:

“Maestro, c’è una frase che sento ripetere spesso: Chi sono io per giudicare? Alcuni la usano per dire che non bisogna distinguere più nulla, che tutto si equivale, che nessuno può dire cosa sia bene e cosa sia male. Altri la liquidano come una frase debole, quasi un invito all’indifferenza. Io non so più cosa pensare. Che cosa significa davvero?”

Il saggio rimase in silenzio per qualche istante. Poi rispose:

“Prima di chiederti se puoi giudicare un altro uomo, chiediti da quale luogo interiore nasce il tuo giudizio. Può un folle giudicare un altro folle? Può uno stolto etichettare come imbecille un altro stolto? Questa non è una domanda fatta per umiliare l’essere umano, ma per ricordargli la sua condizione.

Viviamo in un mondo in cui sparare sentenze sugli altri è diventato quasi un riflesso naturale. Molto meno diffusa, invece, è la critica rivolta a se stessi. Non parlo di una critica svalutante, di quel disprezzo di sé che nasce da ferite, condizionamenti o sensi di colpa. Parlo di una critica più sobria, più limpida: quella che nasce dalla consapevolezza dei limiti inevitabili della propria mente e del proprio cuore.

Ogni essere umano giudica. Giudica il tono di una voce, una scelta, un comportamento, una parola detta male, una promessa tradita, un gesto di arroganza, una viltà mascherata da prudenza. La mente giudica continuamente, spesso prima ancora che la coscienza se ne accorga.

Ma il problema non è solo il fatto di giudicare. Il problema è il luogo da cui si giudica.

Si può giudicare da uno spazio di chiarezza, oppure da una ferita. Si può cercare la verità, oppure cercare una posizione di superiorità. Si può voler comprendere, oppure dividere il mondo in buoni e cattivi per trovare, possibilmente, un posto tra i buoni.

La frase Chi sono io per giudicare? è potente non perché cancelli ogni discernimento morale, ma perché interrompe la presunzione. È una frase che taglia alla radice l’arroganza spirituale, morale e intellettuale. Non dice: tutto è uguale. Non dice: ogni comportamento va bene. Non dice: non esistono azioni dannose, crudeli, meschine o distruttive.

Dice piuttosto: prima di trasformarti in tribunale, ricordati chi sei.

E chi è l’essere umano?

È una coscienza parziale. Una mente attraversata da ignoranza, desiderio, paura, attaccamento, avversione. È qualcuno che spesso non conosce interamente neppure se stesso; come potrebbe, allora, pretendere di conoscere fino in fondo l’abisso di un altro?

Può vedere un gesto, una parola, una conseguenza. Può riconoscere un danno. Può dire: questo comportamento ferisce, questo avvelena, questo distrugge fiducia, questo umilia, questo tradisce la dignità. Ma può davvero conoscere fino in fondo il cuore da cui quel gesto è nato? Può conoscere la storia completa di una persona, le sue ferite, le sue illusioni, il suo grado di libertà, la sua paura, la sua ignoranza, la sua disperazione?

Nella tradizione cristiana c’è un insegnamento molto severo sul giudizio. Non giudicate, si dice nei Vangeli. Ma sarebbe superficiale interpretarlo come un invito all’indifferenza morale. Il punto non è smettere di distinguere il bene dal male. Il punto è smettere di occupare interiormente il posto di Dio.

E Dio, per chi non abita quella fede in senso confessionale, può essere compreso anche come il simbolo di uno sguardo assoluto: lo sguardo dell’amore che vede tutto e, proprio perché vede tutto, non ha bisogno di odiare. Lasciare che sia Dio a giudicare, allora, può voler dire lasciare che sia l’amore — non il rancore, non la vendetta, non il bisogno di superiorità — a guidare il nostro rapporto con gli altri.

Questo non significa diventare ingenui. L’amore non è cecità. La compassione non è complicità. La misericordia non consiste nel fingere che il male non esista.

Ci sono comportamenti che vanno nominati con chiarezza. Ci sono parole che feriscono, azioni che abusano, scelte che corrompono, abitudini che avvelenano l’anima. Ci sono situazioni da cui bisogna allontanarsi, confini da porre, responsabilità da chiedere, verità da difendere.

Ma si può condannare un comportamento senza trasformare il cuore in una prigione d’odio. Si può dire "questo è sbagliato" senza aggiungere interiormente "tu sei sbagliato, tu sei cattivo, tu sei il male". Si può proteggere se stessi senza desiderare la distruzione dell’altro. Si può riconoscere il veleno senza diventare velenosi.

Questa è la distinzione decisiva: discernere non è condannare.

Discernere è vedere con lucidità ciò che nutre e ciò che consuma, ciò che libera e ciò che incatena, ciò che apre il cuore e ciò che lo indurisce.

Condannare, nel senso più oscuro del termine, è invece fissare l’altro dentro un’etichetta definitiva. È ridurlo al suo errore, alla sua caduta, alla sua ombra. È dire: tu sei questo, e non sarai mai altro.

Ma chi può decidere che un essere umano coincida per sempre con il suo momento peggiore?

Questa domanda non assolve tutto. Non cancella la responsabilità. Non impedisce la giustizia. Non chiede alle vittime di sorridere ai carnefici, né pretende che il dolore diventi immediatamente perdono. Sarebbe un’altra forma di violenza.

Ci sono ferite che richiedono tempo, distanza, protezione, silenzio. Ci sono torti che non possono essere liquidati con una frase spirituale. Ci sono persone da cui è necessario allontanarsi, non per odio, ma per salvare ciò che in noi rischia di essere distrutto.

