Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.699 articoli, per un totale di 1.603.356 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 17 ottobre 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Come alternativa alle idee seducenti e alla propaganda, preferisco l'autoesame e l'autocritica.
Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è. Se non vi è chiaro questo tetralemma, sto dicendo che le cose non sono mai come sembrano: non c'è un modo adeguato per descrivere la realtà.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
Datacenter: il prezzo imposto ai territori e il diritto di fermarli
Indice
Le sintesi all’inizio delle sezioni permettono una prima lettura. I riferimenti numerati portano alle fonti originali.
- Dentro il datacenter: che cosa fanno quelle macchine
- Perché l’IA richiede tanto calcolo
- La corsa agli impianti: una scelta industriale che invade la politica
- Elettricità: le priorità di un territorio finiscono sotto pressione
- Reti sotto stress: che cosa mostrano gli episodi concreti
- Chi deve rallentare quando l’energia scarseggia
- L’acqua: come si raffreddano le macchine e chi paga la scarsità
- Acqua contesa: The Dalles e la battaglia di Cerrillos
- Il rumore entra in casa: vivere accanto a un impianto
- Il calore dei server arriva nei quartieri
- Memphis: l’IA alimentata a gas e l’aria dei quartieri
- Le promesse verdi e la crescita che assorbe i risparmi
- PFAS e sostanze: prevenire un’eredità tossica
- La filiera nascosta: miniere, chip e rifiuti elettronici
- Il territorio occupato: edifici, reti e trasformazioni irreversibili
- Profitti privati, costi pubblici: chi finanzia davvero la crescita
- La promessa occupazionale e il lavoro che l’IA vuole trasformare
- L’opacità protegge gli investimenti e indebolisce le comunità
- Sovranità dei dati: il potere che conta per le persone
- Criticare l’IA mentre si vive dentro il suo mercato
- La rabbia, la non-violenza e la forza di un’opposizione organizzata
- Che cosa chiedere: una piattaforma per fermare i progetti dannosi
- Il diritto di fermarsi, il diritto di scegliere
- Fonti e approfondimenti
Una fabbrica entra nella vita di un territorio attraverso ciò che chiede e ciò che lascia: acqua, elettricità, suolo, lavoro, rumore, emissioni. I grandi datacenter fanno altrettanto. Dietro le parole cloud e intelligenza artificiale ci sono edifici industriali, reti da potenziare e risorse da contendere. La loro espansione trasferisce scelte decisive sul futuro delle comunità nelle mani di imprese che rispondono anzitutto ai propri interessi economici. [1] [2]
La corsa ai datacenter merita un’opposizione netta: fermare i progetti incompatibili con la vita dei territori, imporre limiti complessivi ai consumi e riconoscere alle comunità un potere effettivo di decisione. Nelle aree già sotto pressione, una moratoria sui nuovi grandi impianti è una scelta ragionevole. Il tempo necessario a conoscere gli impatti e a decidere collettivamente deve prevalere sulla fretta degli investitori.
Le ragioni per opporsi diventano più forti quando sono comprensibili e verificabili. Le pagine che seguono collegano il funzionamento delle macchine alla vita delle persone: l’acqua contesa a The Dalles e in Cile, il rumore nei quartieri della Virginia, le difficoltà elettriche di Querétaro, le turbine a gas dell’area di Memphis, i costi pubblici e l’opacità delle decisioni. Ogni caso è accompagnato dalle proprie fonti.
La violenza è sempre una cattiva consigliera. L’obiettivo è dare forza a un’opposizione informata, organizzata e non-violenta, capace di ottenere risultati e di dire anche un no definitivo. Acqua, salute, autonomia e qualità della vita devono avere la precedenza sulla crescita di un mercato.
1. Dentro il datacenter: che cosa fanno quelle macchine
In sintesi. Un datacenter conserva informazioni ed esegue programmi. I suoi servizi funzionano attraverso un’infrastruttura materiale che continua a consumare risorse anche quando, dal nostro schermo, tutto sembra leggero.
Quando apriamo una pagina web, inviamo un documento o consultiamo un conto online, spesso chiediamo a un computer distante di svolgere un lavoro per noi. Quel computer riceve la richiesta, esegue un programma e restituisce un risultato. Si chiama server: il termine indica proprio il servizio fornito ad altri dispositivi. Un datacenter riunisce molti server, sistemi di archiviazione e apparati che li collegano fra loro e con Internet. [3]
Per immaginarlo, pensiamo a file di armadi metallici pieni di computer, percorse da cavi e attraversate da aria o circuiti di raffreddamento. Intorno ci sono trasformatori, batterie, impianti di sicurezza e, frequentemente, generatori di emergenza. La dimensione varia dalle sale di un’organizzazione ai grandi complessi composti da diversi edifici. Alcuni appartengono a un’unica impresa; altri ospitano le apparecchiature di numerosi clienti. [3] [1]
Il cloud è il modo in cui queste risorse vengono offerte a distanza: un’azienda può affittare spazio, programmi e potenza di calcolo, pagando un fornitore anziché gestire tutto nella propria sede. La comodità nasce da un’organizzazione industriale molto concreta. Qualcuno possiede gli edifici e le macchine, sceglie i luoghi, stipula i contratti energetici e stabilisce le condizioni di accesso. [3]
Queste strutture hanno una storia lunga. Le grandi sale di elaborazione del Novecento servivano banche, amministrazioni, università e imprese. Internet e il cloud ne hanno ampliato funzioni e dimensioni. L’attuale espansione si innesta su quella storia e aggiunge una nuova pressione, legata soprattutto al calcolo richiesto dall’IA. [3] [4]
Comprendere questa continuità permette di discutere scelte precise. Conservare l’archivio di un ospedale, far funzionare un servizio pubblico e moltiplicare la produzione automatica di contenuti sono attività con utilità, responsabilità e fabbisogni differenti. Il valore sociale di un impianto va dimostrato attraverso ciò che rende possibile e il prezzo che impone. La parola “digitale”, da sola, concede troppo facilmente una patente di progresso a qualsiasi investimento.
2. Perché l’IA richiede tanto calcolo
In sintesi. I datacenter possono ospitare anche i modelli di IA. Occorre energia sia per costruirli attraverso l’addestramento, sia per farli rispondere alle richieste degli utenti.
Un modello di IA è un programma il cui comportamento dipende da moltissimi valori numerici. Durante l’addestramento, i computer elaborano grandi raccolte di esempi e modificano questi valori. Nel caso di un modello linguistico, il processo serve a imparare regolarità che permettono di produrre testo a partire da una richiesta. I valori ottenuti costituiscono una parte essenziale del modello e vengono conservati nelle macchine che lo utilizzeranno. [5]
Quando chiediamo una risposta, comincia un’altra fase: il modello viene eseguito e compie nuovi calcoli per generarla. Questa attività prende il nome di inferenza. L’energia richiesta dall’IA continua quindi a essere consumata durante il servizio quotidiano, ogni volta che viene prodotto un risultato. Un modello utilizzato da moltissime persone può comportare un grande lavoro complessivo anche dopo la fine dell’addestramento. [5] [4]
Nei datacenter si possono trovare, secondo l’organizzazione del servizio, dati per l’addestramento, modelli già costruiti, informazioni degli utenti e macchine che eseguono le richieste. Per accelerare i calcoli si usano processori specializzati, fra cui le GPU, capaci di effettuare molte operazioni in parallelo. Concentrare questi processori negli stessi edifici significa concentrare anche alimentazione elettrica e calore da smaltire. [1] [5]
Il consumo varia con il modello, la lunghezza del lavoro, il tipo di risultato e l’efficienza delle macchine. Un breve testo, una lunga elaborazione e un video generato richiedono attività diverse. Per valutare l’impatto di un servizio servono misurazioni riferite a quel servizio; i paragoni universali fra una domanda all’IA e una ricerca sul web semplificano troppo una realtà in rapido cambiamento. [4]
La domanda politica emerge già qui: quali attività meritano di impegnare risorse collettive, e fino a quale scala? Presentare ogni nuova capacità di calcolo come indispensabile equivale a sottrarre questa domanda al confronto pubblico. Chi propone di automatizzare una parte crescente della vita deve rispondere anche delle infrastrutture materiali necessarie a realizzare quel progetto.
3. La corsa agli impianti: una scelta industriale che invade la politica
In sintesi. Il boom dipende da servizi in crescita, concorrenza fra imprese, investimenti e strategie degli Stati. I territori vengono coinvolti in una corsa a conquistare spazio e risorse prima degli altri.
