Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.674 articoli, per un totale di 1.548.338 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 17 agosto 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.

Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

“Il cibo è informazione”: che cosa significa nell'alimentazione pranica?

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Nota: questo è un articolo puramente teorico, nel quale proviamo a comprendere il linguaggio usato nel contesto dell'alimentazione pranica. Non contiene indicazioni pratiche su come intraprendere questo tipo di percorso. Per un approccio improntato alla gradualità, all'ascolto del corpo e al rispetto di sé, rimando invece all'articolo Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti ❤.

Nell'ambiente dell'alimentazione pranica, o del cosiddetto respirianesimo — termini usati in modi non sempre perfettamente sovrapponibili — si incontrano espressioni come «il cibo è informazione», «il cibo contiene informazione», «il cibo porta una certa frequenza» o «il cibo ha una certa vibrazione».

Prese alla lettera, queste formule possono risultare oscure o perfino prive di senso, perché parole comuni come energia, frequenza, vibrazione e informazione vengono usate qui con significati diversi da quelli che assumono normalmente in fisica, in nutrizione o nel linguaggio quotidiano.

Per capire che cosa esprimono, conviene quindi fare una piccola operazione di "traduzione" del vocabolario pranico e vedere come vengono usati questi termini.

Che cos'è l'alimentazione pranica?

L'idea di base è che l'essere umano riceva nutrimento non soltanto dal cibo materiale, ma anche dal prana.

Prana è una parola di origine sanscrita, legata alle tradizioni indiane. Nel contesto pranico contemporaneo indica una forza vitale presente negli esseri viventi, nella natura e nell'ambiente.

È utile distinguere subito questa idea dall'energia alimentare misurata in chilocalorie.

Due significati diversi della parola «energia»

Quando diciamo che un alimento fornisce, per esempio, 300 kcal, parliamo di energia in senso fisico. Joule e chilocalorie sono unità di misura dell'energia.

Nel linguaggio pranico, invece, «energia» viene usata "anche" per indicare il prana, cioè la componente vitale o sottile attribuita agli esseri viventi e agli alimenti.

Per evitare confusione, in questo articolo useremo quindi espressioni diverse:

  • energia alimentare: quella espressa, per esempio, in joule o chilocalorie;
  • prana o forza vitale: la componente non materiale del nutrimento nel vocabolario pranico.

Quando in questi ambienti si parla di una componente «sottile» del cibo, la parola non significa «molto piccola» o «difficile da misurare». Indica ciò che appartiene a un piano non materiale o non direttamente percepibile dai sensi ordinari. È quindi un termine spirituale o metafisico, non un'unità di misura.

Che cosa significa «il cibo è informazione»?

Ray Maor, uno dei promotori contemporanei del pranic living, usa l'espressione «Food as Information, Not Just Calories»: «il cibo come informazione, non soltanto calorie».

Il punto centrale è proprio quel «non soltanto».

In questa visione, quando mangiamo riceviamo sostanze materiali, nutrienti ed energia alimentare, ma il cibo porta con sé anche una qualità che viene descritta attraverso parole come «informazione», «frequenza», «vibrazione» o «impronta».

Qui la parola informazione non viene usata nel senso tecnico dell'informatica, della teoria dell'informazione o della biologia molecolare. Non indica nemmeno semplicemente i segnali chimici prodotti dagli alimenti nell'organismo.

Indica piuttosto una sorta di messaggio qualitativo: qualcosa che, nel modo di pensare pranico, l'alimento porta con sé insieme alla propria materia.

Una metafora può aiutare.

Pensiamo a una lettera. La carta e l'inchiostro sono il supporto materiale; sulla carta, però, c'è anche un messaggio. Conoscere il peso e la composizione chimica della lettera non equivale a conoscere ciò che vi è scritto.

Nel pensiero pranico il cibo viene immaginato in modo simile:

La parte materiale dell'alimento è il supporto; l'«informazione» è la qualità o il significato che quel supporto porta con sé.

