Avviso ai lettori

Translate this articleSpeak this article

Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.654 articoli, per un totale di 1.525.213 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 17 luglio 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.

Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

Di’ no alla guerra: la tua coscienza appartiene a te

Translate this articleSpeak this article

Auch auf Deutsch verfügbar

Perché oggi l’obiezione di coscienza è un atto di umanità

La Germania si sta riarmando. Dal gennaio 2026 è in vigore il nuovo servizio militare. La Bundeswehr contatta i giovani, invia questionari e cerca di ottenere un maggior numero di volontari per le forze armate e per una riserva militare notevolmente ampliata. Gli uomini sono obbligati a rispondere al questionario, mentre per le donne la partecipazione è facoltativa. Qualora non si presentassero abbastanza volontari, il Bundestag potrebbe successivamente approvare una cosiddetta leva determinata dalle necessità.

Il governo federale parla di capacità di difesa e di deterrenza. Definisce la Russia come la maggiore minaccia attuale per la sicurezza tedesca ed europea.

Si possono utilizzare molte espressioni diplomatiche per descrivere tutto questo. Si può parlare di sicurezza, preparazione, forza e responsabilità. Ma il significato concreto di questa politica rimane lo stesso: la Germania sta preparando persone, armi e strutture militari alla possibilità di una guerra contro la Russia.

Io dico che non dobbiamo abituarci a tutto questo.

Non dobbiamo comportarci come se la guerra fosse un problema tecnico risolvibile con più soldati, più carri armati e più munizioni. La guerra non è un’esercitazione strategica. La guerra non è una freccia disegnata su una cartina. La guerra è un corpo umano colpito da un proiettile. È una persona intrappolata dentro un veicolo in fiamme. È una madre in attesa di una telefonata che cambierà per sempre la sua vita.

La guerra è sempre sbagliata.

Quando la diplomazia si trasforma in guerra, abbiamo perso tutti.

A quel punto, per i morti non ha più alcuna importanza quale governo ritenesse di avere ragione, quale parte avesse pubblicato le dichiarazioni più convincenti o quali strateghi credessero di poter controllare il corso della storia. Dove la diplomazia fallisce, cominciano a morire persone che non hanno preso quelle decisioni.

Il compito della Germania, dell’Unione Europea e della NATO non dovrebbe quindi essere quello di continuare a sostenere militarmente questa guerra e di aggravare lo scontro con la Russia. Dovrebbe essere quello di evitare mali peggiori, utilizzare ogni possibilità di raggiungere un cessate il fuoco e impegnarsi con tutte le proprie forze per ottenere dei negoziati.

Una diplomazia sincera richiede anche che si prendano sul serio le paure e gli interessi di sicurezza dell’altra parte. Questo non significa accettare ogni sua richiesta. Significa però non ignorare per anni gli avvertimenti, non sostituire le proposte di dialogo con minacce militari e non organizzare la propria sicurezza in modo tale che l’altra parte debba sentirsi sempre più minacciata.

Gli accordi di Minsk avrebbero dovuto rappresentare una via d’uscita dalla guerra nel Donbass. Angela Merkel ha successivamente affermato che l’accordo era stato anche un tentativo di concedere tempo all’Ucraina e che l’Ucraina aveva utilizzato quel tempo per diventare più forte. Questa dichiarazione solleva una domanda inquietante: la diplomazia è stata utilizzata come un ponte verso la pace, oppure soltanto come una pausa prima dell’escalation successiva?

Una diplomazia che serve unicamente a guadagnare tempo per un ulteriore riarmo non è una politica di pace. È la continuazione dello scontro con altri mezzi.

Ogni nuova fornitura di armi, ogni attacco condotto sempre più in profondità nel territorio dell’altra parte e ogni dichiarazione secondo cui il conflitto potrebbe essere risolto soltanto militarmente avvicinano l’Europa a una guerra diretta tra potenze nucleari. Nessuno dovrebbe fingere che una simile escalation possa essere controllata con sicurezza.

È il momento di finirla.

Non quando soldati tedeschi e russi si troveranno direttamente gli uni di fronte agli altri. Non quando un missile avrà attraversato un confine che non avrebbe mai dovuto superare. Non quando i politici dichiareranno che ormai non esistono più alternative.

L’alternativa si chiama diplomazia. L’alternativa si chiama cessate il fuoco. L’alternativa consiste nel considerare la vita degli esseri umani più importante degli obiettivi geopolitici.