Cloud, archiviazione, servizi online e IA alimentano la domanda di nuovi centri. Le grandi imprese costruiscono anche per anticipare il mercato: assicurarsi terreni, connessioni elettriche e disponibilità d’acqua può offrire un vantaggio sui concorrenti. L’Agenzia Internazionale dell’Energia segnala che nelle code di connessione figurano progetti in fasi molto diverse, comprese richieste duplicate o speculative. Le previsioni di crescita contengono quindi una componente di scommessa industriale. [4]
Quella scommessa produce effetti pubblici molto prima che tutti i server siano accesi. Le amministrazioni modificano piani urbanistici; i gestori delle reti studiano nuove linee; i terreni acquistano un diverso valore. Quando la domanda attesa viene trattata come un obbligo da soddisfare, la strategia commerciale delle imprese finisce per orientare la pianificazione di interi territori. Il rischio economico delle previsioni merita lo stesso controllo dei consumi previsti. [4] [2]
Il rapporto dell’Università di Padova e del WWF registra, al 31 marzo 2026, 480 richieste di connessione a Terna per datacenter, fortemente concentrate in Lombardia. Le domande rappresentano progetti a diversi livelli di maturazione. La loro concentrazione basta però a mostrare la dimensione della pressione sulla pianificazione energetica italiana. [6]
Il 15 ottobre 2026 Reuters ha riferito l’intenzione della Lombardia di rivedere la propria legge dopo una forte crescita delle domande. La notizia descrive un intervento annunciato, con un confronto ancora aperto su localizzazione e uso del suolo. Il problema ormai coinvolge direttamente le scelte regionali italiane. [7]
La geografia segue elettricità, collegamenti, disponibilità di suolo, costi e vicinanza ai clienti. I servizi che devono rispondere molto rapidamente tendono a cercare posizioni ben collegate agli utenti; alcune elaborazioni programmabili possono essere spostate più lontano. In Cina il programma “dati a est, calcolo a ovest” organizza proprio una redistribuzione della capacità di calcolo fra territori. Cambiare luogo può trasferire costi ambientali e responsabilità ad altre comunità. [4] [8]
La concorrenza internazionale viene spesso usata per comprimere il tempo del dissenso: bisogna decidere subito, altrimenti l’investimento andrà altrove. Una comunità ha il diritto di preferire acqua disponibile, territorio integro e servizi affidabili a un investimento incompatibile con queste condizioni. La possibilità che il capitale scelga un altro luogo fa parte della libertà di rifiutarne le pretese.
4. Elettricità: le priorità di un territorio finiscono sotto pressione
In sintesi. Un grande consumatore elettrico impegna centrali e reti per molti anni. La questione decisiva è quali bisogni ricevano precedenza e chi sostenga i nuovi costi.
Un datacenter richiede energia per i computer e per tutti gli impianti che li tengono in funzione. La domanda tende a essere prolungata nel tempo, mentre alcuni servizi devono restare disponibili a qualsiasi ora. Per alimentare grandi concentrazioni di macchine possono servire nuove linee, sottostazioni e capacità di produzione. L’impatto comprende l’insieme di queste opere. [1] [4]
L’Irlanda offre una misura immediata della scala raggiunta: secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2025 i datacenter hanno utilizzato il 23% dell’elettricità misurata dai contatori del Paese, quasi un quarto. Nel 2015 la quota era il 5%. È una trasformazione sostanziale del sistema elettrico di un intero Stato. [9]
La rete ha limiti locali. Una regione può disporre di elettricità sufficiente nell’arco dell’anno e avere comunque difficoltà a consegnarla in un determinato punto o in certe ore. Le linee devono trasportarla, gli impianti devono reggere i carichi, il sistema deve conservare un margine per guasti e picchi. Aggiungere un grande consumatore significa impegnare una parte di questa capacità disponibile. [4]
La scala materiale del calcolo: il campus Skybox vicino ad Austin, in Texas, con le infrastrutture elettriche in primo piano. Linee e sottostazioni fanno parte dell’occupazione del territorio. Foto: Steve Heap / Shutterstock, ripresa dal World Resources Institute.
La stessa capacità serve per abitazioni, trasporti pubblici, ospedali e attività produttive esistenti. La transizione dai combustibili fossili all’elettricità aggiunge altri bisogni. Perciò l’espansione dei datacenter va discussa insieme alle priorità energetiche collettive. Il rapporto Padova–WWF richiama proprio la necessità di integrare localizzazione, reti e fonti di alimentazione. [6]
Le necessità essenziali della popolazione devono avere una precedenza esplicita. L’impegno a collegare nuovi impianti dovrebbe dipendere da una verifica pubblica della capacità disponibile e dei costi aggiuntivi. Nei territori saturi, fermare nuove connessioni è un modo concreto di proteggere il sistema e gli utenti che già ne dipendono. La crescita di un settore deve rimanere entro i limiti che la collettività decide di rendere disponibili.
5. Reti sotto stress: che cosa mostrano gli episodi concreti
In sintesi. I grandi carichi possono complicare la gestione della rete. Esistono incidenti tecnicamente ricostruiti e territori dove i blackout accompagnano l’espansione industriale; le responsabilità vanno ricostruite caso per caso.
Per capire il rischio basta un principio: nella rete elettrica, produzione e consumo devono restare continuamente in equilibrio. Se molti grandi utenti cambiano all’improvviso il proprio prelievo, i gestori devono reagire. La continuità di un singolo impianto e la stabilità dell’intera rete richiedono quindi coordinamento. [10]
Il 10 luglio 2024, negli Stati Uniti orientali, un guasto su una linea provocò brevi variazioni della tensione. Numerosi datacenter passarono contemporaneamente ai sistemi di alimentazione di riserva. Dalla rete scomparve così, in pochi istanti, una parte consistente della domanda. Il rapporto della NERC, l’organismo nordamericano per l’affidabilità elettrica, documenta l’intervento degli operatori: la situazione rimase gestibile e i parametri tornarono ai valori normali. La stessa analisi segnala il rischio che eventi analoghi, con carichi ancora maggiori, diventino più difficili da controllare. [10]
Il passaggio importante è questo: il sistema che protegge i server può cambiare bruscamente le condizioni della rete comune. Occorrono regole di connessione e comportamento coerenti con la dimensione raggiunta da questi clienti. La corsa ad aggiungere potenza rende questa responsabilità più urgente. [10]
A Querétaro, in Messico, la pressione è raccontata dalla vita quotidiana. Un’inchiesta di Agência Pública, N+ Focus e CLIP, pubblicata nell’ottobre 2025, raccoglie a Viborillas testimonianze di interruzioni elettriche di ore, talvolta di un’intera giornata, nel territorio che ospita una rapida crescita di parchi industriali e datacenter. Richiama inoltre un documento tecnico di Cenace del 2023 che prevedeva sovraccarichi della rete locale a causa dell’aumento della domanda. [11]
Le responsabilità dei singoli blackout restano controverse. Nella discussione pubblica Microsoft ha respinto il collegamento fra il proprio centro e i disservizi; l’azienda elettrica messicana ha attribuito alcune interruzioni a fulmini e animali entrati in contatto con le apparecchiature. Le testimonianze descrivono un disagio reale, mentre la ricostruzione completa delle cause richiede dati pubblici sui singoli eventi. [12]
Per gli abitanti il problema politico è immediato: grandi investimenti avanzano in un territorio dove l’affidabilità dei servizi è già fragile. Prima di promettere altra energia agli investitori, le autorità devono garantire quella necessaria alla vita quotidiana. Pubblicare guasti, sovraccarichi, interventi e responsabilità aiuterebbe a trasformare il sospetto in controllo effettivo. L’opacità lascia invece alle famiglie il disagio e l’onere di dimostrarne l’origine.
6. Chi deve rallentare quando l’energia scarseggia
In sintesi. La continuità dei servizi nasce da scelte tecniche e contrattuali. Una parte delle elaborazioni può essere programmata: questo margine deve contribuire a proteggere la rete pubblica.