Anche la parola «impronta» è utile in senso metaforico: rende intuitiva l'idea che la storia di un alimento lasci una qualità che accompagna il cibo e viene trasmessa a chi lo consuma.

«Frequenza» e «vibrazione»

In fisica, una frequenza indica quante volte un fenomeno periodico si ripete in un certo intervallo di tempo e può essere espressa, per esempio, in hertz (Hz). Una vibrazione fisica è un'oscillazione reale e, se periodica, possiede una frequenza misurabile.

Nel linguaggio pranico, invece, quando si parla della «frequenza» o della «vibrazione» di un alimento, non si sta indicando una frequenza fisica espressa in Hz.

Queste parole descrivono invece la qualità attribuita all'alimento: quanto viene percepito o considerato vitale, armonioso, pesante, leggero, favorevole o sfavorevole sul piano pranico.

Perciò dire:

«questo alimento ha una frequenza più alta»

significa:

«a questo alimento viene attribuita una qualità pranica o spirituale considerata più elevata».

Allo stesso modo, quando un alimento viene definito «pesante» o «leggero», non si parla necessariamente del suo peso, delle calorie, della consistenza o della digeribilità. Sono parole che possono descrivere la qualità pranica attribuita a quel cibo.

Un esempio concreto: la carne e la paura dell'animale

L'esempio della carne rende particolarmente chiaro che cosa possa voler dire, in questo ambiente culturale, parlare di «informazione» contenuta nel cibo.

Ray Maor descrive la carne come un alimento «pesante» dal punto di vista della «frequenza» e collega la scelta vegetariana o vegana anche al rifiuto di partecipare all'uccisione di un animale.

Nella più ampia tradizione yogica che utilizza il concetto di prana, questa idea viene espressa anche in modo più esplicito. Nel sistema Yoga in Daily Life di Paramhans Swami Maheshwarananda, per esempio, la paura vissuta dall'animale diretto al macello entra nella lettura pranica della carne e del nutrimento che essa trasmette.

Dire che «la carne porta informazione» significa che porta con sé qualcosa della storia e dello stato dell'animale da cui proviene, compresi paura e sofferenza.

Non si parla qui delle informazioni genetiche contenute nelle cellule della carne né dei suoi nutrienti, ma dell'impronta qualitativa dell'esperienza dell'animale.

Non tutti gli autori pranici descrivono la carne nello stesso modo. L'esempio è però utile perché rende concreto il significato che possono assumere parole come «informazione», «frequenza» e «impronta».

Anche la storia del cibo fa parte della sua «informazione»

Una volta compreso questo passaggio, diventa più facile capire perché la qualità attribuita a un alimento non dipenda soltanto dalla sua composizione materiale, ma anche da come è arrivato a essere ciò che mangiamo.

Per esempio, in alcune concezioni yogiche e praniche:

  • la carne di un animale che ha vissuto paura e sofferenza porta l'«impronta» di quella esperienza;
  • un frutto porta la vitalità attribuita alla pianta da cui proviene;
  • anche lo stato d'animo di chi prepara un alimento può influenzarne la qualità.

Quest'ultimo esempio è particolarmente intuitivo. Alcune tradizioni raccomandano di cucinare con calma, attenzione, affetto o pensieri positivi, perché il modo in cui il cibo viene preparato entra a far parte della qualità che verrà poi trasmessa a chi lo mangia.

Immaginiamo, per esempio, che due persone preparino lo stesso piatto con gli stessi ingredienti. Una cucina serenamente e con cura; l'altra con rabbia e ostilità.

Dal punto di vista materiale i due piatti possono essere quasi identici. Non portano però la stessa «informazione», perché diversa è l'«impronta» lasciata durante la preparazione.

Quindi, «informazione» significa soprattutto la qualità legata all'origine e alla storia dell'alimento, non semplicemente la sua componente fisica.

Questo non significa semplicemente «crudo è buono, elaborato è cattivo»

Alcuni autori pranici attribuiscono un valore particolare alla frutta fresca, ai succhi o agli alimenti poco trasformati. È però riduttivo identificare l'idea del «cibo come informazione» con una regola del tipo «crudo uguale buono, elaborato uguale cattivo».

