Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.609 articoli, per un totale di 1.463.480 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 10 maggio 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

Il digiuno (upavāsa) come vicinanza alla propria anima

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Nel linguaggio comune upavāsa viene spesso tradotto semplicemente come “digiuno”. Nelle tradizioni dell’India, però, il termine ha un significato più ampio: indica un’astensione che serve a riportare attenzione, energia e condotta “vicino” al sacro, al Sé interiore o alla propria anima. Con “anima” intendo un senso vicino al concetto sanscrito di ātman: il principio interiore, il Sé profondo, ciò che viene percepito come più essenziale rispetto al corpo, ai desideri e alle abitudini mentali.

Per evitare equivoci, il digiuno non va inteso come una lotta contro il corpo. Il corpo non è il nemico; il problema è l’automatismo del desiderio. Quando il cibo diventa il centro unico della mente, può “ancorare” l’individuo alla dimensione fisica. Quando invece l’attenzione si raccoglie e si fa più consapevole, l’astensione dal cibo può diventare un gesto di purificazione, ascolto e presenza.

Il significato letterale: upa + vas

Il nucleo etimologico di upavāsa è molto importante. In modo semplificato, il termine può essere ricondotto a upa, “vicino”, “verso”, “accanto”, e vas, “abitare”, “dimorare”, “risiedere”. Il senso letterale diventa quindi: dimorare vicino.

Questa vicinanza non è geografica. È una vicinanza interiore: stare più vicino al divino, al proprio centro, alla coscienza, alla propria anima. Per questo la Wisdom Library raccoglie molte definizioni di upavāsa: alcune lo traducono come digiuno o astinenza, altre ne mostrano il legame con la disciplina religiosa, la purificazione e la prossimità al sacro.

Anche la voce Upavasa della Charak Samhita Online, in ambito ayurvedico, spiega il termine come uno “stare vicino” a Dio o alla divinità, oppure, in senso terapeutico e interiore, come uno stare vicino a se stessi.

La lettura di Osho: non fame, ma vicinanza

Osho distingue con forza il semplice “non mangiare” dal vero upavāsa. Nella sua interpretazione, il digiuno autentico non nasce dall’odio verso il corpo né dal desiderio di mortificarsi, ma da uno stato di coscienza: si è così raccolti nel proprio essere che il cibo perde temporaneamente centralità.

Nei discorsi raccolti nella OSHO Online Library, upvas viene spiegato come il rimanere vicino al Sé interiore e al divino. In un altro passo, sempre nella OSHO Online Library, la distinzione è ancora più netta: avvicinarsi al Sé significa creare una certa distanza dall’identificazione con il corpo.

La conseguenza è sottile ma decisiva: si può non mangiare e rimanere ossessionati dal cibo; in quel caso si sta solo patendo la fame. Oppure si può vivere un’astensione con presenza, sobrietà e chiarezza; in quel caso il digiuno diventa un mezzo per osservare il desiderio, non per reprimerlo ciecamente. La vera domanda non è soltanto “che cosa mangio?” o “che cosa non mangio?”, ma: dove abita la mia attenzione?

Che cosa significa “avvicinarsi all’anima”

Dire che il digiuno avvicina all’anima non significa affermare che il cibo sia impuro o spiritualmente negativo. Significa piuttosto riconoscere che il nutrimento, il gusto, l’abitudine e il piacere possono diventare punti di identificazione molto forti. Quando la mente è completamente assorbita dal bisogno, dal desiderio o dalla gratificazione, l’identità si restringe: “io” divento il corpo che vuole, la bocca che cerca, lo stomaco che reclama.

Upavāsa, nel suo senso più profondo, interrompe questo automatismo. Crea uno spazio. In quello spazio la persona può accorgersi che esiste anche altro: respiro, attenzione, silenzio, presenza, preghiera, meditazione, discernimento. È in questo senso che il digiuno può diventare vicinanza all’anima: non perché il corpo venga negato, ma perché il corpo non occupa più tutto il campo della coscienza.

Le tradizioni dharmiche: una pratica integrale

Per “tradizioni dharmiche” si intendono, in questo contesto, le grandi vie religiose e filosofiche nate in India, come hinduismo, buddhismo e giainismo. La parola dharma può indicare ordine, legge, dovere, condotta retta o insegnamento spirituale, a seconda del contesto.