Un pagamento in corso, un servizio sanitario e un’applicazione utilizzata in tempo reale possono avere bisogno di continuità. Per ottenerla, i datacenter impiegano batterie, alimentazioni alternative e copie dei dati in altri luoghi. Queste protezioni permettono di affrontare manutenzioni e guasti, e richiedono a loro volta risorse. [3] [1]
Altre attività hanno tempi più elastici. Alcune elaborazioni possono essere rimandate alle ore meno critiche, distribuite diversamente o rallentate per un periodo concordato. L’addestramento di modelli e i lavori programmabili offrono possibilità da valutare in base al progetto. Gli studi di Duke e dell’IEA mostrano che la flessibilità della domanda può aiutare l’integrazione dei grandi consumatori nella rete. [13] [4]
Questo richiede organizzazione preventiva: identificare le attività flessibili, stabilire quanto possano essere ridotte e concordare tempi e condizioni con il gestore elettrico. Il margine reale cambia secondo i servizi ospitati. Un accordo verificabile può farne una responsabilità del cliente industriale, invece di lasciare tutta la gestione delle emergenze al sistema pubblico. [4]
La preparazione delle famiglie alle crisi offre un altro punto di osservazione. Nel novembre 2025 il governo dei Paesi Bassi ha presentato un opuscolo per affrontare le prime 72 ore di un’emergenza. PostNL ne ha organizzato la distribuzione a oltre 8,5 milioni di famiglie. Il documento considera interruzioni di elettricità, acqua e comunicazioni, attacchi informatici e alluvioni. La campagna riguarda la protezione civile; i comunicati citati non stabiliscono un rapporto causale con i datacenter. [14] [15]
Rimane una domanda sulla distribuzione delle responsabilità: quanto si chiede di adattarsi alle persone e quanto ai grandi consumatori? La resilienza deve cominciare dalle scelte industriali che impegnano la rete. Le famiglie hanno bisogno di servizi affidabili e di protezioni nelle emergenze; i nuovi impianti devono assumere obblighi proporzionati al loro peso, compresa la disponibilità a ridurre i consumi quando il sistema ne ha bisogno.
7. L’acqua: come si raffreddano le macchine e chi paga la scarsità
In sintesi. I computer producono calore. Alcuni sistemi lo smaltiscono evaporando acqua; altri usano soprattutto aria. Le conseguenze dipendono dal progetto e dalla disponibilità idrica del luogo.
Chiunque abbia sentito scaldare un computer conosce il punto di partenza. In un datacenter, migliaia di apparecchiature producono calore nello stesso luogo. Per mantenerle alla temperatura adatta occorre raccoglierlo e trasferirlo all’esterno. Questo lavoro viene svolto da impianti industriali di raffreddamento. [1]
Una soluzione sfrutta l’evaporazione dell’acqua, che porta via calore: un principio simile a quello per cui il sudore raffredda il corpo. L’acqua evaporata deve essere reintegrata. Altri sistemi espellono il calore soprattutto attraverso l’aria, con ventilatori e apparecchiature frigorifere. La scelta modifica i consumi d’acqua, l’elettricità necessaria, il rumore e il calore emesso nei dintorni. [16] [1]
Per i processori più potenti si possono utilizzare liquidi che circolano vicino ai chip. La formula “circuito chiuso” descrive il riutilizzo del fluido all’interno di un circuito. Bisogna poi vedere come quel circuito cede il calore all’esterno: un’altra parte dell’impianto può ancora impiegare acqua e farne evaporare una quota. Per valutare il fabbisogno serve conoscere l’intera catena del raffreddamento. [16]
Anche la parola “consumo” merita attenzione. Una parte dell’acqua prelevata può essere restituita dopo l’uso; un’altra viene evaporata e lascia il sistema idrico locale. Per la comunità contano entrambe le quantità, insieme alla qualità e alla temperatura dell’acqua restituita. Contano soprattutto il bacino da cui proviene e il periodo dell’anno: durante una siccità, disponibilità già ridotte devono soddisfare persone, agricoltura ed ecosistemi. [16]
Raffreddare con acqua potabile significa impiegare una risorsa già estratta, trattata e distribuita per usi che possono competere con quelli domestici. L’utilizzo di acqua depurata può ridurre questa pressione, purché siano valutati gli altri impieghi della stessa risorsa e le opere necessarie. Gli impegni aziendali di restituzione o compensazione devono essere controllati nello stesso contesto territoriale e temporale in cui avviene il prelievo. [16] [17]
Il diritto all’acqua deve fissare il limite dell’espansione. Un’amministrazione dovrebbe respingere i progetti che aumentano una scarsità già grave, prevedere restrizioni industriali durante le emergenze e pubblicare i dati necessari a verificarle. Chiedere moderazione alle famiglie mentre si concedono nuovi usi intensivi alla produzione di calcolo pone una questione di giustizia distributiva che nessun indicatore di efficienza può risolvere da solo.
8. Acqua contesa: The Dalles e la battaglia di Cerrillos
In sintesi. Due casi mostrano come la crescita digitale entri in conflitto con la gestione dell’acqua. In Oregon emergono consumi molto elevati; in Cile un ricorso ha imposto di riesaminare gli effetti su una falda vulnerabile.
The Dalles, Oregon. Secondo i dati municipali esaminati da Oregon Public Broadcasting, nel 2024 Google ha ricevuto dal sistema idrico cittadino circa 1,64 miliardi di litri d’acqua, approssimativamente un terzo del totale utilizzato nella città. Il suo impiego era quadruplicato rispetto al 2012. Nel gennaio 2026 l’inchiesta ha collegato questi dati alla discussione sull’ampliamento delle infrastrutture idriche, mentre il sindaco attribuiva le nuove necessità soprattutto alla crescita cittadina. [18]
Google ha presentato anche un progetto per immagazzinare acqua nella falda durante la stagione umida e renderla disponibile nei periodi secchi, trasferendo alla città infrastrutture e diritti connessi. È un intervento concreto da valutare attraverso i risultati: quanta disponibilità aggiunge, quando la rende accessibile e quali consumi futuri dovrà sostenere. [19]
Il caso rende visibile una dipendenza politica: un solo cliente arriva a pesare molto sulla gestione di una risorsa essenziale. La città deve pianificare investimenti e disponibilità tenendo conto di quel cliente, mentre i suoi abitanti hanno interessi differenti e un potere contrattuale assai minore. Più cresce la dipendenza da un grande operatore, più servono regole pubbliche capaci di porgli un limite.
Cerrillos, area di Santiago del Cile. Qui la questione riguardava un nuovo progetto di Google in un territorio segnato da una lunga siccità. Il 27 febbraio 2024 il Segundo Tribunal Ambiental ha annullato parzialmente l’autorizzazione ambientale, chiedendo una nuova valutazione che considerasse gli effetti del cambiamento climatico sulla falda destinata ad alimentare il progetto. Il provvedimento richiedeva di affrontare la vulnerabilità della risorsa prima di proseguire secondo l’autorizzazione contestata. [20]
Il ricorso partiva da residenti e amministrazione locale. Dopo diversi ritiri, una residente proseguì la contestazione. Nel settembre 2024 Google annunciò una rielaborazione del progetto con raffreddamento ad aria. La vicenda mostra la capacità di una mobilitazione e di un’azione giudiziaria di obbligare un grande investitore a rimettere mano ai propri piani. L’oggetto della controversia era l’aggravamento di una vulnerabilità idrica già esistente. [20] [21]
Questi casi pongono una domanda comune: chi stabilisce quanta acqua può essere impegnata per produrre servizi digitali? In una situazione di scarsità, il margine disponibile deve essere discusso pubblicamente e conservato per i bisogni ritenuti prioritari. Le promesse di sviluppo devono attraversare questa verifica prima che i contratti e le opere rendano più difficile cambiare direzione.
Per vedere persone e luoghi coinvolti in questi conflitti, il reportage Chili : asséché par les data centers di ARTE propone 25 minuti di testimonianze nell’area di Santiago. Il reportage è in francese. [22]
9. Il rumore entra in casa: vivere accanto a un impianto
In sintesi. Ventilatori, sistemi di raffreddamento e generatori possono alterare il riposo e l’uso quotidiano delle abitazioni. Un rumore continuo impone una presenza industriale anche dentro lo spazio privato.
