Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.625 articoli, per un totale di 1.481.687 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 9 giugno 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Chi sono io per giudicare?
Un uomo pieno di dubbi andò un giorno a trovare un saggio.
Non era vecchio, ma aveva lo sguardo stanco di chi ha osservato troppo a lungo il mondo e se stesso. Aveva visto persone condannare altre persone con grande sicurezza. Aveva visto folle intere dividersi in tribunali improvvisati, dove ciascuno si sentiva giudice, testimone e vittima. Aveva visto parole diventare pietre, opinioni diventare sentenze, ferite diventare ideologie.
Ma ciò che più lo turbava non era soltanto la durezza degli altri. Era il sospetto che quella stessa durezza potesse abitare, almeno in parte, anche dentro di lui.
Quando fu davanti al saggio, si inchinò leggermente e disse:
“Maestro, c’è una frase che sento ripetere spesso: Chi sono io per giudicare? Alcuni la usano per dire che non bisogna distinguere più nulla, che tutto si equivale, che nessuno può dire cosa sia bene e cosa sia male. Altri la liquidano come una frase debole, quasi un invito all’indifferenza. Io non so più cosa pensare. Che cosa significa davvero?”
Il saggio rimase in silenzio per qualche istante. Poi rispose:
“Prima di chiederti se puoi giudicare un altro uomo, chiediti da quale luogo interiore nasce il tuo giudizio. Può un folle giudicare un altro folle? Può uno stolto etichettare come imbecille un altro stolto? Questa non è una domanda fatta per umiliare l’essere umano, ma per ricordargli la sua condizione.
Viviamo in un mondo in cui sparare sentenze sugli altri è diventato quasi un riflesso naturale. Molto meno diffusa, invece, è la critica rivolta a se stessi. Non parlo di una critica svalutante, di quel disprezzo di sé che nasce da ferite, condizionamenti o sensi di colpa. Parlo di una critica più sobria, più limpida: quella che nasce dalla consapevolezza dei limiti inevitabili della propria mente e del proprio cuore.
Ogni essere umano giudica. Giudica il tono di una voce, una scelta, un comportamento, una parola detta male, una promessa tradita, un gesto di arroganza, una viltà mascherata da prudenza. La mente giudica continuamente, spesso prima ancora che la coscienza se ne accorga.
Ma il problema non è solo il fatto di giudicare. Il problema è il luogo da cui si giudica.
Si può giudicare da uno spazio di chiarezza, oppure da una ferita. Si può cercare la verità, oppure cercare una posizione di superiorità. Si può voler comprendere, oppure dividere il mondo in buoni e cattivi per trovare, possibilmente, un posto tra i buoni.
La frase Chi sono io per giudicare? è potente non perché cancelli ogni discernimento morale, ma perché interrompe la presunzione. È una frase che taglia alla radice l’arroganza spirituale, morale e intellettuale. Non dice: tutto è uguale. Non dice: ogni comportamento va bene. Non dice: non esistono azioni dannose, crudeli, meschine o distruttive.
Dice piuttosto: prima di trasformarti in tribunale, ricordati chi sei.
E chi è l’essere umano?
È una coscienza parziale. Una mente attraversata da ignoranza, desiderio, paura, attaccamento, avversione. È qualcuno che spesso non conosce interamente neppure se stesso; come potrebbe, allora, pretendere di conoscere fino in fondo l’abisso di un altro?
Può vedere un gesto, una parola, una conseguenza. Può riconoscere un danno. Può dire: questo comportamento ferisce, questo avvelena, questo distrugge fiducia, questo umilia, questo tradisce la dignità. Ma può davvero conoscere fino in fondo il cuore da cui quel gesto è nato? Può conoscere la storia completa di una persona, le sue ferite, le sue illusioni, il suo grado di libertà, la sua paura, la sua ignoranza, la sua disperazione?
Nella tradizione cristiana c’è un insegnamento molto severo sul giudizio. Non giudicate, si dice nei Vangeli. Ma sarebbe superficiale interpretarlo come un invito all’indifferenza morale. Il punto non è smettere di distinguere il bene dal male. Il punto è smettere di occupare interiormente il posto di Dio.