Nel Dharmaśāstra, cioè nella letteratura normativa hindu sulla condotta religiosa e sociale, upavāsa appare come una forma di astinenza. Non riguarda solo il cibo, ma anche il contenimento dei sensi. Termini come maithuna, per esempio, indicano l’unione sessuale: la rinuncia temporanea alla sessualità fa parte, in certi contesti rituali, dello stesso principio di sobrietà.

Nei Purāṇa e negli Itihāsa, testi che intrecciano mito, devozione, cosmologia e racconti epici, upavāsa viene collegato al tornare indietro dalle azioni nocive e al condurre una vita più virtuosa. Alcune prescrizioni antiche parlano di evitare carne, certi legumi, ornamenti, profumi o contatti sensuali. Queste indicazioni vanno lette nel loro contesto storico e rituale: il punto centrale non è l’elenco materiale delle proibizioni, ma l’idea di ridurre ciò che alimenta distrazione, vanità e attaccamento.

Nello yoga, upavāsa può essere presentato tra i niyama, cioè osservanze o discipline personali. Il termine niyama indica pratiche che orientano la vita quotidiana verso ordine, purezza, autocontrollo e consapevolezza. Quando si parla di vanāśrama, invece, ci si riferisce allo stadio tradizionale della vita “nella foresta”, associato al ritiro, alla contemplazione e alla progressiva semplificazione dell’esistenza.

Nell’Āyurveda, la medicina tradizionale indiana, upavāsa può rientrare nelle pratiche di langhana, termine che indica ciò che “alleggerisce” il corpo. Qui il digiuno è trattato anche come strumento terapeutico, ma sempre in relazione alla costituzione individuale, alla forza della persona, alla stagione, alla digestione e alla condizione di salute. Questo è un punto importante: nella prospettiva ayurvedica tradizionale, l’astensione non è una pratica uguale per tutti né generalmente consigliata, si fa solo in casi motivati. 

Nel buddhismo, il digiuno è spesso collegato alla disciplina del tempo corretto per mangiare e agli Otto Precetti, cioè regole di condotta etica e sobrietà. In questo caso l’accento non è sul sacrificio in sé, ma sulla riduzione dell’attaccamento e sul sostegno alla presenza mentale.

Nel giainismo, upavāsa è una delle forme di austerità esterna. Il giainismo attribuisce grande importanza ad ahiṃsā, la non-violenza, e al controllo delle passioni. Il digiuno può quindi diventare una pratica di purificazione, disciplina e distacco, ma idealmente non dovrebbe trasformarsi in violenza contro il corpo.

Ekādaśī e i giorni sacri di digiuno

Una delle osservanze più note è Ekādaśī, l’undicesimo giorno del ciclo lunare, particolarmente importante in molte tradizioni devozionali hindù, soprattutto vaiṣṇava. In questi giorni il digiuno non è soltanto alimentare: è pensato come un sostegno alla preghiera, alla meditazione, al canto sacro, alla lettura spirituale e alla purificazione della condotta.

Questo chiarisce un punto essenziale: upavāsa non è semplicemente “saltare i pasti”. È un modo per spostare il centro della giornata. Il tempo e l’energia che normalmente vengono assorbiti dalla preparazione, dal consumo e dal desiderio del cibo vengono orientati verso interiorità, devozione e presenza.

Il fuoco interiore e il simbolismo della trasformazione

Nei lessici sanscriti compaiono anche significati meno comuni di upavāsa, come “accensione del fuoco sacro” o “altare del fuoco”. Queste accezioni appartengono alla sfera rituale, ma sono simbolicamente molto evocative. Il fuoco, nelle tradizioni vediche, è luogo di offerta, trasformazione e passaggio: ciò che viene offerto al fuoco non resta com’era, ma cambia stato.

Letto in questa chiave, il digiuno è anch’esso un piccolo fuoco interiore. Non brucia il corpo, ma può bruciare automatismi, eccessi, dipendenze sottili, dispersioni. Quando è praticato con intelligenza, misura e consapevolezza, diventa una forma di trasformazione: meno rumore sensoriale, più ascolto; meno possesso, più presenza; meno reazione, più discernimento.