La distanza fra una presentazione aziendale e la vita accanto a un datacenter si può misurare anche attraverso il sonno. Un impianto di raffreddamento lavora per mantenere accese le macchine; nelle case vicine il suo suono può diventare uno sfondo persistente, particolarmente percepibile quando gli altri rumori diminuiscono. Il rapporto del Parlamento Britannico include esplicitamente il rumore fra gli impatti da valutare già nella progettazione. [1]
Nel quartiere Great Oak, nella contea di Prince William in Virginia, il conflitto con gli impianti di Amazon ha prodotto anni di segnalazioni, incontri pubblici e interventi. La documentazione della contea permette di seguire questa vicenda: residenti costretti a organizzarsi, amministratori chiamati a rivedere gli strumenti di controllo, tecnici incaricati di misurare ciò che entra nelle abitazioni. È un costo in tempo, energie e qualità della vita che si aggiunge all’esposizione acustica. [23]
Il problema è riconosciuto anche dall’audit pubblico della Virginia del 2024: alcuni residenti riferiscono conseguenze sul benessere per il carattere costante del rumore, anche quando i livelli rientrano nelle ordinanze. Il rapporto collega le criticità soprattutto alla collocazione vicino alle abitazioni e alla progettazione. [24]
Per capire perché una misurazione possa descrivere male il disagio, pensiamo a un ronzio basso che rimane udibile in camera per tutta la notte. Una rilevazione breve, effettuata mentre passa traffico, può confonderlo con il rumore generale. Le basse frequenze possono inoltre attraversare le strutture in modo diverso dai suoni più acuti. Il consulente Nelson Acoustics spiega che durata, orario, caratteristiche del suono e rumore di fondo devono entrare nella valutazione. [25]
Il monitoraggio di Great Oak del maggio 2025, successivo alle prime proteste e agli interventi, descrive una situazione acustica mista: traffico, altre sorgenti e una possibile componente del datacenter alle basse frequenze. Per quest’ultima le stime risultavano entro i criteri adottati. La vicenda mostra quanto sia impegnativo ricostruire e gestire un disturbo quando l’impianto è già inserito nel quartiere. [26]
Il riposo va protetto prima dell’apertura degli impianti. Servono distanze adeguate, valutazioni nelle abitazioni e nelle ore notturne, controlli indipendenti e obblighi di intervento efficaci. Quando il progetto è incompatibile con la vita del quartiere, l’esito corretto è il rifiuto. Gli abitanti devono poter usare il giardino, aprire una finestra e dormire senza trasformarsi in sorveglianti permanenti dell’industria vicina.
10. Il calore dei server arriva nei quartieri
In sintesi. Gli impianti trasferiscono all’ambiente il calore prodotto dalle macchine. Una ricerca a Phoenix ha misurato aumenti della temperatura dell’aria nei dintorni di quattro datacenter.
L’energia usata dai computer si trasforma in larga parte in calore. I sistemi di raffreddamento lo raccolgono e lo spostano fuori dagli edifici. Nei quartieri che si trovano nella direzione del vento, questa espulsione può contribuire a scaldare l’aria. La concentrazione di impianti pone quindi anche una questione di clima locale. [1] [27]
Ventilatori e apparecchiature di raffreddamento di un datacenter. Espellere il calore richiede spazio ed energia e può produrre rumore. Foto illustrativa: iStock, pubblicata dall’Arizona State University.
Una ricerca dell’Arizona State University, presentata nel maggio 2026, ha confrontato la temperatura dell’aria prima e dopo il passaggio del vento su quattro datacenter dell’area di Phoenix. Le misurazioni, svolte fra giugno e ottobre 2025, hanno rilevato aumenti medi di circa 0,7–0,9 gradi Celsius, con punte di circa 2,2 gradi. L’effetto risultava rilevabile fino a circa mezzo chilometro dal perimetro. I siti studiati utilizzavano soprattutto raffreddamento ad aria. [27]
Il risultato riguarda quegli impianti e le condizioni osservate. Offre però un motivo concreto per includere le emissioni di calore nelle valutazioni territoriali, soprattutto nelle aree dove le estati sono già difficili. La ricerca sottolinea anche un possibile circolo sfavorevole: aria esterna più calda, maggiore uso dei condizionatori nelle case, altro calore espulso all’esterno. [27]
Una parte del calore può essere recuperata, per esempio attraverso reti che distribuiscono acqua calda agli edifici. Affinché questo avvenga servono utilizzatori abbastanza vicini, tubazioni, apparecchiature adatte e accordi economici. In estate la domanda di riscaldamento domestico diminuisce, mentre i server continuano a lavorare. Le possibilità concrete dipendono quindi dal luogo e dagli usi disponibili durante l’anno. [1]
Una promessa di recupero del calore dovrebbe indicare chi lo userà, in quale quantità e attraverso quali opere già finanziate. Altrimenti il quartiere riceve subito le conseguenze dell’impianto, mentre il beneficio rimane affidato a un progetto futuro. La valutazione deve considerare anche gli altri centri previsti nella stessa area: la temperatura vissuta dagli abitanti risulta dalla somma delle trasformazioni del territorio.
11. Memphis: l’IA alimentata a gas e l’aria dei quartieri
In sintesi. La ricerca di energia immediatamente disponibile può portare i datacenter a dotarsi di centrali proprie. Nell’area di Memphis la crescita di xAI ha acceso un conflitto su turbine a gas, autorizzazioni e giustizia ambientale.
La fretta di accendere le macchine può spingere le imprese a produrre elettricità accanto ai datacenter. Un centro di calcolo si associa così a un impianto energetico, con combustibili, emissioni e rumore. La valutazione ambientale deve seguire questa trasformazione e includere tutte le attività che rendono possibile il servizio. [28] [4]
Nel luglio 2026 Reuters ha ricostruito l’installazione di 59 turbine a gas per il progetto Colossus 2 di xAI, soprattutto a Southaven, vicino a Memphis, senza i permessi federali per l’aria indicati nell’inchiesta. L’azienda e il regolatore del Mississippi sostenevano un’esenzione per gli impianti temporanei. L’analisi evidenziava possibili emissioni aggiuntive vicino a comunità prevalentemente nere, già gravate da problemi ambientali e sanitari. [29]
Il Southern Environmental Law Center e altre organizzazioni hanno contestato questa impostazione. Nel gennaio 2026 l’EPA aveva chiarito, nella revisione delle regole sulle turbine, che anche quelle trasportabili rientravano negli standard applicabili alle fonti fisse. La controversia riguarda quindi anche quali controlli debbano precedere la produzione e quanto spazio venga riconosciuto alle comunità esposte. [30] [31]
La nozione di giustizia ambientale diventa concreta quando un nuovo impianto si aggiunge a un territorio che ha già sopportato industrie, traffico e inquinamento. La vulnerabilità esistente dovrebbe rendere più rigorosa la protezione. Se invece la disponibilità di aree industriali e il minore potere economico degli abitanti favoriscono ulteriori concentrazioni, lo sviluppo accentua le disuguaglianze. WRI include questo problema fra gli effetti sociali da considerare nell’espansione dei datacenter. [28]
I generatori di riserva presenti in molti centri sollevano una questione analoga, con dimensioni che dipendono dalle ore di funzionamento. Prove periodiche, emergenze e produzione prolungata comportano esposizioni differenti. Occorre conoscere tempi reali, combustibili, emissioni e condizioni meteorologiche, insieme alle altre sorgenti presenti nei dintorni. [1]
La salute degli abitanti deve fissare il ritmo e il limite dell’investimento. Portare rapidamente online un modello di IA è una priorità aziendale. Concederle precedenza sulle verifiche dell’aria e sulla partecipazione pubblica significa assegnare alle persone il ruolo di costo accessorio. Le autorizzazioni devono servire a impedire questa subordinazione, compresa la possibilità di bloccare impianti incompatibili con il territorio.
12. Le promesse verdi e la crescita che assorbe i risparmi
In sintesi. L’efficienza riduce le risorse necessarie per una singola attività. Il bilancio complessivo dipende però da quante attività vengono moltiplicate e da come si produce l’elettricità aggiuntiva.
Un server migliore può eseguire lo stesso lavoro usando meno energia. Un impianto ben progettato può ridurre le perdite e il fabbisogno del raffreddamento. Questi miglioramenti hanno valore. Quando però il costo del calcolo diminuisce, le imprese possono offrire più servizi, aumentare le elaborazioni e allargare il mercato. Il risparmio per singola operazione può essere assorbito dall’aumento delle operazioni totali. [6] [1]
È il motivo per cui una politica ambientale deve fissare anche limiti ai consumi complessivi. Concentrarsi soltanto sull’efficienza permette a un settore di diventare più efficiente e, contemporaneamente, più ingombrante. Acqua, rete e territorio rispondono alle quantità effettivamente impegnate, qualunque sia il miglioramento dichiarato rispetto alla generazione precedente di macchine.
