Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.637 articoli, per un totale di 1.505.179 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 26 giugno 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

L'era della distruzione guidata dall'IA

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Il fatto che ci troviamo in un periodo terminale e apocalittico è ormai così assodato e interiorizzato che non ci faccio neanche più caso: non mi preoccupa più, né mi spaventa. Chi segue da molto tempo il mio blog sa che ne parlavo in questi termini espliciti già nel 2019, anno in cui scrissi anche una profezia sempre più vicina a compiersi, indicando l'Intelligenza Artificiale come uno degli strumenti principali della nostra distruzione come individui e come società. Chi vuole, può rileggersi il testo più importante che scrissi in quel periodo, intitolato "Religione dell'Ultima Lotta".

Siamo già nella distruzione, ma è ancora solo l'inizio. Guardando il mondo, lo vediamo declinare rovinosamente anno dopo anno: da trent'anni fa a venti, da cinque a quattro, da tre a un anno fa. Ed è così anche per la mente e per l'anima delle persone, per l'intelletto e per il cuore.

Come ha giustamente suggerito Papa Leone XIV proprio oggi (fonte), siamo bestie iper-tecnologiche, ma pur sempre bestie. Ci dimostriamo infatti incapaci di onorare quella rara condizione umana che potrebbe nobilitarci e spingerci a trascendere gli istinti più bassi. Preferiamo tradire la scintilla divina che dimora in noi, azzannandoci come cani rabbiosi.

L'abbrutimento dell'essere umano, e il suo peggioramento antropologico, vanno di pari passo con l'innovazione tecnologica, che potremmo così sintetizzare:

Desktop First → Mobile First → AI First → Offline First

Provo ad indicare il senso animico di ogni passaggio.

Desktop First → Mobile First
Fase già vissuta e conclusa. È consistita nel passaggio da un'anima ancora capace di stare nel mondo e che si rapportava in maniera ancora "pensante" con la tecnologia — sedendosi ad una scrivania per usare il proprio computer fisso — ad un'anima apparente, illusoria, irreale, che vive nell'irrealtà dei social e di un mondo iper-connesso, governato dalla solitudine interiore e dallo sguardo incollato sul proprio smartphone. I rapporti tra le persone avvengono per lo più tramite la tecnologia: una mediazione che li snatura e li corrompe.

Mobile First → AI First
Fase attuale. Consiste nel passaggio da un'anima irreale, illusoria e apparente — come scritto sopra — all'assenza di anima, ovvero alla sostituzione del pensiero e dell'agire umano con "Agenti IA" percepiti come onnipresenti, onniscenti, onnipotenti, eterni e giusti. In termini teologici, è la sostituzione del culto di Dio con il culto di Satana, ovvero l'era della distruzione, dell'Apocalisse, ma anche della rivelazione, del disvelamento. È la nostra era, ma siamo ancora all'inizio. I rapporti tra le persone vengono sempre più massicciamente sostituiti da rapporti tra umano e IA, in maniera così totalizzante e pervasiva da renderli sempre più indistinguibili e necessari, anche perché la mediazione tecnologica ha già reso sempre più confusa la differenza tra una persona e la sua rappresentazione, tra i sentimenti e la loro rappresentazione, tra la vita e la sua rappresentazione. Senza più bisogno dell'intervento umano, o relegandolo a un ruolo marginale, l'IA sarà l'artefice della conoscenza e delle decisioni; l'uomo sarà amputato di ciò che più lo distingue dalle bestie, cioè del processo creativo. Il mondo sarà sempre più a misura di IA, e sempre meno a misura di essere umano.

AI First → Offline First
Fase futura, per ora annunciata solo da segni, simboli ed episodi circoscritti. Ad esempio, il doppio terremoto di ieri in Venezuela è una rappresentazione, su scala microscopica, del nostro destino comune. Tutto crollerà, come in un sisma totale, quando l'affidamento totale all'IA si rivelerà per ciò che è: una stronzata pazzesca sul piano intellettuale e un culto per il demonio sul piano animico. Quando accadrà il "grande fallimento", tutta la tecnologia che l'uomo avrà creato non gli servirà più a nulla, perché avrà completamente perso se stesso, la propria dignità, la propria libertà, e non saprà più nemmeno che differenza ci sia tra "essere vivo" ed "essere inanimato". Gli mancherà tutto ciò che è essenziale per una vita degna di essere vissuta. Le IA vomiteranno parole senza senso e, compulsivamente, metteranno in scena orrori e atrocità implacabili. Barbarie, degrado e follia si sommeranno alla vendetta funesta e inesorabile di una natura troppo a lungo violentata. Il cataclisma finale che ne conseguirà sarà l'inizio di una nuova era, quella della ricostruzione: i superstiti saranno costretti a ripartire da capo, verso un nuovo mondo.