Il tempo della finta diplomazia deve finire. La Germania e l’Europa non dovrebbero contribuire a prolungare una guerra che non sarebbe mai dovuta cominciare. Dovrebbero fare tutto il possibile per concluderla, prima che una guerra già terribile diventi una catastrofe che nessuno sarà più in grado di fermare.

Perché, quando la diplomazia tacerà definitivamente, non saranno gli argomenti dei governi a morire.

Moriranno gli esseri umani.

Un giovane tedesco e un giovane russo non sono nemici dalla nascita.

Sono entrambi figli di questo mondo.

Entrambi sono stati bambini che di notte chiamavano i propri genitori. Entrambi conoscono la gioia, la vergogna, la speranza e la paura. Entrambi hanno persone che amano. Entrambi temono il dolore. Entrambi temono le ferite, le mutilazioni e la morte. Entrambi hanno paura di perdere la madre, il padre, i fratelli, gli amici o la persona con la quale vorrebbero trascorrere la propria vita.

Forse ascoltano la stessa musica.

Forse giocano allo stesso videogioco.

Forse entrambi sognano di formare una famiglia, aprire un’officina, studiare medicina, costruire una casa o semplicemente diventare anziani.

Perché dovrebbero uccidersi?

Non è stato il giovane tedesco a decidere che la Russia dovesse essere sua nemica. Non è stato il giovane russo a decidere che la Germania dovesse essere sua nemica.

Le guerre vengono decise da altri.

Dai governi. Dai presidenti e dai ministri. Dai comandi militari, dagli strateghi e dalle persone che siedono in edifici protetti davanti a schermi e cartine. Parlano di capacità operativa, percentuali di perdite, settori del fronte e obiettivi strategici.

Ma raramente spiegano che cosa significhino veramente queste parole.

Una “perdita” era una persona.

Aveva un nome.

Aveva una voce.

Qualcuno conosceva la sua risata. Qualcuno lo aspettava. Qualcuno vedrà per il resto della propria vita un posto vuoto a tavola.

Quando comincia la guerra, coloro che l’hanno decisa generalmente non si trovano nelle trincee. Ci devono andare gli altri. Gli altri devono sparare. Gli altri devono morire dissanguati. Gli altri devono continuare a vivere con arti amputati, pelle ustionata o immagini nella mente che non li abbandoneranno mai.

E in seguito qualcuno forse dirà che tutto questo era necessario.

Ma per chi è morto non esiste un seguito.

Per la sua famiglia non esiste una vittoria capace di riportarlo indietro.

Forse ti diranno che il servizio armato è un tuo dovere. Forse ti diranno che devi difendere la patria. Forse cercheranno di utilizzare la tua paura, il tuo senso del dovere o l’amore per la tua famiglia per farti indossare un’uniforme.

In quel momento ricordati:

La tua coscienza non appartiene allo Stato.

Il tuo corpo non appartiene alla Bundeswehr.

La tua vita non appartiene a un generale né a una strategia geopolitica.

In Germania la Legge fondamentale della Repubblica Federale di Germania protegge il diritto di rifiutare il servizio militare armato per motivi di coscienza. L’articolo 4, comma 3, stabilisce che nessuno può essere costretto, contro la propria coscienza, a prestare servizio militare armato. La domanda di riconoscimento deve basarsi su una decisione di coscienza personale e seria.

L’obiezione di coscienza non è codardia.

Essere codardi non significa deporre un’arma. A volte significa marciare insieme alla folla perché si ha paura di rimanere soli.

Il coraggio può consistere nel dire di no.

No a un ordine.

No a un’uniforme.

No all’idea che una persona sconosciuta debba morire perché dei governi l’hanno dichiarata nemica.

Non devi sostenere la Russia per rifiutare la guerra. Non devi difendere alcun governo. Non devi amare Putin, la NATO o qualsiasi altra potenza.

Puoi semplicemente amare l’essere umano.

Puoi dire: io non ucciderò.

Non per la Russia.

Non contro la Russia.

Non per la Germania.

Non per una bandiera, un confine o un discorso.

Qualcuno obietterà che una società senza soldati non può proteggersi. Ma esistono molti modi per proteggere le persone. Si possono curare i feriti, spegnere gli incendi, salvare chi è rimasto sotto le macerie, accogliere i profughi, distribuire alimenti, ricostruire le case distrutte e prevenire i conflitti. Si può servire la vita senza imparare a uccidere.

Il vero contrasto non è quello tra tedeschi e russi.