Il filo comune: dimorare più vicino

Che lo si guardi attraverso Osho, i lessici sanscriti, l’Āyurveda, il buddhismo o il giainismo, il cuore di upavāsa rimane lo stesso: dimorare più vicino. Vicino al Sé, vicino al divino, vicino alla propria anima, vicino a quella parte dell’essere che di solito viene coperta dal movimento continuo dei desideri.

Il digiuno, allora, non è una tecnica magica né una prova di superiorità spirituale. È un orientamento. Può essere utile solo se conduce a maggiore chiarezza, dolcezza, presenza e libertà interiore. Se invece produce orgoglio, ossessione, rigidità o disprezzo del corpo, tradisce il suo significato più profondo.

Upavāsa non chiede semplicemente di stare lontani dal cibo. Chiede di stare più vicini a ciò che siamo quando il desiderio si placa, i sensi si acquietano e la coscienza torna ad abitare se stessa.

(9 maggio 2026)

Prima farsa, poi tragedia – Viaggio al termine della democrazia europea

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"Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo."
(parafrasi moderna di Platone, Repubblica, Libro VIII)

Questa sintesi moderna del pensiero che Platone mette in bocca a Socrate nella Repubblica non è soltanto una profezia politica: è un referto autoptico che descrive con agghiacciante precisione lo stato terminale del nostro Occidente. Ciò che era nato come spazio sacro del logos e della deliberazione collettiva si è lentamente trasformato in un rito vuoto, una pantomima dove il cittadino crede ancora di scegliere mentre gli viene soltanto concesso di applaudire decisioni già prese altrove.

Guardiamo a cosa sono serviti decenni di democrazia in Europa. A cosa è servito andare a votare, elezione dopo elezione, con la devozione laica di chi crede ancora che la scheda sia uno strumento di sovranità. A cosa è servito informarsi al di fuori dei canali ufficiali, in quei media alternativi cresciuti come erba ostinata tra le crepe di un monolite narrativo, sostenuti da donazioni spontanee, ma boicottati, censurati, ridicolizzati come complottisti, mentre raccontavano verità che il mainstream avrebbe ammesso soltanto in parte e molti anni dopo, a danno ormai compiuto.

È servito a questo: un continente che cerca con furia autodistruttiva una guerra totale contro la Russia, come se la ragionevolezza fosse diventata un tradimento e l'istinto di sopravvivenza una colpa da espiare. Un'Europa che preferisce immolare la propria economia, la propria sicurezza energetica, il futuro dei propri giovani pur di ubbidire a un copione scritto da chi considera la guerra non una tragedia da evitare ma un mercato da alimentare.

Ed è servito a offrire applausi — non semplicemente silenzio, ma applausi — alla pulizia etnica condotta con metodica brutalità dai sionisti. Abbiamo visto cortei, dichiarazioni, risoluzioni, finanziamenti. Abbiamo visto un Occidente che si proclama paladino dei diritti umani mentre fornisce armi, copertura diplomatica e legittimazione morale a chi bombarda ospedali, scuole, campi profughi. La democrazia è diventata il paravento retorico dietro cui si consuma il più classico dei crimini coloniali, con l'aggravante di essere trasmesso in diretta e tuttavia negato con la medesima sfrontatezza.

Così la democrazia è servita da fondamenta alla crudeltà neonazista, sorretta da due pilastri gemelli: il servilismo verso l'industria delle armi e la totale sottomissione alle industrie farmaceutiche. Il Covid ha rappresentato il laboratorio perfetto di questa doppia cattura: corpi ridotti a mercato, vite barattate per profitto, paure gestite come leve di controllo sociale. Mentre si chiudevano attività, si distruggevano economie familiari, si isolavano anziani e bambini, i grandi capitali farmaceutici registravano utili senza precedenti e i governi democratici eseguivano, disciplinati come funzionari di un'azienda privata, ogni dettame senza nemmeno la parvenza di un dibattito. La deliberazione democratica è stata sospesa con un'efficienza che nessun tiranno avrebbe mai osato sperare, il tutto con il consenso — anzi, la richiesta — di una popolazione ormai incapace di pensare al di fuori della paura.