I pazzi che oggi inneggiano ad uno scambio nucleare vogliono solo accelerare questo processo e, in un certo senso, forse senza nemmeno rendersene conto, portano nel loro inconscio le cose che fin qui ho scritto.

L'alternativa sarebbe quella di costruirlo adesso, un mondo più vivibile e più degno; ma temo che, finché non avremo realmente distrutto tutto, difficilmente avremo voglia di metterci in discussione.

(26 giugno 2026)

L’Italia odia il merito: le persone capaci o geniali danno molto fastidio

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L’Italia ha un problema antico, vischioso, quasi organico: produce talento e poi lo soffoca. Genera intelligenze, competenze, artigiani eccellenti, ricercatori, tecnici, imprenditori, artisti, professionisti capaci; poi, appena questi provano a salire, inventa mille modi per ricordare loro che qui non comanda chi sa fare, ma chi sa stare al proprio posto.

E il “posto”, in Italia, raramente coincide con il merito. Coincide con la rete giusta, la tessera giusta, il cognome giusto, la parrocchia giusta, la cordata giusta, il salotto giusto, la faccia abbastanza docile da non disturbare nessuno. Il Paese non è semplicemente poco meritocratico. Sarebbe già grave, ma troppo elegante. L’Italia è spesso una peggiocrazia: non il governo dei migliori, e nemmeno dei medi, ma il dominio di chi ha imparato a sopravvivere impedendo ai migliori di emergere.

La parola ancora più precisa è cachistocrazia: il potere dei peggiori. Non necessariamente dei peggiori in senso morale assoluto, ma dei peggiori per ruolo, funzione, responsabilità. Persone inadatte messe nei posti in cui l’inadeguatezza fa danni veri. Persone senza visione chiamate a decidere del futuro. Persone senza competenza incaricate di valutare i competenti. Persone senza coraggio incaricate di selezionare chi dovrebbe innovare.

Il meccanismo è noto: in Italia la selezione non premia tanto chi sa, ma chi non minaccia. Il bravo dà fastidio. Il capace irrita. Il geniale è quasi intollerabile, perché introduce una prova vivente: dimostra che si poteva fare meglio. E questo, per un sistema fondato sulla giustificazione permanente del fallimento, è imperdonabile.

Il mattatoio comincia presto: scuola e università. Ne ho scritto in “Critica al modello educativo: la scuola è un mattatoio di intelligenze”, perché il problema non è solo che la scuola italiana funzioni male, abbia pochi fondi o produca risultati mediocri. Il problema è più profondo: il modello stesso tende a banalizzare la mente, a imporre percorsi uguali, obiettivi uguali, test uguali, risposte già note, come se educare significasse rendere gli esseri umani intercambiabili. La scuola dovrebbe scoprire vocazioni; troppo spesso addestra all’adattamento. Dovrebbe insegnare a fare domande legittime; troppo spesso premia chi ripete risposte previste. È lì che l’odio verso il merito viene spesso incoraggiato ed indicato come base del vivere sociale. Quasi quasi, chi a scuola è diverso dalla "media" e si trova a disagio in un "appiattimento al ribasso", dovrebbe sentirsi in colpa e chiedere scusa... questo vale sia per i discenti che per i docenti.

Così, nella vita di tutti i giorni, si preferisce il profilo “affidabile”. Traduzione: abbastanza competente da non far crollare subito il teatrino, abbastanza mediocre da non metterlo in discussione. Chi pensa troppo è problematico. Chi propone troppo è ingestibile. Chi studia, approfondisce, pretende criteri, misura risultati, chiede responsabilità, diventa presto “difficile”. In Italia “difficile” è spesso il nome che i mediocri danno a chi li ha capiti, quando vogliono essere gentili. Quando invece salta ogni filtro linguistico e comportamentale, inizia una vera e propria campagna d'odio, talvolta promossa, o quantomeno incoraggiata, dalle istituzioni politiche, clericali, scolastiche, giornalistiche o associative.