Anche gli annunci sull’energia rinnovabile vanno letti attraverso il funzionamento del sistema. Un’impresa può acquistare durante l’anno una quantità di elettricità rinnovabile equivalente ai propri consumi. Per continuare a funzionare nelle ore e nei luoghi in cui quella produzione manca, il datacenter dipende tuttavia dall’energia disponibile nella rete e dagli eventuali sistemi di accumulo. La corrispondenza nel tempo e nel luogo è decisiva per comprendere l’effetto climatico. [4] [1]
I contratti di acquisto possono contribuire a finanziare nuovi impianti rinnovabili. Occorre chiedere se aggiungano produzione, quali reti richiedano e come venga soddisfatta la domanda nelle altre ore. La crescita del calcolo può accompagnarsi anche a nuove centrali fossili o a una maggiore dipendenza da quelle esistenti. Le strategie energetiche discusse dall’IEA comprendono questi compromessi e i tempi necessari a realizzare le infrastrutture. [4]
Le proposte nucleari aggiungono altre decisioni: impianti esistenti o nuovi, tempi di realizzazione, finanziamento, gestione dei rischi e destinazione dell’energia. Queste scelte devono essere valutate per i loro effetti sull’intero sistema. L’annuncio di una futura fonte di alimentazione va confrontato con il combustibile usato nel periodo precedente alla sua entrata in servizio. [4]
La domanda pubblica deve essere: quanto calcolo siamo disposti ad alimentare, per quali scopi e dentro quali limiti ambientali? Lasciare alle sole imprese la definizione della domanda significa chiedere poi al resto della società di adattare produzione elettrica, paesaggio e consumi a quella scelta. La sobrietà digitale comincia da un limite industriale condiviso, dalla riduzione delle elaborazioni evitabili e dal diritto a mantenere servizi meno intensivi.
13. PFAS e sostanze: prevenire un’eredità tossica
In sintesi. Alcuni materiali e fluidi utilizzati nella filiera possono contenere PFAS, sostanze note per la loro persistenza. La tutela comincia dalla conoscenza dei prodotti impiegati e dalla sostituzione degli usi evitabili.
I PFAS sono una vasta famiglia di sostanze fluorurate. Molte resistono a lungo alla degradazione: questa caratteristica, utile in alcuni prodotti industriali, rende problematico il loro rilascio nell’ambiente. Nel settore dei datacenter possono essere presenti in determinati fluidi di raffreddamento, nei materiali elettrici e nei processi di produzione dei componenti. Il rapporto POST include esplicitamente questi impieghi e i rischi collegati alla gestione e alla dismissione. [1]
Alcuni dei PFAS più studiati sono associati a effetti sulla salute, fra cui una minore risposta anticorpale, effetti sul fegato e, per il PFOA, tumori del rene e del testicolo. L’agenzia sanitaria statunitense ATSDR sottolinea che il rischio dipende dal composto, dalla quantità assorbita e dalla durata dell’esposizione. Identificare precisamente le sostanze impiegate è quindi essenziale. [32]
La prevenzione deve seguire percorsi concreti: quali sostanze entrano nell’impianto, come vengono contenute, che cosa accade durante manutenzioni e perdite, dove finiscono quando le apparecchiature sono sostituite. Lo stesso vale per le fabbriche che producono chip e componenti. Un inventario verificabile permette di identificare i rischi prima che si traducano in contaminazioni difficili da rimuovere. [1]
Le tecnologie disponibili offrono margini di scelta. Un’intervista pubblicata da ChemSec nel settembre 2026, favorevole alla sostituzione dei PFAS, descrive soluzioni di raffreddamento alternative già commerciali. La composizione dei fluidi dipende dal sistema scelto e dal modo in cui viene trasferito il calore. Per ciascuna alternativa vanno valutati sicurezza, prestazioni e gestione del fine vita. [33]
Le informazioni oggi disponibili richiedono di verificare l’esposizione per il singolo sito e per la sua filiera. Questo rende ancora più urgente la trasparenza: le comunità devono conoscere i prodotti che potrebbero raggiungere acqua, suolo e aria. Attendere un danno conclamato prima di pretendere queste informazioni trasferisce il rischio su chi vive nel territorio.
La richiesta politica può essere molto concreta: sostituzione degli impieghi problematici evitabili, controlli indipendenti, tracciabilità dei materiali e responsabilità economica per eventuali bonifiche. Chi propone l’impianto deve dimostrare di poterlo gestire lungo tutta la sua vita. Il costo della sicurezza appartiene al progetto industriale e deve rimanere a carico di chi ne trae beneficio.
14. La filiera nascosta: miniere, chip e rifiuti elettronici
In sintesi. L’impatto comincia nei luoghi dove vengono estratti i materiali e prodotti i componenti. Continua attraverso manutenzione, sostituzione e smaltimento delle apparecchiature.
Prima di arrivare in un datacenter, un server attraversa una lunga catena produttiva. Servono metalli, semiconduttori, schede, memorie, cavi e alimentatori. Il sito richiede inoltre edifici, batterie, impianti elettrici e sistemi di raffreddamento. Estrarre e trasformare i materiali comporta consumo di energia e acqua, lavorazioni chimiche e produzione di scarti. POST e UNEP invitano a includere questi passaggi nel bilancio ambientale del digitale. [1] [17]
La distribuzione geografica della filiera rende facile perdere di vista una parte del costo. Un centro può apparire efficiente nel luogo in cui opera, mentre componenti e materiali hanno richiesto risorse e prodotto inquinamento altrove. La distanza fra chi usa il servizio e chi ne sopporta la produzione crea un problema di responsabilità. La tutela delle comunità deve seguire l’intero percorso, dai territori minerari fino ai luoghi di trattamento dei rifiuti.
Conta anche quanto durano le macchine. Le infrastrutture edilizie possono rimanere per decenni, mentre server, apparati di rete e batterie vengono sostituiti con cicli più brevi. La competizione sulle prestazioni può accelerare il ricambio. L’espansione dei centri e la sostituzione delle apparecchiature si sommano così nella domanda di nuovi prodotti. [1]
Riparazione, riuso e ricondizionamento permettono di prolungare la vita delle apparecchiature. Per decidere una sostituzione occorre confrontare il risparmio atteso durante l’uso con gli impatti della nuova produzione. Quando i componenti diventano rifiuti, la loro destinazione deve essere tracciata: i trattamenti inadeguati e il trasferimento verso contesti con minori tutele possono esporre altre persone a rischi ambientali. [1]
Una politica coerente deve favorire apparecchiature durevoli e riparabili, pretendere informazioni sulla provenienza dei materiali e imporre obblighi di recupero finanziati dai produttori. Dovrebbe anche chiedere quali attività possano continuare a essere svolte con l’infrastruttura già disponibile. Allungare la vita delle macchine e ridurre la corsa alla loro sostituzione sono scelte ambientali e industriali essenziali.
15. Il territorio occupato: edifici, reti e trasformazioni irreversibili
In sintesi. Un datacenter modifica lo spazio attraverso il proprio edificio e le opere collegate. La valutazione deve comprendere la somma dei progetti e le alternative che vengono sacrificate.
Un grande campus richiede aree per edifici, viabilità, impianti elettrici e di raffreddamento. Il progetto può comportare nuove linee, tubazioni e opere esterne. Quando più centri si concentrano nella stessa zona, la trasformazione coinvolge il paesaggio e la funzione del territorio: terreni agricoli o spazi di possibile rigenerazione diventano parte di un sistema industriale dedicato al calcolo. [28] [1]
La scelta di riutilizzare un’area già costruita può contenere il nuovo consumo di suolo. Occorre però verificare vicinanza alle abitazioni, capacità delle reti, eventuali bonifiche e altri usi possibili. Un’area dismessa può servire anche a servizi pubblici, verde, attività produttive differenti o bisogni abitativi. Il confronto fra alternative deve precedere l’assegnazione del suo futuro a un unico investitore. [6] [34]
Il limite ecologico appartiene al territorio nel suo insieme. Se diversi progetti prelevano dalla stessa falda, scaricano calore nella stessa area e si collegano alla stessa rete, i loro effetti si accumulano. Autorizzarli separatamente può far perdere di vista ciò che gli abitanti sperimentano come un’unica trasformazione. I criteri di pianificazione proposti da WWF e dalla guida delle comunità dei Grandi Laghi aiutano a porre questa domanda complessiva. [6] [34]
Servono inoltre condizioni chiare per ampliamenti e fine attività. Il numero degli edifici e la potenza utilizzata possono crescere per fasi. Ogni ampliamento deve tornare a essere valutato rispetto alle disponibilità del territorio, mentre smantellamento e ripristino richiedono garanzie economiche già definite. Le comunità devono poter evitare di ereditare strutture inutilizzate e costi di sistemazione. [34]
La difesa del territorio coinvolge anche ciò che si può continuare a fare in quel luogo: coltivare, abitare, conservare habitat, aprire altre attività. Destinare risorse a un datacenter significa rinunciare a una parte delle alternative. Rendere visibile questa rinuncia è indispensabile per una scelta democratica. Il prezzo offerto per un terreno rappresenta soltanto una parte del suo valore per chi lo vive.