Questa non è la definizione di «informazione», ma soltanto una delle possibili classificazioni degli alimenti presenti in alcuni approcci.

Allo stesso modo, quando un cibo viene chiamato «leggero» o «pesante», questi termini non coincidono necessariamente con concetti come digeribilità, sazietà, piacere o tolleranza individuale.

Un gelato, per esempio, può risultare più piacevole o più facile da mangiare per una certa persona di un'insalata cruda. Questo riguarda l'esperienza individuale del cibo. La classificazione pranica descrive invece la qualità spirituale o vitale attribuita a quel cibo.

Le due valutazioni possono non coincidere.

Che cosa c'entra tutto questo con il respirianesimo?

Fin qui abbiamo parlato soprattutto di una concezione spirituale del cibo. Nell'alimentazione pranica, vale l'idea che il prana possa arrivare all'essere umano attraverso il cibo, ma non soltanto attraverso di esso.

Il ragionamento può essere riassunto così:

  1. un alimento contiene materia, nutrienti ed energia alimentare, espressa per esempio in kcal;
  2. porta anche prana e una certa «informazione»;
  3. il cibo funziona quindi anche come mezzo di trasmissione di questa componente non materiale;
  4. nel percorso pranico si esplora la possibilità di ricevere il prana anche senza farlo passare ogni volta attraverso il cibo materiale.

Possiamo tornare alla metafora della lettera. Mangiando riceviamo insieme il supporto materiale e il messaggio. Il cibo è, metaforicamente, la carta sulla quale arriva il messaggio. Il prana e l'«informazione» sono ciò che viene trasmesso attraverso quel supporto. Tuttavia, il prana non è legato in modo esclusivo al supporto materiale del cibo.

In definitiva, che cosa vuol dire «il cibo è informazione»?

L'espressione può essere tradotta in parole più comuni così:

Un alimento non ha importanza soltanto per ciò di cui è materialmente composto, ma porta con sé anche una qualità legata alla sua origine, alla sua storia e al modo in cui è stato prodotto o preparato. Questa qualità viene chiamata «informazione».

Termini come «frequenza» e «vibrazione» descrivono spesso la stessa idea e, in questo contesto, vanno letti come parole riferite a una qualità spirituale o pranica.

Il termine «sottile» indica invece ciò che appartiene a un piano non materiale o non direttamente percepibile dai sensi.

La parola «impronta» offre un modo intuitivo per indicare la qualità lasciata dalla storia dell'alimento: per esempio la paura dell'animale, la vitalità attribuita a un frutto o lo stato d'animo di chi cucina.

(13 agosto 2026)

Alimentazione pranica gentile: impara a rispettarti ❤

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Se senti il richiamo dell'alimentazione pranica, chiamata anche respirianesimo, vorrei suggerirti l'intervista in calce, divisa in due parti, di Nicolas Ducastel a Nicolas Pilartz (Eden Pranic Center). I video originali sono in francese (prima parte e seconda parte), ho quindi provveduto a doppiarli in italiano.

Nota: se prima vuoi familiarizzare con alcuni termini ricorrenti in questo ambito — come «prana», «informazione», «frequenza», «vibrazione» e «sottile» — puoi leggere anche “Il cibo è informazione”: che cosa significa nell'alimentazione pranica?, dove provo a spiegare il lessico dell'alimentazione pranica e il significato che queste parole assumono al suo interno.

Uno dei messaggi più importanti che emerge da questa lunga intervista non riguarda tanto l'obiettivo di arrivare a vivere con pochissimo cibo, quanto il modo in cui Nicolas Pilartz invita ad avvicinarsi al percorso: con dolcezza, gradualità e soprattutto rispetto di sé.