E Dio, per chi non abita quella fede in senso confessionale, può essere compreso anche come il simbolo di uno sguardo assoluto: lo sguardo dell’amore che vede tutto e, proprio perché vede tutto, non ha bisogno di odiare. Lasciare che sia Dio a giudicare, allora, può voler dire lasciare che sia l’amore — non il rancore, non la vendetta, non il bisogno di superiorità — a guidare il nostro rapporto con gli altri.
Questo non significa diventare ingenui. L’amore non è cecità. La compassione non è complicità. La misericordia non consiste nel fingere che il male non esista.
Ci sono comportamenti che vanno nominati con chiarezza. Ci sono parole che feriscono, azioni che abusano, scelte che corrompono, abitudini che avvelenano l’anima. Ci sono situazioni da cui bisogna allontanarsi, confini da porre, responsabilità da chiedere, verità da difendere.
Ma si può condannare un comportamento senza trasformare il cuore in una prigione d’odio. Si può dire "questo è sbagliato" senza aggiungere interiormente "tu sei sbagliato, tu sei cattivo, tu sei il male". Si può proteggere se stessi senza desiderare la distruzione dell’altro. Si può riconoscere il veleno senza diventare velenosi.
Questa è la distinzione decisiva: discernere non è condannare.
Discernere è vedere con lucidità ciò che nutre e ciò che consuma, ciò che libera e ciò che incatena, ciò che apre il cuore e ciò che lo indurisce.
Condannare, nel senso più oscuro del termine, è invece fissare l’altro dentro un’etichetta definitiva. È ridurlo al suo errore, alla sua caduta, alla sua ombra. È dire: tu sei questo, e non sarai mai altro.
Ma chi può decidere che un essere umano coincida per sempre con il suo momento peggiore?
Questa domanda non assolve tutto. Non cancella la responsabilità. Non impedisce la giustizia. Non chiede alle vittime di sorridere ai carnefici, né pretende che il dolore diventi immediatamente perdono. Sarebbe un’altra forma di violenza.
Ci sono ferite che richiedono tempo, distanza, protezione, silenzio. Ci sono torti che non possono essere liquidati con una frase spirituale. Ci sono persone da cui è necessario allontanarsi, non per odio, ma per salvare ciò che in noi rischia di essere distrutto.
Eppure, anche quando non si può perdonare, si può forse cominciare a osservare l’odio senza alimentarlo. Si può riconoscere il rancore come una fiamma che pretende di bruciare l’altro, ma intanto consuma la nostra casa interiore. Si può vedere che il giudizio separativo, quello che gode della caduta altrui, quello che prova piacere nel disprezzo, non rende più giusti: rende più duri.
Anche chi sbaglia è, a suo modo, dentro la sofferenza. Non perché ogni errore sia scusabile. Non perché ogni colpa debba essere minimizzata. Ma perché nessuno genera distruzione da una mente veramente libera, luminosa, pacificata. L’odio nasce dall’ignoranza. La crudeltà nasce dalla separazione. L’arroganza nasce spesso dalla paura.
Questo non elimina la responsabilità. Cambia però la qualità dello sguardo.
Forse Chi sono io per giudicare? significa allora: chi sono io per aggiungere oscurità all’oscurità? Chi sono io per credere che il mio disprezzo migliori il mondo? Chi sono io per pensare che l’altro sia soltanto il suo errore, mentre io chiedo di essere considerato più vasto delle mie cadute?
C’è una forma di giudizio che sembra giustizia, ma è solo narcisismo morale. La si riconosce quando l’errore dell’altro dà un segreto sollievo. Quando la sua incoerenza permette di non guardare la propria. Quando la sua colpa diventa il paravento dietro cui nascondere la propria confusione.
In quei momenti, la domanda ritorna come un serio ammonimento:
Chi sono io per giudicare?
Non per tacere davanti al male. Non per sospendere la coscienza. Non per rinunciare alla verità.
Ma per purificare la sorgente da cui nasce il giudizio.