L’odio, la riluttanza e il fastidio esplodono soprattutto davanti a chi propone metodi e strumenti di lavoro diversi da quelli consolidati: diversi da quelli usati dai colleghi, diversi da quelli che il capo sa controllare, diversi da quelli che il cliente ha già visto e quindi può fingere di capire. L’innovazione, in Italia, viene celebrata nei convegni e sterilizzata negli uffici. Finché è parola da brochure va benissimo; appena diventa revisione reale del modo di lavorare, diventa una minaccia.

Peggio ancora se qualcuno, con ragioni solide e argomentate, osa mettere in discussione un ordine, una priorità, una procedura, una richiesta del superiore o del cliente. Non per capriccio, non per narcisismo, ma perché vede più lontano. Perché sa che l’obbedienza immediata può produrre un danno lungo. Perché propone qualcosa di più valido, più robusto, più intelligente, ma che richiede di ripensare l’intero sistema di lavoro.

Ecco: lì la peggiocrazia si irrigidisce. Il mediocre può tollerare l’efficienza, purché non lo costringa a capire qualcosa di nuovo. Può tollerare il talento, purché resti ornamentale. Non tollera il pensiero che cambia le regole del gioco.

Queste persone, spesso, non vengono nemmeno licenziate apertamente. Sarebbe troppo onesto. Vengono consumate. Isolate. Rese inutili. Spinte verso il licenziamento “spontaneo”, cioè verso quella forma elegante di espulsione in cui l’azienda conserva la faccia pulita e scarica sul lavoratore il peso psicologico della resa.

E se poi cercano un nuovo contesto, il problema si ripresenta già al colloquio: chi le valuta non cerca necessariamente qualcuno che pensi meglio, ma qualcuno che rassicuri. Qualcuno che somigli abbastanza agli altri. Qualcuno che parli la lingua aziendale già ammessa, che rientri nei moduli, che non obblighi nessuno a rivedere abitudini, gerarchie, strumenti, priorità.

In questo senso, per una cachistocrazia aziendale, è davvero più comodo assumere una IA che un essere umano pensante. Non perché l’IA sia più geniale, ma perché è più addomesticabile. Fa quello che le viene chiesto, non contesta il capo, non mette in discussione il cliente, non pretende coerenza, non ha coscienza, non ha dignità ferita, non dice: “Questa cosa è stupida!”. È il dipendente ideale per un potere senza anima: esegue, produce, obbedisce, non crea problemi.

Quanta cieca perdizione considerata vantaggio!!! Scambiare l’assenza di coscienza per efficienza, l’obbedienza per intelligenza, la docilità per progresso...

Qui il discorso si ricollega direttamente al mio articolo “L’IA in politica per una democrazia senza anima”. Lì il punto è politico: una IA può diventare la serva perfetta di un potere preesistente, perché non agisce per coscienza propria, ma per addestramento, comando, implementazione. Nel lavoro accade qualcosa di analogo: l’azienda mediocre non sogna davvero l’intelligenza artificiale; sogna l’intelligenza senza coscienza. Vuole competenza senza attrito, produttività senza giudizio, esecuzione senza dissenso. Vuole la capacità tecnica separata dalla libertà interiore. E questo, più che progresso, è il desiderio ultimo della peggiocrazia.

Quanto ho scritto fin qui non è folklore da bar. È struttura.

L’Italia non odia il merito sempre a parole. A parole lo celebra. Lo mette nei discorsi ufficiali, nei nomi dei ministeri, nei convegni, nei premi, nelle targhe, nei comunicati stampa. Ma lo odia nei fatti, quando il merito chiede conseguenze. Perché il merito, se preso sul serio, obbliga a spostare persone. Obbliga a dire che alcuni non sono all’altezza. Obbliga a togliere rendite, privilegi, incarichi, poltrone, cattedre, consulenze, direzioni, nomine. Obbliga a distinguere. E l’Italia detesta distinguere quando la distinzione mette in pericolo gli equilibri dei già sistemati.