16. Profitti privati, costi pubblici: chi finanzia davvero la crescita
In sintesi. Il costo di un datacenter comprende incentivi e infrastrutture. Contratti e tariffe decidono quanto rimane a carico dell’impresa e quanto può ricadere sugli altri utenti.
Una linea elettrica costruita per soddisfare un nuovo grande cliente deve essere pagata. Lo stesso vale per una sottostazione, un ampliamento dell’acquedotto o una nuova capacità di produzione. La distribuzione del conto dipende dalle regole tariffarie, dagli accordi e dai poteri dell’autorità che li approva. È qui che una scelta apparentemente tecnica diventa una scelta sulla distribuzione della ricchezza. [35]
Il rapporto di Eliza Martin e Ari Peskoe, della Harvard Law School, analizza casi statunitensi in cui tariffe, trattative e contratti possono trasferire ai normali utenti una parte dei costi e dei rischi legati ai grandi clienti tecnologici. L’opacità degli accordi rende difficile verificare quale quota resti all’impresa e quali obblighi sopravvivano se il progetto cambia. [35]
Il rischio continua anche se la corsa rallenta. Una rete può essere ampliata in previsione di consumi che poi arrivano più tardi, risultano inferiori o scompaiono. Le infrastrutture rimangono e chi le ha finanziate deve recuperare i costi. Per proteggere gli altri utenti servono impegni economici duraturi, garanzie e responsabilità legate alla domanda che l’investitore ha chiesto di rendere disponibile. [35] [4]
Il sostegno pubblico comprende anche esenzioni fiscali e agevolazioni. L’audit della Virginia quantifica in 928 milioni di dollari il risparmio ottenuto dal settore attraverso l’esenzione sulle imposte di vendita e uso nell’anno fiscale 2023. È una scelta pubblica di notevole entità, da confrontare con i benefici effettivi. [24]
Il rapporto militante El precio de las nubes, dedicato all’Aragona, esamina proprio come le promesse di investimento possano orientare il consenso e le priorità delle amministrazioni. La sua utilità consiste nel seguire insieme risorse, decisioni pubbliche e potere negoziale delle imprese. Le cifre annunciate dai promotori devono essere ricondotte a risultati verificabili nel territorio. [2]
Una regola di giustizia è chiara: chi provoca costi aggiuntivi per espandere la propria attività deve assumerli senza scaricarli sulle famiglie e sulle altre imprese. I contratti dovrebbero essere conoscibili, le agevolazioni quantificate e le garanzie proporzionate al rischio. Quando queste condizioni mancano, rinunciare all’investimento può proteggere il bilancio pubblico meglio di una promessa di sviluppo.
17. La promessa occupazionale e il lavoro che l’IA vuole trasformare
In sintesi. Un cantiere può impiegare molte persone, mentre la gestione ordinaria ne richiede meno. Il confronto deve includere qualità e durata dei posti, insieme al potere di decidere come l’IA cambia gli altri lavori.
Progettisti, muratori, elettricisti, tecnici del raffreddamento, addetti alla manutenzione e alla sicurezza rendono possibili i datacenter. Sono lavori reali e necessari. La promessa occupazionale diventa però fuorviante quando somma fasi diverse e presenta il massimo numero di addetti al cantiere come beneficio stabile per il territorio. WRI e il rapporto sull’Aragona richiamano l’importanza di distinguere costruzione e gestione ordinaria. [28] [2]
L’audit pubblico della Virginia offre un esempio concreto: gli operatori intervistati indicavano circa 50 lavoratori a tempo pieno per un edificio di dimensioni tipiche considerate nello studio, mentre durante la costruzione il picco poteva raggiungere circa 1.500 addetti. Queste cifre descrivono il contesto esaminato e mostrano la distanza fra le due fasi. [24]
Per decidere servono impegni precisi: posti permanenti, durata, salari, qualifiche, appalti, sicurezza e possibilità di accesso per chi vive nella zona. Occorre poi confrontarli con suolo, agevolazioni e infrastrutture impegnati. Anche le attività alternative potrebbero produrre lavoro; la scelta del datacenter deve misurarsi con questo confronto. [34]
Un’altra questione riguarda il lavoro svolto fuori dall’impianto. L’IA generativa può essere utilizzata per automatizzare o riorganizzare mansioni di scrittura, analisi, programmazione e altre attività. Lo studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro del 2025 analizza proprio questa esposizione e indica la trasformazione delle mansioni come un esito importante, con effetti diversi fra professioni e contesti. [36]
Chi decide quella trasformazione? La discussione deve comprendere ritmi, autonomia, responsabilità e distribuzione degli eventuali guadagni di produttività. Un’organizzazione può impiegare l’automazione per ridurre il tempo di lavoro a parità di reddito, oppure per aumentare i ritmi e ridurre il personale. La direzione dipende dai rapporti di potere e dalle regole negoziate.
La lotta contro i progetti dannosi dovrebbe quindi costruire alleanze fra abitanti e lavoratori. La sicurezza del posto e la qualità dell’ambiente appartengono alla stessa esigenza di vivere dignitosamente. Le promesse occupazionali devono essere verificabili; la salute e l’autonomia devono restare condizioni indisponibili al ricatto. Fermare un investimento incompatibile richiede anche politiche per attività alternative utili al territorio.
18. L’opacità protegge gli investimenti e indebolisce le comunità
In sintesi. Per valutare un progetto servono dati del singolo impianto. Le inchieste europee mostrano ostacoli concreti all’accesso: informazioni riservate, incomplete o difficili da utilizzare.
Una comunità deve poter sapere quanta acqua userà un datacenter vicino, nelle settimane più secche e nelle ore di maggiore attività; quale energia richiederà; quando funzioneranno i generatori; quali sostanze saranno presenti. Deve poter confrontare questi dati con la disponibilità del territorio. Una media nazionale offre un quadro generale, mentre la decisione locale richiede informazioni riferite al progetto concreto. [34]
L’Unione Europea ha introdotto obblighi di rendicontazione delle prestazioni energetiche e ambientali e una banca dati comune. Il sistema pubblica informazioni aggregate, mentre i dati dei singoli impianti incontrano limiti di accessibilità. Il 21 settembre 2026 la Commissione ha inoltre presentato una proposta di classificazione comune delle prestazioni. Il percorso regolatorio continua, e le sue scelte sulla pubblicità dei dati incidono direttamente sulla possibilità di controllo. [37]
Investigate Europe ha ricostruito il conflitto su quelle regole. Nell’inchiesta dell’aprile 2026 documenta le pressioni di Microsoft e dell’associazione DigitalEurope per introdurre una forte protezione dei dati individuali. Riporta anche le risposte: Microsoft richiama la tutela delle informazioni commerciali; la Commissione sostiene che la riservatezza fosse già prevista nella propria impostazione. Il risultato politico è una barriera fra le informazioni raccolte dalle autorità e quelle effettivamente conoscibili dalle persone interessate. [38]
Lighthouse Reports ha poi presentato, nel settembre 2026, una ricognizione basata su richieste di accesso nei 27 Stati membri. Le risposte comprendono rifiuti, dati mancanti e informazioni parziali. L’inchiesta accompagna una contestazione nell’ambito della Convenzione di Aarhus, che riguarda l’accesso alle informazioni e la partecipazione in materia ambientale; l’esito di questa iniziativa resta da definire. Altreconomia ha seguito in italiano l’arrivo della questione al Parlamento Europeo. [39] [40]
L’asimmetria è evidente. Il promotore conosce il progetto, finanzia consulenze e tratta con le istituzioni. Gli abitanti devono procurarsi documenti, comprenderli e trovare competenze, spesso mentre i termini per intervenire stanno già scadendo. La trasparenza deve riequilibrare questa condizione. Pubblicare dati leggibili, completi e confrontabili è parte del dovere di rendere conto a chi subirà gli effetti dell’opera.