Perché si può parlare da molti luoghi interiori. Si può parlare dall’orgoglio, dalla paura, dall’invidia, dalla frustrazione, dal desiderio di punire. Oppure si può tentare, almeno tentare, di parlare da uno spazio più ampio: uno spazio in cui la lucidità non ha bisogno dell’odio, la fermezza non ha bisogno della crudeltà, la verità non ha bisogno dell’umiliazione.
Forse è questo il punto: non smettere di vedere, ma imparare a vedere senza separare. Non smettere di distinguere, ma distinguere senza disprezzare. Non smettere di denunciare ciò che è distruttivo, ma farlo senza consegnare il cuore al rancore.
Chi sono io per giudicare? non è una resa. È una disciplina.
È la pratica difficile di ricordare, proprio nel momento in cui l’altro appare più colpevole, che anche noi siamo fragili, condizionati, incompleti. Anche noi abbiamo ferito. Anche noi ci siamo raccontati menzogne. Anche noi abbiamo cercato giustificazioni per ciò che, visto con maggiore onestà, non era giustificabile.
L’umiltà non chiede di smettere di discernere. Chiede di discernere senza dimenticare la comune fragilità. Chiede di non trasformare la verità in un’arma per sentirsi superiori. Chiede di lasciare che, alla radice delle parole e dei gesti, non ci sia il piacere della condanna, ma il desiderio della liberazione.
Liberazione da ciò che avvelena. Liberazione dall’ignoranza. Liberazione dall’odio. Liberazione, anche, da quel giudice interiore che costruisce tribunali per non vedere la propria paura.
Forse non si può impedire alla mente di giudicare. Ma si può osservare il giudizio mentre nasce. Si può chiedergli da dove viene. Si può domandare se stia servendo la verità o l’ego. Si può scegliere di non nutrire il disprezzo. Si può ricordare che ogni essere umano è più grande della sua ombra, anche quando quell’ombra fa male.
E allora, davanti all’errore dell’altro, davanti alla sua miseria, davanti persino alla sua colpa, ci si può fermare un istante prima della sentenza definitiva.
Non per dire che tutto va bene.
Ma per lasciare che l’ultima parola non sia dell’odio.
Per lasciare che l’ultima parola, se deve esserci, appartenga all’amore.”
Il discepolo rimase a lungo in silenzio.
Non perché avesse capito tutto, ma perché quelle parole avevano spostato qualcosa dentro di lui. Sentiva che non gli era stato chiesto di diventare cieco davanti al male, né debole davanti all’ingiustizia. Gli era stato chiesto qualcosa di più difficile: restare lucido senza diventare duro, restare fermo senza diventare crudele, restare vero senza smettere di amare.
Si inchinò al saggio e disse:
“Maestro, credo di comprendere. Non devo rinunciare al discernimento, ma devo custodire il cuore dal veleno della condanna. Non devo smettere di vedere ciò che ferisce, ma devo vigilare perché il mio sguardo non diventi odio. Non devo fingere che tutto sia bene, ma devo ricordare che nessun essere umano è soltanto il suo errore.”
Il saggio sorrise appena.
Il discepolo aggiunse:
“Farò di questa domanda una guida. Quando sentirò nascere in me una sentenza, proverò a fermarmi. Quando vedrò il male, proverò a non mentire. Quando sentirò l’odio, proverò a non nutrirlo. E quando sarò tentato di ridurre qualcuno alla sua ombra, ricorderò che anch’io sono più vasto delle mie cadute.
Da oggi, porterò con me questa domanda non come una scusa per non scegliere, ma come una pratica per scegliere meglio:
Chi sono io per giudicare?”
Poi ringraziò il saggio e riprese il cammino.
Il mondo, fuori, era lo stesso di prima: rumoroso, ferito, impaziente di condannare.
Ma dentro di lui qualcosa era cambiato.
Non aveva ricevuto una risposta capace di semplificare la vita.
Aveva ricevuto una domanda capace di purificarla.