Eppure, anche quando non si può perdonare, si può forse cominciare a osservare l’odio senza alimentarlo. Si può riconoscere il rancore come una fiamma che pretende di bruciare l’altro, ma intanto consuma la nostra casa interiore. Si può vedere che il giudizio separativo, quello che gode della caduta altrui, quello che prova piacere nel disprezzo, non rende più giusti: rende più duri.

Anche chi sbaglia è, a suo modo, dentro la sofferenza. Non perché ogni errore sia scusabile. Non perché ogni colpa debba essere minimizzata. Ma perché nessuno genera distruzione da una mente veramente libera, luminosa, pacificata. L’odio nasce dall’ignoranza. La crudeltà nasce dalla separazione. L’arroganza nasce spesso dalla paura.

Questo non elimina la responsabilità. Cambia però la qualità dello sguardo.

Forse Chi sono io per giudicare? significa allora: chi sono io per aggiungere oscurità all’oscurità? Chi sono io per credere che il mio disprezzo migliori il mondo? Chi sono io per pensare che l’altro sia soltanto il suo errore, mentre io chiedo di essere considerato più vasto delle mie cadute?

C’è una forma di giudizio che sembra giustizia, ma è solo narcisismo morale. La si riconosce quando l’errore dell’altro dà un segreto sollievo. Quando la sua incoerenza permette di non guardare la propria. Quando la sua colpa diventa il paravento dietro cui nascondere la propria confusione.

In quei momenti, la domanda ritorna come un serio ammonimento:

Chi sono io per giudicare?

Non per tacere davanti al male. Non per sospendere la coscienza. Non per rinunciare alla verità.

Ma per purificare la sorgente da cui nasce il giudizio.

Perché si può parlare da molti luoghi interiori. Si può parlare dall’orgoglio, dalla paura, dall’invidia, dalla frustrazione, dal desiderio di punire. Oppure si può tentare, almeno tentare, di parlare da uno spazio più ampio: uno spazio in cui la lucidità non ha bisogno dell’odio, la fermezza non ha bisogno della crudeltà, la verità non ha bisogno dell’umiliazione.

Forse è questo il punto: non smettere di vedere, ma imparare a vedere senza separare. Non smettere di distinguere, ma distinguere senza disprezzare. Non smettere di denunciare ciò che è distruttivo, ma farlo senza consegnare il cuore al rancore.

Chi sono io per giudicare? non è una resa. È una disciplina.

È la pratica difficile di ricordare, proprio nel momento in cui l’altro appare più colpevole, che anche noi siamo fragili, condizionati, incompleti. Anche noi abbiamo ferito. Anche noi ci siamo raccontati menzogne. Anche noi abbiamo cercato giustificazioni per ciò che, visto con maggiore onestà, non era giustificabile.

L’umiltà non chiede di smettere di discernere. Chiede di discernere senza dimenticare la comune fragilità. Chiede di non trasformare la verità in un’arma per sentirsi superiori. Chiede di lasciare che, alla radice delle parole e dei gesti, non ci sia il piacere della condanna, ma il desiderio della liberazione.

Liberazione da ciò che avvelena. Liberazione dall’ignoranza. Liberazione dall’odio. Liberazione, anche, da quel giudice interiore che costruisce tribunali per non vedere la propria paura.

Forse non si può impedire alla mente di giudicare. Ma si può osservare il giudizio mentre nasce. Si può chiedergli da dove viene. Si può domandare se stia servendo la verità o l’ego. Si può scegliere di non nutrire il disprezzo. Si può ricordare che ogni essere umano è più grande della sua ombra, anche quando quell’ombra fa male.

E allora, davanti all’errore dell’altro, davanti alla sua miseria, davanti persino alla sua colpa, ci si può fermare un istante prima della sentenza definitiva.

Non per dire che tutto va bene.

Ma per lasciare che l’ultima parola non sia dell’odio.

Per lasciare che l’ultima parola, se deve esserci, appartenga all’amore.”

Il discepolo rimase a lungo in silenzio.

Non perché avesse capito tutto, ma perché quelle parole avevano spostato qualcosa dentro di lui. Sentiva che non gli era stato chiesto di diventare cieco davanti al male, né debole davanti all’ingiustizia. Gli era stato chiesto qualcosa di più difficile: restare lucido senza diventare duro, restare fermo senza diventare crudele, restare vero senza smettere di amare.

Si inchinò al saggio e disse:

“Maestro, credo di comprendere. Non devo rinunciare al discernimento, ma devo custodire il cuore dal veleno della condanna. Non devo smettere di vedere ciò che ferisce, ma devo vigilare perché il mio sguardo non diventi odio. Non devo fingere che tutto sia bene, ma devo ricordare che nessun essere umano è soltanto il suo errore.”

Il saggio sorrise appena.

Il discepolo aggiunse:

“Farò di questa domanda una guida. Quando sentirò nascere in me una sentenza, proverò a fermarmi. Quando vedrò il male, proverò a non mentire. Quando sentirò l’odio, proverò a non nutrirlo. E quando sarò tentato di ridurre qualcuno alla sua ombra, ricorderò che anch’io sono più vasto delle mie cadute.

Da oggi, porterò con me questa domanda non come una scusa per non scegliere, ma come una pratica per scegliere meglio:

Chi sono io per giudicare?

Poi ringraziò il saggio e riprese il cammino.

Il mondo, fuori, era lo stesso di prima: rumoroso, ferito, impaziente di condannare.

Ma dentro di lui qualcosa era cambiato.

Non aveva ricevuto una risposta capace di semplificare la vita.

Aveva ricevuto una domanda capace di purificarla.

(9 giugno 2026)

Pages

Subscribe to Informatica Libera - Francesco Galgani's Blog RSS