È quello tra chi considera gli esseri umani materiale utilizzabile per il proprio potere e chi si rifiuta di sacrificare vite umane.

Tra l’ordine e la coscienza.

Tra la guerra e la vita.

Qualora un giorno ricevessi una lettera, compilassi un questionario o ti trovassi davanti a una decisione, fermati per un momento.

Non pensare innanzitutto alle parole del governo.

Pensa alla persona che si trova dall’altra parte.

Immagina che nei tuoi occhi veda la stessa paura che tu vedi nei suoi. Immagina sua madre. Immagina la tua. Immagina che entrambe aspettino che i propri figli tornino a casa.

Poi domandati se un qualsiasi obiettivo politico abbia il diritto di chiedervi di uccidervi a vicenda.

Ascolta la tua coscienza.

Informati sul tuo diritto all’obiezione di coscienza. Non permettere che una campagna pubblicitaria, la pressione sociale o le promesse militari decidano al posto tuo una questione morale.

Finché sei ancora libero di decidere, scegli la vita.

Finché puoi ancora dire di no, di’ di no.

Finché hai ancora la possibilità di scegliere:

Non partecipare.

(17 luglio 2026)

Sag Nein zum Krieg: Dein Gewissen gehört dir

Translate this articleSpeak this article

Disponibile anche in italiano

Warum Kriegsdienstverweigerung heute ein Akt der Menschlichkeit ist

Deutschland rüstet auf. Seit Januar 2026 gilt der Neue Wehrdienst. Die Bundeswehr schreibt junge Menschen an, verschickt Fragebögen und versucht, mehr Freiwillige für die Streitkräfte und für eine stark vergrößerte Reserve zu gewinnen. Männer müssen den Fragebogen beantworten, für Frauen ist die Teilnahme freiwillig. Sollten sich nicht genügend Freiwillige melden, kann der Bundestag später eine sogenannte Bedarfswehrpflicht beschließen.

Die Bundesregierung spricht von Verteidigungsfähigkeit und Abschreckung. Sie bezeichnet Russland als die derzeit größte Bedrohung für die deutsche und europäische Sicherheit.

Man kann dafür viele diplomatische Begriffe verwenden. Man kann von Sicherheit, Bereitschaft, Stärke und Verantwortung sprechen. Doch der konkrete Sinn dieser Politik bleibt derselbe: Deutschland bereitet Menschen, Waffen und militärische Strukturen auf die Möglichkeit eines Krieges gegen Russland vor.

Ich sage: Wir dürfen uns daran nicht gewöhnen.

Wir dürfen nicht so tun, als wäre Krieg ein technisches Problem, das sich mit mehr Soldaten, mehr Panzern und mehr Munition lösen ließe. Krieg ist kein Planspiel. Krieg ist kein Pfeil auf einer Landkarte. Krieg ist ein menschlicher Körper, der von einem Geschoss getroffen wird. Krieg ist ein Mensch, der in einem brennenden Fahrzeug eingeschlossen ist. Krieg ist eine Mutter, die auf einen Anruf wartet, der ihr Leben für immer verändern wird.

Krieg ist immer falsch.

Wenn Diplomatie in Krieg umschlägt, haben wir alle verloren.

Dann spielt es für die Toten keine Rolle mehr, welche Regierung sich im Recht sah, welche Seite die überzeugenderen Erklärungen veröffentlichte oder welche Strategen glaubten, den Lauf der Geschichte kontrollieren zu können. Wo Diplomatie scheitert, beginnen Menschen zu sterben, die diese Entscheidungen nicht getroffen haben.

Die Aufgabe Deutschlands, der Europäischen Union und der NATO dürfte deshalb nicht darin bestehen, diesen Krieg immer weiter militärisch zu unterstützen und die Konfrontation mit Russland zu verschärfen. Ihre Aufgabe müsste darin bestehen, Schlimmeres zu verhindern, jede Möglichkeit für einen Waffenstillstand zu nutzen und mit aller Kraft auf Verhandlungen hinzuarbeiten.

Ehrliche Diplomatie bedeutet auch, die Ängste und Sicherheitsinteressen der anderen Seite ernst zu nehmen. Das heißt nicht, jeder Forderung zuzustimmen. Es bedeutet aber, Warnungen nicht jahrelang abzutun, Gesprächsangebote nicht durch militärische Drohungen zu ersetzen und Sicherheit nicht so zu organisieren, dass sich die jeweils andere Seite immer stärker bedroht fühlen muss.