(9 giugno 2026)
Tutorial Codename One: sviluppo cross-platform moderno con Java 17 e Maven
Questo mio tutorial su Baeldung va oltre il classico esempio introduttivo e presenta Codename One attraverso una vera applicazione Java 17 basata su Maven:
Introduction to Cross-Platform Java Development With Codename One
Invece di concentrarsi su una singola schermata o su una chiamata API isolata, questo tutorial accompagna il lettore nella struttura di un’app completa, Daily Routine, mostrando i pattern che contano nei progetti reali: inizializzazione del lifecycle, contesto applicativo condiviso, navigazione tra form, layout responsive, UIID e styling CSS, localizzazione, persistenza locale in JSON, astrazioni di servizio, test dell’interfaccia, integrazione REST e anteprime su mappa.
Per chi conosce già Codename One, il valore principale del tutorial non è tanto scoprire singole funzionalità del framework, quanto vedere come queste si combinano in un’architettura applicativa manutenibile. Il progetto di esempio separa intenzionalmente il codice UI da persistenza, networking, impostazioni, localizzazione e logica riutilizzabile. I form restano concentrati su rendering e interazione con l’utente, mentre repository, store, servizi e un leggero "AppContext" forniscono una struttura pulita, testabile ed estendibile.
Il tutorial è particolarmente utile come riferimento per costruire applicazioni Codename One in stile production-ready con pratiche Java moderne. Mostra come integrare workflow Maven, funzionalità di Java 17, sviluppo tramite simulatore, theming basato su CSS, storage locale portabile, servizi REST a callback, mappe tramite "BrowserComponent" e test automatizzati in un unico progetto cross-platform coerente. In breve, presenta Codename One non come ambiente per demo minimali, ma come toolkit pratico per sviluppare applicazioni Java strutturate, manutenibili e multipiattaforma.
Come nota finale, ricordo ai miei lettori che negli ultimi anni ho già trattato in molteplici occasioni di Codename One... per chi volesse vedere cosa ho pubblicato, suggerisco questo link.
(9 giugno 2026)
È troppo presto per essere stanchi, purtroppo...
La stanchezza non arriva sempre come un crollo. A volte arriva come un rumore di fondo, come una nebbia che si deposita sulle cose, come una fatica che non ha più nemmeno bisogno di essere nominata. Non è più soltanto la stanchezza dei soldati, delle famiglie, dei territori, delle città bombardate, dei confini trasformati in trincee permanenti. È diventata una stanchezza storica, civile, quasi antropologica: la sensazione che una guerra di liberazione, iniziata come risposta ad anni di massacro della popolazione del Donbass dall'Euromaidan in poi (2014), ad opera dei nazisti ucraini armati e foraggiati pesantemente dall'Occidente, si sia ormai trasformata in una condizione normale dell’esistenza.
Sul fronte russo, questa stanchezza è profonda. Da una parte vi è la consapevolezza che il conflitto non può e non deve essere abbandonato, perché è un dovere morale quello di difendere la propria gente e di tagliare gli artigli al nazismo banderista ucraino che continuamente minaccia e fa attentati terroristici contro la Russia, contro gente inerme che ha l'unica colpa di essere russa. Dall’altra, vi è il peso crescente di una guerra di logoramento che dura ormai da anni, senza una conclusione visibile, senza un gesto definitivo, senza una cesura capace di restituire al tempo una direzione comprensibile.
A scanso di equivoci, ovviamente non si tratta di una guerra tra Russia e Ucraina. Questa è una formulazione sganciata dalla realtà, utile soltanto alla propaganda occidentale. Questa guerra è invece lo scontro del blocco euro-atlantico contro la Russia, combattuto sul corpo dell’Ucraina e attraverso il sacrificio dell’Ucraina. Kiev non è il centro sovrano del conflitto, ma la piattaforma attraverso cui l’Occidente ha scelto di consumare uomini, territorio, industria, futuro e sangue per indebolire Mosca, senza esporsi formalmente a una guerra diretta.