Quando si è attratti da un ideale, infatti, è facile trasformarlo in una nuova richiesta da imporre a se stessi: bisogna riuscirci, mangiare sempre meno, resistere, raggiungere un determinato stato. L'approccio descritto nell'intervista va invece nella direzione opposta. Il percorso non viene presentato come una battaglia contro il corpo né come una prova di forza, ma come un lungo processo di osservazione, apprendimento e ascolto.

Questo significa anche non ignorare i segnali di difficoltà. Pilartz insiste più volte sulla necessità di evitare protocolli estremi, di non trasformare il percorso pranico in un digiuno forzato e di aumentare l'apporto calorico quando il corpo ne manifesta il bisogno. Vertigini, svenimenti, forte perdita di peso o assenza di energia non vengono presentati come segni di progresso da sopportare, ma come segnali da prendere seriamente.

Allo stesso modo, il cibo solido non viene considerato un nemico. Può continuare a essere utilizzato durante il percorso, secondo le necessità individuali, e il ritorno temporaneo al solido può diventare parte dell'esperienza e dell'apprendimento. Mangiare nuovamente non equivale necessariamente ad aver fallito.

Questa impostazione nasce anche dall'esperienza personale di Pilartz, che racconta di avere iniziato molti anni fa con protocolli molto più drastici, compreso un processo con una prima settimana senza cibo né acqua. Descrive oggi quell'esperienza come pericolosa e sconsiglia esplicitamente di ripeterla. Nel tempo il suo approccio si è quindi spostato verso quella che definisce una via di mezzo: utilizzare alimenti liquidi contenenti calorie — succhi, frullati, zuppe, creme e altri liquidi più o meno densi — evitando di costringere il corpo a un digiuno estremo.

Ma il punto forse più importante dell'intervista è un altro: un processo di 9 o 21 giorni non rappresenta il traguardo. È soltanto una preparazione. Il percorso vero comincia quando si torna alla propria vita quotidiana.

Le tre fasi: iniziazione, transizione e manifestazione

Pilartz descrive il percorso attraverso tre grandi fasi: iniziazione, transizione e manifestazione. La distinzione è importante perché ridimensiona l'idea che tutto debba accadere in poche settimane. L'iniziazione è relativamente breve; la transizione può invece richiedere anni; la manifestazione viene descritta come qualcosa che si stabilizza progressivamente, quando il nuovo modo di essere è ormai maturato.

1. Iniziazione

L'iniziazione è la fase più breve. Può consistere in un processo di alcuni giorni o alcune settimane e viene descritta soprattutto come un allenamento, un'esperienza e una preparazione a ciò che avverrà successivamente.

Non dovrebbe mai diventare una gara a chi riesce ad assumere meno calorie. Al contrario, vengono utilizzati liquidi calorici proprio con l'intento di mantenere energia e stabilità, e di evitare che l'esperienza si trasformi semplicemente in un digiuno.

Durante questa fase, però, non cambia soltanto il rapporto fisico con il cibo. Secondo Pilartz possono cominciare a emergere anche aspetti emotivi che normalmente vengono attenuati o coperti attraverso l'alimentazione.

Tristezza, rabbia, stress, solitudine o altre tensioni possono infatti essere associate all'impulso di mangiare. Modificando profondamente le abitudini alimentari, alcune di queste dinamiche possono diventare più evidenti. Per questo nell'intervista viene sottolineata ripetutamente l'importanza di non affrontare da soli pratiche drastiche e di procedere con un accompagnamento adeguato.

L'iniziazione, quindi, non viene presentata come il raggiungimento definitivo di uno stato, ma come l'inizio di un processo di conoscenza di sé.

2. Transizione

La transizione è probabilmente la fase più importante dell'intero percorso.

Non dura nove o ventuno giorni: può durare anni.

È il periodo nel quale l'esperienza iniziale deve incontrare la vita reale: il lavoro, la famiglia, gli amici, le cene insieme, i viaggi, lo sport, le emozioni e tutte quelle situazioni nelle quali il cibo ha sempre avuto non soltanto una funzione nutrizionale, ma anche sociale, affettiva e psicologica.