Occorrono quindi obblighi di pubblicazione prima dell’autorizzazione, aggiornamenti durante l’esercizio e controlli affidati a soggetti indipendenti. I documenti devono includere anche scenari di siccità, picchi di domanda e ampliamenti. La possibilità di capire e contestare il progetto deve esistere quando le alternative sono ancora aperte. Una partecipazione limitata a opere ormai decise svuota il significato del consenso.
19. Sovranità dei dati: il potere che conta per le persone
In sintesi. Il luogo dei server, il controllo delle imprese e i diritti degli utenti sono aspetti distinti. La questione centrale è quanto potere effettivo abbiano persone e istituzioni sugli usi dell’infrastruttura.
“Sovranità digitale” può indicare obiettivi diversi: mantenere dati nel territorio nazionale, sottrarli all’accesso di autorità straniere, sostenere imprese locali oppure rendere autonomi cittadini e amministrazioni. Per valutarne il significato bisogna chiedere chi ottiene concretamente il controllo e su quali decisioni.
La CNIL, l’autorità francese per la protezione dei dati, ha richiamato i rischi legati alla giurisdizione cui è sottoposto un fornitore cloud. La collocazione fisica dei server e il controllo giuridico dell’impresa possono condurre a obblighi e possibilità di accesso differenti. Le norme applicabili hanno quindi conseguenze reali per la tutela delle informazioni. [41]
Il controllo è inoltre distribuito lungo più livelli: proprietario dell’edificio, gestore del centro, fornitore del servizio cloud, impresa che offre l’applicazione e organizzazione che decide di utilizzarla. I contratti e la configurazione tecnica stabiliscono chi può compiere determinate operazioni. Per comprendere una dipendenza occorre seguire questa catena, fino a chi può cambiare prezzi e condizioni o interrompere il servizio. [3] [41]
Dal punto di vista delle persone, il criterio decisivo è la possibilità di scegliere, capire e contestare. Possiamo trasferire i dati e continuare a usarli? Un’amministrazione può cambiare fornitore mantenendo i propri servizi? Chi decide quali elaborazioni siano consentite? Quali rimedi esistono contro gli abusi? La proprietà nazionale di un’impresa va valutata insieme alle risposte a queste domande.
European Digital Rights collega l’autonomia digitale a software libero, standard aperti, competenze pubbliche e infrastrutture condivise. Software libero significa anche possibilità di studiare, modificare e condividere il codice; standard aperti significa utilizzare formati e regole che permettono a sistemi diversi di comunicare. Questi strumenti possono ridurre la dipendenza obbligata da un solo fornitore, quando sono sostenuti da risorse e capacità effettive di gestione. [42]
Una politica di sovranità utile ai cittadini deve distribuire potere, conoscenza e possibilità di uscita. Sostituire una dipendenza con un’altra può rafforzare un’impresa nazionale lasciando debole chi usa il servizio. Il controllo democratico richiede anche limiti agli usi, tutela dei dati e capacità pubblica di governare l’infrastruttura, compresa la sua dimensione materiale.
20. Criticare l’IA mentre si vive dentro il suo mercato
In sintesi. La diffusione dell’IA rende più difficile scegliere strumenti e percorsi alternativi. Un’opposizione efficace deve chiarire quali dipendenze intende ridurre e quale futuro vuole costruire.
Quando un programma propone di completare un testo, riassumere un documento o generare un’immagine, una parte dell’attività viene affidata a un modello. Le applicazioni possono incorporare queste funzioni in strumenti già utilizzati per lavorare e comunicare. L’accesso al calcolo diventa così parte del servizio offerto dal fornitore. [5]
Da qui nasce un paradosso: anche chi contesta l’espansione dell’IA può ricorrere a strumenti che la incorporano. La scelta individuale avviene dentro mercati, organizzazioni e abitudini che rendono alcune soluzioni più disponibili di altre. La dipendenza può coinvolgere colleghi, clienti, scuola e amministrazione, oltre alle preferenze del singolo. European Digital Rights descrive questo problema in termini di concentrazione del potere e progressiva perdita di autonomia. [42]
Usare un servizio lascia intatto il diritto di contestarne gli effetti e di pretendere alternative. La critica deve però affrontare anche la domanda: quali funzioni siamo disposti a ridurre, quali strumenti vogliamo mantenere, quale capacità di lavoro umano intendiamo proteggere? Chiedere un limite alla crescita comporta scegliere priorità, rinunciare ad alcuni usi e costruire percorsi praticabili per farlo.
Esistono diversi obiettivi politici. Un comitato può opporsi a un determinato sito. Un movimento può chiedere un tetto ai consumi del settore, una moratoria sui grandi centri per l’IA o un controllo pubblico delle infrastrutture. Una posizione più radicale mette in discussione il progetto stesso di trasferire alle macchine il pensiero e il giudizio. Rendere esplicita la direzione aiuta a costruire alleanze e a valutare i risultati.
Nel mio manifesto Non siamo sacrificabili. Manifesto contro la sostituzione dell’umano, del 27 settembre 2026, ho posto proprio questa questione: «Il problema non è soltanto l’uso dell’intelligenza artificiale. È la sua stessa esistenza». Il manifesto contesta il progetto di affidare alle macchine pensiero, giudizio e iniziativa, e pone la vita e l’autonomia umana come limite alle promesse tecnologiche. [43]
Questa posizione chiede una discussione che preceda la costruzione di nuove infrastrutture. Quale idea di lavoro, conoscenza e relazione umana si vuole rendere dominante attraverso il calcolo? Chi ha dato il consenso a questa trasformazione? La possibilità tecnica e la disponibilità di capitali devono incontrare una decisione collettiva sui fini. La dipendenza attuale rende il cambiamento impegnativo e dà una ragione ulteriore per costruire alternative accessibili.
21. La rabbia, la non-violenza e la forza di un’opposizione organizzata
In sintesi. La rabbia dei territori contiene domande legittime. La violenza mette in pericolo le persone e compromette la possibilità di costruire un conflitto pubblico capace di ottenere risultati.
Nel commento USA: guerra ai datacenter, pubblicato su Luogocomune il 13 ottobre 2026, Massimo Mazzucco richiama proteste e minacce legate ai nuovi impianti. I commenti dei lettori aggiungono domande su utilità, consumi e dipendenza tecnologica, insieme a interventi che arrivano a giustificare la violenza. [44]
La gravità degli episodi richiede parole chiare. L’Associated Press ha riferito di colpi esplosi contro l’abitazione di un consigliere comunale di Indianapolis, nell’aprile 2026, in un contesto di controversia sui datacenter. Colpire case, minacciare amministratori o mettere in pericolo lavoratori significa aggredire persone. La violenza è sempre una cattiva consigliera e deve essere respinta senza ambiguità. [45]
La difesa della vita esige coerenza nei mezzi. Minacce e aggressioni intimidiscono, restringono lo spazio di partecipazione e rischiano di isolare i comitati dalle persone che potrebbero sostenerli. Le istituzioni hanno il dovere di proteggere chiunque sia minacciato, insieme al diritto di protestare e di opporsi ai progetti. Gli episodi violenti devono essere perseguiti attraverso responsabilità individuali, salvaguardando il dissenso collettivo.
Un’opposizione non-violenta può essere radicale nei suoi obiettivi. Può chiedere il ritiro di un progetto, una moratoria, limiti assoluti ai consumi o il superamento di un modello industriale. La sua forza dipende dalla capacità di rendere pubblici i fatti, organizzare le persone, costruire alleanze e imporre un costo politico alle decisioni incompatibili con l’interesse collettivo. Manifestazioni, presidi pacifici, assemblee aperte e campagne sulle scelte di spesa pubblica possono rendere visibile e continuativa questa pressione.