Die Minsker Vereinbarungen hätten ein Weg aus dem Krieg im Donbass sein sollen. Angela Merkel sagte später, das Abkommen sei auch ein Versuch gewesen, der Ukraine Zeit zu geben, und die Ukraine habe diese Zeit genutzt, um stärker zu werden. Diese Aussage wirft eine erschreckende Frage auf: Wurde Diplomatie als Brücke zum Frieden benutzt – oder nur als Pause vor der nächsten Eskalation?

Eine Diplomatie, die lediglich Zeit für weitere Aufrüstung gewinnt, ist keine Friedenspolitik. Sie ist die Fortsetzung der Konfrontation mit anderen Mitteln.

Jede neue Waffenlieferung, jeder Angriff immer tiefer im Gebiet der anderen Seite und jede Erklärung, der Konflikt könne nur militärisch entschieden werden, bringt Europa näher an einen direkten Krieg zwischen Atommächten. Niemand darf so tun, als ließe sich eine solche Eskalation zuverlässig kontrollieren.

Es ist Zeit, damit aufzuhören.

Nicht erst dann, wenn deutsche und russische Soldaten einander unmittelbar gegenüberstehen. Nicht erst dann, wenn eine Rakete eine Grenze überschreitet, die niemals hätte überschritten werden dürfen. Nicht erst dann, wenn Politiker erklären, nun gebe es keine Alternative mehr.

Die Alternative heißt Diplomatie. Die Alternative heißt Waffenstillstand. Die Alternative heißt, das Leben von Menschen wichtiger zu nehmen als geopolitische Ziele.

Die Zeit der Scheindiplomatie muss enden. Deutschland und Europa sollten nicht dazu beitragen, einen Krieg fortzuführen, der niemals hätte beginnen dürfen. Sie sollten alles tun, um ihn zu beenden, bevor aus einem schrecklichen Krieg eine Katastrophe wird, die niemand mehr aufhalten kann.

Denn wenn die Diplomatie endgültig verstummt, werden nicht die Argumente der Regierungen sterben.

Es werden Menschen sterben.

Ein junger Deutscher und ein junger Russe sind keine geborenen Feinde.

Sie sind beide Kinder dieser Welt.

Beide waren einmal Kinder, die nachts nach ihren Eltern riefen. Beide kennen Freude, Scham, Hoffnung und Angst. Beide haben Menschen, die sie lieben. Beide fürchten Schmerzen. Beide fürchten Verwundung, Verstümmelung und Tod. Beide haben Angst, ihre Mutter, ihren Vater, ihre Geschwister, ihre Freunde oder den Menschen zu verlieren, mit dem sie ihr Leben verbringen möchten.

Vielleicht hören sie dieselbe Musik.

Vielleicht spielen sie dasselbe Computerspiel.

Vielleicht träumen sie beide davon, eine Familie zu gründen, eine Werkstatt zu eröffnen, Medizin zu studieren, ein Haus zu bauen oder einfach alt zu werden.

Warum sollten sie einander töten?

Nicht der junge Deutsche hat beschlossen, dass Russland sein Feind sein soll. Nicht der junge Russe hat beschlossen, dass Deutschland sein Feind sein soll.

Kriege werden von anderen beschlossen.

Von Regierungen. Von Präsidenten und Ministern. Von Militärstäben, Strategen und Menschen, die in geschützten Gebäuden vor Bildschirmen und Landkarten sitzen. Sie sprechen von Einsatzfähigkeit, Verlustquoten, Frontabschnitten und strategischen Zielen.

Aber sie sagen selten, was diese Wörter wirklich bedeuten.

Ein „Verlust“ war ein Mensch.

Er hatte einen Namen.

Er hatte eine Stimme.

Jemand kannte sein Lachen. Jemand wartete auf ihn. Jemand wird für den Rest seines Lebens einen leeren Platz am Tisch sehen.

Wenn der Krieg beginnt, stehen diejenigen, die ihn beschlossen haben, meistens nicht im Schützengraben. Andere müssen dort stehen. Andere müssen schießen. Andere müssen verbluten. Andere müssen mit amputierten Gliedmaßen, verbrannter Haut oder Bildern im Kopf weiterleben, die sie nie wieder verlassen.

Und später wird man vielleicht sagen, all das sei notwendig gewesen.

Aber für den Menschen, der tot ist, gibt es kein später.

Für seine Familie gibt es keinen Sieg, der ihn zurückbringt.