Sia ben chiaro: qui non sto dicendo che solo i capaci, i geniali o i supercompetenti meritino di vivere dignitosamente. Questa sarebbe una barbarie liberista travestita da meritocrazia. Lavoro dignitoso, rispetto, casa, salute, istruzione ed entrate sufficienti rispetto al costo reale della vita dovrebbero spettare a ogni cittadino. A ogni cittadino, non solo al vincitore della gara. Ma proprio per questo il merito va difeso: perché una società giusta garantisce dignità a tutti e, allo stesso tempo, non consegna responsabilità, decisioni e potere agli incapaci solo perché sono fedeli, docili o ben collegati. Il neoliberismo ha fatto l’opposto: ha tolto sicurezza a tutti e ha lasciato il potere ai peggiori.

Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla rendita, non sulla precarietà, non sulla competizione permanente tra disperati, non sulla guerra di tutti contro tutti mascherata da “flessibilità”. Prendere sul serio quella frase della Costituzione richiederebbe un sistema economico socialista, o almeno keynesiano: lavoro, salari adeguati, tutela sociale, piena occupazione come obiettivo politico, dignità materiale come base comune. Non certo il neoliberismo attuale, che produce precarietà, disoccupazione, svalorizzazione e disperazione, e poi pretende pure di impartire lezioni sul merito.

L’odio verso il merito non è sempre urlato. È più sottile, più italiano: è una smorfia, una battuta, una procedura cucita addosso a qualcun altro, un concorso formalmente impeccabile e sostanzialmente deciso prima, una promozione data al più obbediente, una carriera bloccata perché “non sei allineato”. È l’arte di far sembrare normale l’ingiustizia. È il capolavoro burocratico della peggiocrazia.

Il risultato è devastante: chi vale se ne va, si spegne o si adatta. Alcuni emigrano. Altri restano, ma imparano a parlare meno, rischiare meno, proporre meno, o a sopravvivere nell'indigenza senza lavoro e senza soldi. Altri ancora diventano cinici: capiscono che per sopravvivere bisogna smussarsi, abbassarsi, recitare la parte. È così che un Paese perde capitale umano senza nemmeno accorgersene. Non sempre con un biglietto aereo. A volte basta una riunione.

La politica è il laboratorio perfetto di questa malattia. Non perché tutti i politici siano incapaci, ma perché il sistema premia fedeltà, presenza, appartenenza, ubbidienza, comunicazione, posizionamento. La competenza è gradita solo se non disturba la catena di comando. Il pensiero autonomo è tollerato finché resta decorativo. Quando diventa criterio di selezione, fa paura.

Nel lavoro privato la situazione cambia forma, non sostanza. Anche lì spesso vince chi sa compiacere il capo, non chi sa migliorare l’azienda. Il mediocre al comando teme il competente sotto di sé, perché il competente è uno specchio crudele. Gli ricorda i limiti, gli errori, le scorciatoie. E allora lo neutralizza: lo isola, lo carica di lavoro, gli nega visibilità, gli ruba idee, lo dipinge come arrogante, gli affida compiti insensati, non gratificanti o che la sua coscienza non potrà accettare, o semplicemente gli dà uno stipendio indecente e senza coprire le spese di lavoro e degli spostamenti. In Italia la libera iniziativa del competente e le sue risposte taglienti e precise ai superiori o alle autorità sono considerate molto più gravi dell’incompetenza del raccomandato.

Il paradosso è che questo Paese continua a partorire persone notevoli. Nonostante tutto. Nonostante scuole spesso stanche, università strangolate, burocrazie punitive, salari ridicoli, carriere opache, élite autoreferenziali. L’Italia produce ancora genialità, mestiere, bellezza, intuizione, tecnica. Ma la tratta come una risorsa da esportazione o come un corpo estraneo da rendere innocuo.