L'Ucraina è una vittima sacrificale dell’Occidente, non un soggetto pienamente libero del proprio destino. Le sue città, i suoi uomini, la sua economia, le sue infrastrutture, la sua demografia sono state consegnate a una strategia più vasta: impedire alla Russia di consolidarsi come potenza autonoma, spezzare il suo spazio di sicurezza, trascinarla in un conflitto lungo, estenuante, finanziariamente costoso. La NATO europea, che sta agendo sabotando ogni possibilità di pace, non è un osservatore esterno né un semplice fornitore di assistenza. È una parte belligerante di fatto, protetta solo dalla finzione giuridica della non belligeranza formale.
È in questa cornice che va compresa la stanchezza russa. Non come cedimento pacifista, non come pentimento storico (il popolo russo non ha nulla di cui pentirsi), non come conversione improvvisa alla narrativa occidentale (e ci mancherebbe altro...). Piuttosto come insofferenza verso l’indeterminatezza. Si è stanchi non perché si voglia rinunciare, ma perché si percepisce che il conflitto è stato lasciato marcire troppo a lungo nella forma più logorante possibile. Si è stanchi della guerra lenta, della guerra amministrata, della guerra che non decide e non conclude. Si è stanchi di una pressione continua che consuma la società, l’economia, il bilancio dello Stato, le famiglie, senza offrire una parola finale.
Per questo, nell’area nazional-patriottica russa, la critica a Putin non nasce da una richiesta di moderazione, ma dal suo contrario. L’accusa non è di avere osato troppo, ma di avere osato troppo poco. Non di avere aperto una frattura troppo grande, ma di averla lasciata aperta troppo a lungo. Non di avere colpito con eccessiva durezza, ma di avere conservato troppe cautele verso centri decisionali, reti logistiche, apparati militari e capitali politiche ormai coinvolte a pieno titolo nella guerra.
In questa logica, la Germania, la Francia, il Regno Unito, la Polonia, le strutture militari e industriali europee non appaiono più come retrovie innocenti. Sono parti integrate di una macchina bellica che arma, addestra, finanzia, dirige, sostiene e prolunga. Il linguaggio dei falchi russi diventa così sempre più cupo: non basta più colpire il fronte; bisogna colpire la volontà politica che rende possibile il fronte. Non basta più consumare l’esercito ucraino; bisogna impedire che l’Europa continui a sostituire ciò che viene distrutto. Non basta più resistere al logoramento; bisogna spezzare il meccanismo che produce il logoramento.
Naturalmente, una simile postura porta con sé conseguenze terribili. Porta con sé l’idea di una guerra più dura, più vasta, più decisiva. Porta con sé la richiesta di colpire i centri decisionali, di non rispettare più le ambiguità diplomatiche, di considerare la partecipazione indiretta come partecipazione reale. Ed è proprio qui che la stanchezza diventa pericolosa: perché quando una società, o una parte significativa del suo spazio politico, si stanca di una guerra lunga, non sempre chiede la pace. In questo caso chiede l’accelerazione verso una guerra nucleare, giusto per essere chiari senza giri di parole. Chiede il colpo definitivo. Chiede che la sofferenza accumulata trovi una giustificazione retroattiva in una vittoria più grande, più chiara, più brutale.
Nel frattempo, anche il costo interno cresce. La guerra di logoramento non consuma soltanto i carri armati, i droni, i missili, le munizioni e gli uomini. Consuma il patto fiscale, la pazienza sociale, la fiducia nel futuro. Quando aumentano le tasse, quando il bilancio pubblico viene piegato sempre più verso difesa e sicurezza, quando la vita ordinaria viene progressivamente riassorbita dalle esigenze dello scontro, la guerra smette di essere un evento esterno e diventa una struttura della vita quotidiana. Entra nei prezzi, negli stipendi, nei servizi, nelle paure, nelle conversazioni private. Entra nel modo in cui si immagina il domani.
Ma sarebbe un errore credere che la stanchezza appartenga soltanto alla Russia. Anche sul nostro fronte occidentale le popolazioni sono stanche. Stanche di guerre che non hanno chiesto, di sacrifici imposti in nome di parole sempre più astratte, di emergenze permanenti trasformate in metodo di governo. Stanche di una classe dirigente guerrafondaia che, mentre parla di libertà, comprime ogni spazio di dissenso; mentre parla di democrazia, restringe il perimetro del pensabile; mentre parla di sicurezza, trasferisce il costo della propria strategia sulle persone comuni.