Vielleicht wird man dir sagen, der Dienst an der Waffe sei deine Pflicht. Vielleicht wird man dir sagen, du müsstest deine Heimat verteidigen. Vielleicht wird man versuchen, deine Angst, dein Pflichtgefühl oder deine Liebe zu deiner Familie zu benutzen, um dich in eine Uniform zu bringen.

Dann erinnere dich daran:

Dein Gewissen gehört nicht dem Staat.

Dein Körper gehört nicht der Bundeswehr.

Dein Leben gehört keinem General und keiner geopolitischen Strategie.

In Deutschland schützt das Grundgesetz das Recht, den Kriegsdienst mit der Waffe aus Gewissensgründen zu verweigern. Artikel 4 Absatz 3 bestimmt: Niemand darf gegen sein Gewissen zum Kriegsdienst mit der Waffe gezwungen werden. Ein Antrag auf Anerkennung muss auf einer persönlichen und ernsthaften Gewissensentscheidung beruhen.

Kriegsdienstverweigerung ist keine Feigheit.

Feigheit bedeutet nicht, eine Waffe niederzulegen. Manchmal bedeutet Feigheit, mit der Menge zu marschieren, weil man Angst davor hat, allein stehen zu bleiben.

Mut kann bedeuten, Nein zu sagen.

Nein zu einem Befehl.

Nein zu einer Uniform.

Nein zu der Vorstellung, ein fremder Mensch müsse sterben, weil Regierungen ihn zum Feind erklärt haben.

Du musst Russland nicht unterstützen, um den Krieg abzulehnen. Du musst keine Regierung verteidigen. Du musst weder Putin noch die NATO noch irgendeine andere Macht lieben.

Du kannst einfach den Menschen lieben.

Du kannst sagen: Ich werde nicht töten.

Nicht für Russland.

Nicht gegen Russland.

Nicht für Deutschland.

Nicht für eine Fahne, eine Grenze oder eine Rede.

Man wird einwenden, ohne Soldaten könne sich eine Gesellschaft nicht schützen. Doch es gibt viele Arten, Menschen zu schützen. Man kann Verletzte versorgen, Brände löschen, Verschüttete retten, Flüchtlinge aufnehmen, Lebensmittel verteilen, zerstörte Häuser wiederaufbauen und Konflikte verhindern. Man kann dem Leben dienen, ohne das Töten zu lernen.

Der wahre Gegensatz besteht nicht zwischen Deutschen und Russen.

Er besteht zwischen denjenigen, die Menschen als Material ihrer Macht betrachten, und denjenigen, die sich weigern, Menschenleben zu opfern.

Zwischen dem Befehl und dem Gewissen.

Zwischen dem Krieg und dem Leben.

Wenn du eines Tages einen Brief erhältst, einen Fragebogen ausfüllst oder vor einer Entscheidung stehst, dann halte einen Moment inne.

Denke nicht zuerst an die Worte der Regierung.

Denke an den Menschen auf der anderen Seite.

Stell dir vor, er sieht genauso große Angst in deinen Augen, wie du in seinen siehst. Stell dir seine Mutter vor. Stell dir deine eigene Mutter vor. Stell dir vor, beide warten darauf, dass ihre Kinder nach Hause kommen.

Dann frage dich, ob irgendein politisches Ziel das Recht hat, von euch zu verlangen, einander zu töten.

Höre auf dein Gewissen.

Informiere dich über dein Recht auf Kriegsdienstverweigerung. Lass dir deine moralische Entscheidung nicht von einer Werbekampagne, gesellschaftlichem Druck oder militärischen Versprechen abnehmen.

Solange du noch frei entscheiden kannst, entscheide dich für das Leben.

Solange du noch Nein sagen kannst, sage Nein.

Solange du noch die Wahl hast:

Mach nicht mit.

(17. Juli 2026)

Il tetralemma (catuṣkoṭi): quattro alternative tra buddismo, Nāgārjuna e logiche non classiche

Translate this articleSpeak this article

Il tetralemma: quattro alternative per mettere alla prova una tesi

Nella filosofia indiana, il tetralemma è uno schema argomentativo formato da quattro possibilità. In sanscrito è chiamato catuṣkoṭi (चतुष्कोटि), espressione traducibile come «quattro angoli», «quattro estremi», «quattro posizioni» o «quattro alternative».