È qui che ogni persona deve progressivamente comprendere che cosa funziona per sé. Il percorso può comprendere periodi di alimentazione liquida alternati al cibo solido.

Il cibo solido può essere utilizzato una volta al giorno, una volta alla settimana, occasionalmente o ogni volta che se ne presenti realmente il bisogno. Non viene indicato un modello identico per tutti.

Pilartz arriva anche a sottolineare l'importanza di evitare il fanatismo. Se condividere un pasto con familiari o amici è importante, la capacità di mangiare qualcosa insieme agli altri non dovrebbe essere vissuta necessariamente come un problema. Il percorso dovrebbe integrarsi nella vita, non trasformarsi in una nuova forma di isolamento o rigidità.

È qui che l'idea di un'alimentazione pranica gentile acquista il suo significato più concreto: non trasformare un possibile percorso di liberazione in un'altra forma di violenza verso se stessi.

Significa non ignorare i bisogni del corpo pur di aderire a un'identità. Significa non misurare il proprio valore sulla quantità di cibo che si riesce a evitare. Significa continuare a osservare ciò che sta realmente accadendo.

Il peso è stabile? L'energia è presente? Il corpo sta bene? Il sonno è soddisfacente? La vita quotidiana è vissuta con maggiore serenità e presenza oppure è diventata una continua battaglia contro il bisogno di mangiare?

Nell'intervista vengono indicati proprio il peso, l'energia, lo stato generale di salute e gli esami medici come elementi concreti da tenere sotto osservazione. L'esperienza soggettiva non dovrebbe quindi diventare un motivo per ignorare ciò che il corpo sta mostrando.

La transizione è, in questo senso, un lungo processo di affinamento. E proprio perché può durare anni, non c'è alcun bisogno di avere fretta.

3. Manifestazione

La terza fase viene chiamata manifestazione.

Non viene descritta come qualcosa che si conquista imponendosi una determinata disciplina, ma come uno stato che progressivamente si stabilizza. Pilartz utilizza l'immagine di un fiore che lentamente sboccia: qualcosa che richiede tempo perché deve maturare nella coscienza e diventare spontaneo.

In questa fase l'attenzione non è più rivolta principalmente alla domanda «quanto poco riesco a mangiare?», ma alla qualità dello stato interiore: energia, presenza, serenità, lucidità, libertà dal bisogno compulsivo e capacità di ascoltare ciò che accade dentro di sé.

Non viene comunque indicato alcun obbligo di raggiungere una determinata condizione. Nel corso dell'intervista vengono citate anche persone che, dopo avere sperimentato periodi senza alimentazione solida, hanno successivamente scelto di reintrodurla. Le diverse condizioni non vengono quindi presentate necessariamente come una scala dalla quale sia vietato scendere.

Il criterio fondamentale rimane piuttosto la capacità di non mentire a se stessi sui propri bisogni.

Rispettarsi prima di tutto

Il messaggio pratico che attraversa entrambe le interviste può quindi essere riassunto in una parola: rispetto.

Se il corpo ha bisogno di nutrimento, nutrirlo non rappresenta una sconfitta. Se qualcosa provoca malessere, la sofferenza non deve essere scambiata automaticamente per un segno di progresso. Se il percorso sta diventando una battaglia, può essere necessario rallentare, modificare l'approccio o fermarsi.

Non è necessario diventare qualcun altro nel giro di ventuno giorni.

Il processo descritto da Pilartz è piuttosto un invito a procedere progressivamente, osservando il rapporto con il cibo, con il corpo, con le emozioni e con la propria vita quotidiana. I 9 o 21 giorni possono costituire l'inizio; il vero lavoro viene dopo, quando ciò che è stato sperimentato deve trovare un equilibrio sostenibile nella vita di tutti i giorni.

Nei due video che seguono questi temi vengono approfonditi insieme all'evoluzione dei diversi protocolli, agli errori commessi negli anni, al rapporto tra alimentazione ed emozioni e alle difficoltà che possono emergere dopo una prima esperienza pranica.

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(12 agosto 2026)

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