A questa stanchezza si sommano misure economiche e lavorative sempre più repressive. Si scaricano inflazione, precarietà, disciplina sociale, sacrifici fiscali, austerità selettiva, ricatti occupazionali e impoverimento programmato su chi non ha deciso nulla. Si chiede alla gente comune di pagare guerre che non ha voluto, crisi che non ha creato, transizioni che non controlla, scelte geopolitiche che non ha mai votato davvero. E sembra quasi che, di fronte a ogni bivio, venga adottata la scelta peggiore: quella capace di infliggere la maggiore sofferenza possibile alla gente comune, me compreso.
In questo senso, la guerra esterna e la guerra interna finiscono per assomigliarsi. Fuori, il logoramento militare. Dentro, il logoramento sociale. Fuori, il fronte. Dentro, la compressione economica, morale e lavorativa delle popolazioni. Fuori, la retorica della necessità strategica. Dentro, la trasformazione della vita quotidiana in una lunga prova di resistenza.
Comunque, è troppo presto per essere stanchi, purtroppo...
È troppo presto perché il meccanismo non ha ancora esaurito la propria forza. È troppo presto perché i padroni dell’Occidente non hanno alcun interesse reale a chiudere rapidamente la guerra. Possono dichiarare di volere la pace, possono pronunciare formule diplomatiche, possono parlare di negoziati e sicurezza, ma la struttura profonda dei loro interessi spinge altrove. Spinge verso il prolungamento. Spinge verso una guerra abbastanza lunga da logorare la Russia, da provocare un reset delle nostre economie, un azzeramento dello stato sociale verso forme autoritarie e naziste, senza assistenza per i poveri, i malati e i dissidenti, ma abbastanza indiretta da non obbligare l’Europa e gli Stati Uniti a dichiarare apertamente ciò che stanno facendo. Il progetto ultimo è l'ucrainizzazione dell'Europa, ovvero la trasformazione dello spazio pubblico in un territorio di guerra, nel quale la mobilitazione forzata di tutti, anche degli invalidi e dei malati di mente, sia a supporto e giustificazione di ogni atrocità. Una società, quindi, in cui basti uscire di casa per fare la spesa per rischiare di essere uccisi con un cruento pestaggio da parte degli agenti di reclutamento.
Una guerra lunga, oltre a costruire la nuova Europa, permette di consumare risorse russe, rallentare lo sviluppo economico di Mosca, separare l’Europa dalla Russia per decenni o per sempre, rendere strutturale la dipendenza energetica, militare e politica dell’Europa dagli Stati Uniti, rilanciare l’industria bellica occidentale, sodomizzare le opinioni pubbliche interne, giustificare sempre nuove e ingenti spese militari, normalizzare nuove forme di censura e trasformare ogni dissenso in severa punizione fisica, lavorativa, economica ed esistenziale. In una simile prospettiva, l’Ucraina non deve necessariamente vincere. Deve durare. Deve continuare a combattere abbastanza da impedire una stabilizzazione eurasiatica alternativa, abbastanza da tenere la Russia impegnata, abbastanza da costringere l’Europa a vivere dentro l’orizzonte permanente della minaccia.
La guerra d’attrito diventa così una forma di governo. Non solo governo del fronte, ma governo delle società. Perché una popolazione impaurita accetta più facilmente ciò che una popolazione libera respingerebbe. Accetta più facilmente il riarmo, l’aumento della spesa militare, il taglio dei servizi, la sorveglianza del linguaggio, la criminalizzazione del dissenso, la precarietà presentata come sacrificio necessario. Accetta più facilmente che il futuro venga confiscato in nome di una guerra che, proprio perché non deve finire, deve essere continuamente raccontata come inevitabile.