Lo schema compare in diversi contesti della letteratura buddista e assume particolare rilievo nel Madhyamaka, la «Via di Mezzo» associata a Nāgārjuna. Non si tratta, tuttavia, di una dottrina unica e sempre identica: nei diversi testi le quattro posizioni possono servire a classificare casi, presentare risposte possibili, ricostruire le tesi di un interlocutore o confutare un insieme di alternative.

Data una proposizione P, la forma più nota del tetralemma considera:

  1. P;
  2. non-P;
  3. sia P sia non-P;
  4. P né non-P.

Per esempio, a proposito dell'esistenza di qualcosa, le quattro possibilità diventano: esiste; non esiste; esiste e non esiste; né esiste né non esiste. Questa formulazione non implica che una delle quattro risposte debba sempre essere accettata. In alcuni testi una posizione viene scelta; in altri tutte e quattro vengono respinte; altrove lo schema svolge una funzione puramente classificatoria.

La ricostruzione nella logica contemporanea

Nel linguaggio della logica proposizionale moderna, il tetralemma viene spesso rappresentato così:

  1. P
  2. ¬P
  3. P ∧ ¬P
  4. ¬(P ∨ ¬P)

I simboli ∧ e ∨ significano rispettivamente «e» e «o», mentre ¬ indica la negazione. La terza formula afferma insieme una proposizione e la sua negazione; la quarta nega che valga l'alternativa «P oppure non-P».

Questa trascrizione è utile, ma è una ricostruzione moderna, non una traduzione neutrale delle formulazioni antiche. Nella logica classica, infatti, la terza e la quarta formula risultano equivalenti: entrambe sono sempre false. Se ci si limita a questa formalizzazione, dunque, le quattro posizioni non rimangono tutte distinte.

La difficoltà segnala un punto essenziale: non è affatto certo che, nei testi buddisti, le quattro posizioni rappresentino quattro valori di verità nel senso moderno. Non è neppure certo che la negazione antica funzioni sempre come il simbolo ¬ della logica proposizionale.

Due modi di negare

Nella tradizione grammaticale e filosofica sanscrita viene spesso richiamata la distinzione tra due forme di negazione:

  • prasajya-pratiṣedha, una negazione non implicativa, che respinge un enunciato senza impegnarsi ad affermare il suo contrario;
  • paryudāsa, una negazione implicativa o predicativa, che esclude qualcosa lasciando intendere una determinazione alternativa.

Un esempio semplice può chiarire la differenza. Dire «non è bianco» può essere inteso come la semplice esclusione del bianco, senza stabilire quale sia il colore; oppure può suggerire che l'oggetto possieda un altro colore determinato. Nei testi filosofici reali la distinzione è più complessa, e la sua applicazione a Nāgārjuna è discussa dagli studiosi.

Perciò il rifiuto di P non deve essere interpretato automaticamente come affermazione di non-P. In certi argomenti può significare che la domanda è mal posta, che i concetti impiegati non sono applicabili o che viene respinto anche il presupposto comune alle alternative.

Il tetralemma nel buddismo antico

Costruzioni quadripartite compaiono già nel Canone pāli, cioè nella più antica raccolta completa di testi buddisti conservata in una lingua indiana. Il loro uso precede l'elaborazione filosofica del Madhyamaka e non è uniforme.

Nel Kandaraka Sutta, per esempio, la quadripartizione serve a classificare quattro tipi di persone: chi tormenta se stesso, chi tormenta gli altri, chi tormenta entrambi e chi non tormenta né se stesso né gli altri. In questo caso la quarta possibilità non viene respinta, ma presentata favorevolmente.

Un uso diverso riguarda le domande sulla condizione del Tathāgata dopo la morte. «Tathāgata» è uno dei titoli con cui i testi indicano il Budda o, più in generale, un essere pienamente risvegliato. Le quattro domande sono: il Tathāgata esiste dopo la morte? Non esiste? Esiste e non esiste? Né esiste né non esiste?

Nell'Aggivacchagotta Sutta tutte e quattro le formulazioni vengono dichiarate inapplicabili. Il discorso utilizza l'immagine di un fuoco spento: chiedere in quale direzione sia andato presuppone categorie che non descrivono adeguatamente ciò che è accaduto. Una sequenza analoga appare nel Khemā Sutta, dove il Tathāgata non può essere misurato o definito mediante le categorie ordinarie riferite ai costituenti dell'esperienza.