Il ridicolo, appunto. Una classe dirigente che balbetta slogan mentre il mondo brucia. Cittadini che si illudono di partecipare mentre vengono soltanto amministrati. Un sistema che celebra se stesso con cerimonie vuote mentre prepara la propria tomba.

E poi il sangue. Perché dopo il ridicolo, la farsa lascia inevitabilmente il passo alla tragedia. La guerra, quella vera, quella che si combatte con i corpi dei figli della classe media e povera, è già alle porte. E quando arriverà, scopriremo che tutto questo teatro democratico non ci ha dato né voce, né scelta, né scampo.

Tuttavia...

Se dobbiamo passare attraverso la catastrofe per generare un essere umano diverso, più consapevole della propria natura e più centrato sul "noi" invece che sull'"io", allora così sia. Non come augurio macabro, ma come constatazione storica: l'umanità impara raramente dalla saggezza, quasi sempre dal dolore. La speranza non risiede nelle istituzioni ormai svuotate di senso, né in una classe politica che ha abdicato a qualsiasi funzione che non sia la propria sopravvivenza. La speranza risiede in qualcosa di più profondo e più antico: l'intuizione che la nostra anima non è venuta in questo mondo per caso, ma perché ha qualcosa di importante da fare e da apprendere insieme ad altre anime.

La democrazia può morire. Le sue forme possono corrompersi fino a diventare irriconoscibili. Ma la scintilla che spinse gli esseri umani a cercarsi, a deliberare, a costruire spazi di libertà, quella non si estingue. Attraversa il disastro, si nasconde sotto le macerie, attende. E quando il rumore della farsa e il fragore della tragedia saranno cessati, quella scintilla sarà ancora lì, pronta a riaccendersi. Non per restaurare vecchi idoli, ma per immaginare qualcosa che oggi non sappiamo ancora nominare.

L'importante è non perdere mai la consapevolezza che siamo qui per qualcosa che eccede il consumo, la paura, l'obbedienza. Siamo qui per trasformare l’avidità in cura, la collera in lucidità, e l’illusione nel coraggio di guardare. Un amore senza avidità, una forza senza collera, uno sguardo senza veli. Se la catastrofe ci aiuterà in questo, allora non sarà stata l’ultima notte, ma una nuova alba.

(6 maggio 2026)

Privacy‑Friendly IP Lookup Is Back – Cleaner, Smarter, Still No Trackers

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A few years ago I built a simple, privacy‑respecting page that shows your public IP address along with a basic reverse DNS and a whois lookup. It did that without setting any cookies, without third‑party trackers, without ads, and – most importantly – without ever storing your IP address on the server. Then, for a long time, it sat behind a “Not authorized” error and stopped working.

Today I’m happy to announce that the page is back online – and it has been significantly improved:

→ Open the IP & Privacy Check Tool

The tool is meant for anyone who wants a quick, trustworthy way to see which IP address they are exposing to the internet, along with useful privacy tests. It’s still the same zero‑log, zero‑tracker philosophy, but now the whois section is much smarter.

What the page does

  • Shows your current public IP address (IPv4 or IPv6).
  • Performs a reverse DNS lookup.
  • Displays your browser’s user agent (and warns if JavaScript is enabled).
  • Links to external, reputable tests for: third‑party cookies, DNS leaks, WebRTC leaks, browser fingerprinting, and canvas fingerprinting.
  • Provides a whois information block that now shows only the actual assignee of the IP, without the confusing multi‑registry results it used to display.

What changed (and why it matters)

The original code queried up to five different whois servers (AfriNIC, LACNIC, APNIC, ARIN, RIPE). Most of the output was generic delegation data like “this range belongs to APNIC”. That made it hard to spot who really owns the IP.

Now the script:

  • Determines the correct Regional Internet Registry (RIR) for the IP via IANA.
  • Contacts only that RIR, then automatically follows any referral to the final whois server that holds the assignment details.
  • Cleans up comments and empty lines, presenting only the relevant registration information (netname, description, country, abuse contact, etc.).

The rest of the page hasn’t changed: no logs, no cookies, no analytics, no external requests except the third‑party tests you explicitly click on. The code is still simple PHP that you can read and host yourself if you want.

If you find it useful, sharing or linking to it helps others discover a transparent alternative to commercial “check my IP” services that often profile visitors.

(May 6, 2026)

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