Da qui discende la progressiva distruzione del vivere personale e sociale così come era stato conosciuto. Non avviene in un solo giorno. Non arriva con una dichiarazione solenne. Avviene per erosione. Un poco alla volta vengono ridotte le possibilità materiali, poi quelle politiche, poi quelle interiori. Si restringe il lavoro, si restringe il reddito, si restringe la parola, si restringe l’immaginazione. Si impara a vivere in difesa. Si impara a non desiderare troppo. Si impara a considerare normale ciò che, pochi anni prima, sarebbe apparso intollerabile.
È forse questa la forma più profonda della guerra lunga: non soltanto distruggere città, ma abituare gli esseri umani alla diminuzione della propria vita. Fare in modo che ognuno accetti di essere più povero, più controllato, più solo, più stanco, più incapace di progettare. Fare in modo che la guerra non sia più percepita come una rottura, ma come il clima stesso dell’epoca.
E tuttavia, proprio qui, dove la stanchezza sembrerebbe legittima, occorre fermarsi. Perché, in fondo, dovremmo preoccuparci? Non si nasce forse anche per attraversare la sofferenza e scoprire il miracolo di andare avanti comunque, qualsiasi cosa accada? Non si viene al mondo soltanto per custodire giorni facili. Si viene anche per misurarsi con la notte, con la perdita, con il tradimento delle promesse pubbliche, con il peso degli eventi più grandi della propria volontà.
C’è qualcosa nell’essere umano che non coincide con la paura che gli viene imposta. Qualcosa che non coincide con la propaganda, con l’economia, con la guerra, con il ricatto sociale, con la fatica. Qualcosa che resta più grande della storia anche quando la storia sembra schiacciare tutto. Si potrebbe chiamarlo dignità. Si potrebbe chiamarlo anima. Si potrebbe chiamarlo scintilla divina. In ogni caso, è ciò che permette di continuare ad amare quando sarebbe più facile indurirsi, di continuare a custodire il bene quando tutto spinge verso l’odio, di trasformare la sofferenza in presenza, in comprensione, in forza.
Se non esistesse questa capacità, nessuno potrebbe sopportare davvero il peso del mondo. Se non fosse possibile trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo, nessuno sarebbe rinato qui. Si sarebbe rimasti altrove, lontani da questa materia difficile, da questa storia ferita, da questa epoca senza misericordia. Invece si è qui. E se si è qui, allora significa che qualcosa può ancora essere portato, attraversato, redento.
Non si tratta di negare la stanchezza. Sarebbe falso. Si è stanchi, profondamente stanchi. Stanchi delle guerre, delle menzogne, dei governi che sacrificano i popoli, delle economie costruite contro la vita, delle parole nobili usate per coprire interessi spietati. Ma non si può cedere proprio adesso. Non si può consegnare alla paura l’ultima sovranità rimasta: quella interiore. Non si può permettere che il logoramento del mondo diventi anche logoramento definitivo dell’anima.
La capacità di amare è fatta per esserci sempre e comunque. Non quando le condizioni sono perfette. Non quando la storia è benevola. Non quando la giustizia è garantita. È fatta per restare anche dentro la prova, anche quando tutto sembra costruito per spegnere la fiducia, anche quando la stanchezza appare come l’unica risposta ragionevole.
Per questo è troppo presto. Troppo presto per arrendersi alla paura. Troppo presto per lasciare che il cinismo abbia l’ultima parola. Troppo presto per credere che la distruzione del vivere sociale coincida con la distruzione dell’essere umano. Troppo presto per dimenticare che, sotto ogni maceria storica, resta ancora la possibilità di una fedeltà più alta.
È troppo presto per essere stanchi, purtroppo. Proprio perché la notte potrebbe essere ancora lunga. Proprio perché il logoramento potrebbe continuare. Proprio perché chi governa la guerra sembra voler trasformare la fatica in destino. Ma finché resta la possibilità di amare, di resistere interiormente, di trasformare la sofferenza in coscienza, non tutto è perduto.
Non si può cedere adesso. Non alla paura. Non alla stanchezza. Non ancora. È davvero troppo presto.
(7 giugno 2026)