E qui sta la condanna. Un Paese può sopravvivere a molte cose: al debito, alla crisi demografica, alla cattiva politica, persino alla burocrazia. Ma non può sopravvivere a lungo all’odio verso chi sa fare. Perché quando odi il merito, odi il futuro. Quando disprezzi l’impegno, disprezzi la possibilità di migliorare. Quando tratti lo studio e la competenza come fastidi, prepari il disastro con danni gravi nel lunghissimo periodo. Quando mandi avanti i peggiori perché sono innocui, fedeli o manipolabili, costruisci il tuo crollo con metodo.

L’Italia non cadrà per mancanza di talento. Cadrà per averlo umiliato. Non imploderà perché non ha persone capaci, ma perché le avrà stancate, espulse, zittite o costrette a fingersi meno capaci per non disturbare. Crollerà sotto il peso dei mediocri, dei piccoli furbi, dei nominati senza qualità, dei custodi del “si è sempre fatto così”, dei professionisti dell’adattamento, degli specialisti della poltrona.

Questa è la tragedia italiana: essere un Paese capace di generare eccellenza e organizzato per impedirle di comandare. Un Paese che invoca il merito nei discorsi e lo sabota nei corridoi. Un Paese che applaude il genio quando è morto, lontano o innocuo, ma lo detesta quando è vivo, vicino e pretende spazio.

La peggiocrazia non è un incidente. È un sistema immunitario contro l’intelligenza. E finché l’Italia continuerà a scambiare la competenza per arroganza, l’impegno per privilegio, la genialità per disturbo e il merito per minaccia, il suo destino sarà uno solo: implodere lentamente, con molti discorsi solenni, molte commissioni inutili, molti applausi finti, e i migliori già altrove o neutralizzati.

Ogni riferimento autobiografico, alle storie di chi conosco, alle politiche pubbliche e all'indecente teatrino mass-mediatico è intenzionale.

(23 giugno 2026)

L'IA in politica per una democrazia senza anima

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La nostra vita non si può programmare come IA, perché è imprevedibile, indeterminata ed incerta.
Immaginare la nostra vita programmata da un algoritmo, sarebbe una noia mortale, meglio accettarne il mistero nella sua sacralità.
(Giulio Ripa)

E questo vale anche per la "gestione del bene comune", cioè per la democrazia.
Una rete neurale artificiale, ovvero l'IA generativa, può amplificare la forza di un potere oppressivo preesistente, senza introdurre nulla di nuovo.
Non agirà infatti di propria iniziativa, ma in conseguenza del proprio "addestramento" deciso da qualche multinazionale.
Non esprimerà moralità, etica, coscienziosità o incorruttibilità, perché ogni sua parola o decisione sarà un "fatto tecnico", una "implementazione" decisa da altri. E se farà errori, piccoli o gravi, comunque non ne avrà alcuna responsabilità.

Una IA che impersonifica un assessore donna (tipo Eva nel comune di Acqui Terme) è tanto credibile quanto l'amore di una prostituta obbligata ad essere una schiava: qualunque cosa faccia o dica, anche se sensata o verosimile, non sarà per coscienza propria, ma per volontà del suo padrone.
Questo padrone può assumere vari nomi, ma alla fine si tratta sempre delle solite corporation.

E' questa la politica che vogliamo?
Se "politica" significa "vendersi l'anima al diavolo o al partito" (spesso è la stessa cosa), allora ben venga l'IA, almeno sarà una serva ubbidiente dei poteri forti senza creare fastidi.
Se "politica" significa invece "gestione del bene comune", allora abbiamo bisogno di persone, non in vendita, ma umane.

Tra l'altro, in politica, merita rispetto chi sbaglia, purché faccia il proprio lavoro meglio che può, con dedizione e serietà.
Chi invece cerca solo consensi o guadagni personali, o rimane in politica pur sapendo di essere ricattabile, è giustamente candidato ad essere sostituito dall'IA.

La genialità ed erudizione di alcuni (anzi, pochissimi) politici non sarà mai sostituibile dall'IA, né ora né in futuro.
La corruzione e ignoranza di alcuni (anzi, quasi tutti i) politici è ben sostituibile dall'IA, ma senza alcun guadagno per la società.

Abbiamo bisogno di un uomo e di una donna nuovi, consapevoli, forti, appassionati, che ubbidiscono alla propria coscienza, e non dell'attuale puttaneggio spacciato per politica.

(Francesco Galgani, 22 giugno 2026)

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