Il silenzio su queste domande è stato interpretato in almeno due modi. Secondo una lettura pragmatica, esse non aiutano a comprendere e superare la sofferenza, quindi non sono utili al cammino di liberazione. Secondo una lettura più sistematica, i predicati «esiste» e «non esiste» non sono applicabili al caso in esame, oppure la domanda contiene presupposti erronei. Le due letture possono coesistere, ma nessuna obbliga ad attribuire al buddismo antico una teoria generale con quattro valori di verità.

Nāgārjuna e la Via di Mezzo

Nelle Mūlamadhyamakakārikā, le «Stanze fondamentali della Via di Mezzo», Nāgārjuna impiega ripetutamente argomenti quadripartiti. All'inizio dell'opera, la produzione dei fenomeni viene esaminata attraverso quattro ipotesi: da sé, da altro, da entrambi oppure senza causa. Tutte e quattro vengono respinte.

Qui il tetralemma non consiste semplicemente nel collocare una proposizione dentro una tabella logica. Serve piuttosto a esaminare sistematicamente un campo di possibilità e a mostrare le conseguenze problematiche delle diverse tesi. Argomenti di questo tipo vengono applicati alla causalità, al movimento, al sé, al tempo, al nirvana e ad altri temi.

Il bersaglio ricorrente è lo svabhāva, termine che indica una natura propria, intrinseca e indipendente. Secondo il Madhyamaka, i fenomeni non esistono grazie a un'essenza autonoma: dipendono da cause, condizioni, parti, relazioni e modi di designazione.

Questa assenza di natura intrinseca è chiamata vacuità (śūnyatā). La vacuità non equivale al nulla. Indica che nulla possiede un'esistenza completamente indipendente. Per un approfondimento introduttivo si possono leggere gli appunti sulla vacuità e sulla Via di Mezzo.

La vacuità è strettamente collegata all'originazione dipendente (pratītyasamutpāda): i fenomeni sorgono e funzionano in dipendenza da condizioni. Proprio per questo la vacuità non deve essere reificata, cioè trasformata mentalmente in una nuova cosa, essenza o realtà assoluta. Il rifiuto delle quattro alternative non introduce necessariamente una quinta posizione metafisica nascosta.

Il metodo dialettico del prasaṅga

Molte argomentazioni madhyamaka sono presentate come prasaṅga: si assumono provvisoriamente le premesse dell'interlocutore e se ne mostrano conseguenze indesiderabili, incoerenti o incompatibili con ciò che lo stesso interlocutore accetta.

Il procedimento è simile, per alcuni aspetti, a una riduzione all'assurdo, ma la sua interpretazione storica è discussa. In una lettura dialettica, cioè relativa alla pratica del dibattito, dell’argomentazione e della confutazione, Nāgārjuna non deve necessariamente proporre una teoria opposta: gli basta mostrare che la posizione esaminata non regge alle proprie condizioni. Questo spiega perché la confutazione delle quattro alternative non vada scambiata automaticamente per l'affermazione di una quinta soluzione.

Le interpretazioni contestuali

Secondo le interpretazioni storiche e contestuali, il significato del tetralemma dipende dalla funzione che svolge in ciascun testo. Le quattro posizioni possono essere:

  • risposte candidate a una domanda;
  • categorie per classificare casi differenti;
  • tesi attribuite a un avversario;
  • forme linguistiche sottoposte a confutazione;
  • modi di rendere visibile un presupposto condiviso ma problematico.

Da questa prospettiva, «né P né non-P» non deve per forza designare uno speciale valore di verità. Può indicare che i concetti adoperati non si applicano, che l'alternativa è costruita male o che l'intero quadro della domanda deve essere abbandonato.

Le interpretazioni paraconsistenti e paracomplete

Il filosofo e logico Graham Priest ha proposto di formalizzare alcune forme del tetralemma mediante logiche paraconsistenti e paracomplete.

Una logica è paraconsistente quando una contraddizione non permette di dedurre qualsiasi conclusione. Nella logica classica, dalle premesse P e non-P si può derivare arbitrariamente qualunque proposizione: è il cosiddetto principio di esplosione. Una logica paraconsistente blocca questa esplosione e consente di ragionare senza rendere l'intero sistema banale, anche quando alcune informazioni sono incompatibili.

Una logica è paracompleta quando non obbliga ogni proposizione a essere vera oppure falsa. Può quindi ammettere lacune di verità: casi nei quali una proposizione non risulta né vera né falsa. In tali sistemi il principio del terzo escluso, «P oppure non-P», non è valido senza eccezioni.

Priest fa riferimento alla First-Degree Entailment (FDE), una logica nella quale il sostegno a favore della verità e quello a favore della falsità vengono trattati indipendentemente. Una proposizione può così trovarsi in quattro stati informativi:

  1. vera e non falsa;
  2. falsa e non vera;
  3. sia vera sia falsa;
  4. né vera né falsa.

Questa semantica permette di distinguere la terza posizione dalla quarta: la prima rappresenta un eccesso di informazione incompatibile, la seconda una mancanza di informazione sufficiente. È una maniera elegante di modellare le quattro alternative, ma rimane una ricostruzione filosofico-logica contemporanea. Non dimostra che tutti gli autori buddisti concepissero il tetralemma come una logica a quattro valori.

Priest e Jay L. Garfield hanno inoltre sostenuto che alcuni argomenti di Nāgārjuna possano essere letti come casi di dialeteismo, la tesi secondo cui esistono almeno alcune contraddizioni vere. Questa proposta è influente ma controversa. Non va confusa con l'idea che ogni contraddizione sia vera, né con l'affermazione che tutte le occorrenze del tetralemma accettino contemporaneamente le quattro posizioni.

I limiti delle formalizzazioni moderne

Le logiche contemporanee possono rendere esplicite alcune strutture inferenziali, mostrare quali principi vengono accettati o rifiutati e confrontare interpretazioni differenti. Non possono però sostituire l'analisi storica e testuale.

Nei testi buddisti cambiano il tema discusso, la relazione tra le alternative, il tipo di negazione e l'atteggiamento assunto verso ciascuna posizione. Parlare del tetralemma come se fosse sempre una singola «logica buddista a quattro valori» rischia quindi di appiattire tradizioni e usi molto diversi.

La conclusione più prudente è che il catuṣkoṭi sia una famiglia di schemi quadripartiti. La sua importanza non dipende soltanto dalla possibilità di tradurlo in simboli moderni, ma dalla capacità di mettere alla prova le categorie con cui costruiamo una domanda, formuliamo una tesi e pretendiamo di descrivere la realtà.

Bibliografia

Fonti testuali

  • Kandaraka Sutta (Majjhima Nikāya 51), SuttaCentral: traduzione inglese.
  • Aggivacchagotta Sutta (Majjhima Nikāya 72), SuttaCentral: traduzione inglese.
  • Khemā Sutta (Saṃyutta Nikāya 44.1), SuttaCentral: traduzione inglese.
  • Mark Siderits e Shōryū Katsura, Nāgārjuna's Middle Way: Mūlamadhyamakakārikā, Wisdom Publications, 2013, ISBN 9781614290506.

Studi

  • V. K. Bharadwaja, «Rationality, Argumentation and Embarrassment: A Study of Four Logical Alternatives (Catuṣkoṭi) in Buddhist Logic», Philosophy East and West, vol. 34, n. 3, 1984, DOI.
  • Jay L. Garfield e Graham Priest, «Nagarjuna and the Limits of Thought», Philosophy East and West, vol. 53, n. 1, 2003, DOI.
  • R. D. Gunaratne, «Understanding Nāgārjuna's Catuṣkoṭi», Philosophy East and West, vol. 36, n. 3, 1986, DOI.
  • K. N. Jayatilleke, «The Logic of Four Alternatives», Philosophy East and West, vol. 17, n. 1/4, 1967, DOI.
  • Emanuela Magno, Nāgārjuna. Logica, dialettica e soteriologia, Mimesis, Milano-Udine, 2012, ISBN 9788857513843.
  • Emanuela Magno, «Dal pensiero alla vacuità. La critica nāgārjuniana e il trascendentale», Philosophy Kitchen, n. 1, 2014, DOI.
  • Graham Priest, «The Logic of the Catuskoti», Comparative Philosophy, vol. 1, n. 2, 2010, DOI.
  • Graham Priest, The Fifth Corner of Four: An Essay on Buddhist Metaphysics and the Catuṣkoṭi, Oxford University Press, Oxford, 2018, ISBN 9780198758716, DOI.
  • David Seyfort Ruegg, «The Uses of the Four Positions of the Catuṣkoṭi and the Problem of the Description of Reality in Mahāyāna Buddhism», Journal of Indian Philosophy, vol. 5, n. 1-2, 1977, DOI.
  • Jan Westerhoff, «Nāgārjuna's Catuṣkoṭi», Journal of Indian Philosophy, vol. 34, n. 4, 2006, DOI.

(16 luglio 2026)

Pages

Subscribe to Informatica Libera - Francesco Galgani's Blog RSS