Il caso di Cerrillos mostra uno strumento concreto: residenti organizzati e azione giudiziaria hanno ottenuto il riesame di un’autorizzazione. Le guide per le comunità raccolgono altri mezzi, dalle osservazioni ai piani alla richiesta di moratorie e alla negoziazione di impegni vincolanti. La possibilità di ottenere risultati cresce quando conoscenze tecniche, competenze giuridiche e partecipazione si sostengono a vicenda. [20] [34]
La rabbia può diventare energia politica quando trova obiettivi riconoscibili e un percorso comune. Ogni assemblea capace di comprendere un documento, ogni dato reso pubblico e ogni alleanza fra quartieri aumenta il potere della comunità. Il rispetto delle persone permette di allargare questa forza e di mantenerla nel tempo.
22. Che cosa chiedere: una piattaforma per fermare i progetti dannosi
In sintesi. La critica può tradursi in richieste precise: moratorie, limiti territoriali, dati pubblici, responsabilità economiche e diritto di rifiutare. Gli impegni devono essere verificabili e accompagnati da conseguenze effettive.
Le comunità hanno bisogno di una piattaforma che colleghi problemi e decisioni. Le proposte seguenti riprendono temi presenti nel rapporto italiano Padova–WWF, nella guida dei Grandi Laghi e nelle analisi sui costi pubblici. Esprimono una priorità politica: portare la crescita del calcolo entro limiti decisi democraticamente e proteggere i territori già sotto pressione. Gli strumenti giuridici concreti devono essere verificati secondo le competenze e le procedure applicabili al singolo luogo. [6] [34] [35]
1. Una moratoria nei territori sotto pressione. Dove acqua, rete elettrica, abitazioni o ecosistemi sono già vulnerabili, occorre sospendere nuove autorizzazioni e ampliamenti mentre si valutano gli effetti complessivi. La moratoria deve avere obiettivi pubblici, tempi definiti e la possibilità reale di concludersi con il rifiuto dei progetti incompatibili. I limiti di un bacino idrico o di una rete devono valere per la somma degli impianti.
2. Informazioni prima della decisione. Il progetto completo deve essere accessibile insieme ai consumi previsti, agli scenari di siccità, al rumore notturno, ai generatori, ai materiali e alle opere collegate. Le amministrazioni devono mettere a disposizione anche spiegazioni comprensibili e competenze indipendenti. Durante l’esercizio, consumi ed emissioni devono poter essere confrontati con le condizioni autorizzate.
3. Priorità vincolanti per acqua ed energia. Gli usi essenziali della popolazione e la tutela degli ecosistemi devono essere protetti anche nelle crisi. Gli impianti devono conoscere in anticipo le riduzioni obbligatorie e predisporre il proprio funzionamento di conseguenza. I piani devono indicare soglie, controlli e responsabilità, così da rendere queste priorità applicabili quando arriva l’emergenza.
4. Tutti i costi aggiuntivi a carico di chi li genera. Reti, acquedotti, misure acustiche, controlli, smantellamento e ripristino richiedono finanziamenti garantiti. I contratti devono proteggere gli altri utenti anche se il progetto rallenta, cambia proprietario o chiude. Le agevolazioni pubbliche devono essere pubblicate e confrontate con risultati sociali verificati.
5. Partecipazione capace di cambiare l’esito. I residenti devono poter intervenire prima che il territorio sia impegnato. Assemblee, osservazioni, accesso agli atti e ricorsi hanno bisogno di tempo e risorse. Le amministrazioni devono rispondere alle obiezioni e spiegare il confronto con le alternative, compresa l’opzione di rinunciare all’opera. Gli accordi con i promotori devono contenere obblighi controllabili e conseguenze per le violazioni.
6. Riduzione della dipendenza e costruzione di alternative. Il settore pubblico dovrebbe sostenere competenze proprie, software libero, formati aperti, durata delle apparecchiature e servizi proporzionati ai bisogni. Scuole, uffici e imprese devono poter conservare percorsi di lavoro che tutelino autonomia e capacità umane. La domanda di nuovo calcolo può essere governata anche attraverso le scelte di acquisto e di organizzazione, evitando di rendere l’IA una condizione obbligata di partecipazione. [42]
Questa piattaforma richiede un’organizzazione stabile. Un comitato può raccogliere documenti e segnalazioni, coinvolgere esperti indipendenti, chiedere impegni agli eletti e collegarsi con altri territori. L’esperienza di un quartiere diventa più forte quando si riconosce parte di una questione generale: quanta parte della vita collettiva può essere subordinata alla crescita di un’infrastruttura privata?
23. Il diritto di fermarsi, il diritto di scegliere
In sintesi. La collettività deve poter stabilire quali infrastrutture servano alla propria vita. Fermare un’espansione dannosa significa esercitare questo potere e proteggere il futuro.
I datacenter portano nello stesso luogo scelte su energia, acqua, territorio, lavoro e controllo delle informazioni. Per questo la loro valutazione deve essere altrettanto ampia. Ogni autorizzazione contribuisce a rendere possibile una certa organizzazione della società e a impegnare risorse che potrebbero avere altre destinazioni.
Il diritto di dire no è parte essenziale della democrazia tecnologica. Ha senso parlare di scelta quando una comunità può respingere un progetto, chiedere una riduzione della scala o decidere di investire altrove. Il capitale disponibile e la competizione fra Stati devono rispettare questo spazio di decisione.
Una critica conseguente chiede di fermare la corsa che tratta i territori come risorse da assicurarsi, di porre limiti alla crescita del calcolo e di discutere apertamente gli scopi dell’IA. La qualità di una società si misura anche dal tempo e dall’autonomia che conserva alle persone, dall’acqua che garantisce, dall’aria che permette di respirare e dalla possibilità di riposare nelle proprie case.
Proteggere queste condizioni attraverso un’opposizione informata e non-violenta è un compito concreto. La direzione può essere scelta collettivamente. Le infrastrutture devono rispondere alla vita delle comunità, e le comunità devono conservare il potere di fermarle.
Fonti e approfondimenti
Per approfondire. Rapporti pubblici, studi, inchieste giornalistiche e documenti di movimenti. Le fonti aziendali sono utilizzate per spiegazioni tecniche o per riportare la posizione delle imprese; le contestazioni sono attribuite ai soggetti che le presentano.
- Parlamento Britannico, POST, What are data centres and how sustainable are they? — 16 marzo 2026. Rapporto generale: funzionamento, energia, acqua, rumore, sostanze, materiali e regolazione. ↩
- Aurora Gómez Delgado / Tu Nube Seca Mi Río, El precio de las nubes — febbraio 2026. Rapporto critico e militante sull’Aragona: promesse economiche, territorio, acqua, energia e potere. ↩
- IBM, What is a data center?. Spiegazione tecnica introduttiva, pubblicata da un fornitore del settore. ↩
- Agenzia internazionale dell’energia, Powering Artificial Intelligence — 14 ottobre 2026. Domanda elettrica, localizzazione, reti, investimenti e incertezza delle previsioni. ↩
- IBM, What is AI inference?. Addestramento, esecuzione dei modelli e infrastruttura di calcolo. ↩
- Università di Padova e WWF Italia, Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche? — luglio 2026. A cura di Arturo Lorenzoni. Dati italiani, richieste di connessione e scelte energetiche. ↩
- Reuters, Italy’s Lombardy to revise data centre law next week after application surge — 15 ottobre 2026. Annuncio di revisione della legge regionale dopo l’aumento delle domande. ↩
- Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme della Cina, 全国一体化大数据中心体系完成总体布局设计,“东数西算”工程正式全面启动 — 17 febbraio 2022. Fonte primaria, in cinese, sul programma di distribuzione territoriale della capacità di calcolo. ↩
- Central Statistics Office, Irlanda, Data Centres Metered Electricity Consumption 2025 — dati 2025, pubblicazione 2026. Consumi misurati: quota dei datacenter sul totale nazionale contabilizzato. ↩
- North American Electric Reliability Corporation, Incident Review: Considering Simultaneous Voltage-Sensitive Load Reductions — 8 gennaio 2025. Ricostruzione tecnica dell’evento elettrico del 10 luglio 2024. ↩
- Agência Pública, N+ Focus e CLIP; Alberto Pradilla, The promised land of data centers — 30 ottobre 2025. Inchiesta sul campo a Querétaro: servizi, rete elettrica, acqua, investimenti e risposte dell’industria. ↩
- Tom’s Hardware, Microsoft denies Mexico data center linked to water shortages, local illnesses, and power outages — ottobre 2025. Resoconto delle repliche di Microsoft e dell’azienda elettrica nella controversia. ↩
- Duke University, Rethinking Load Growth — 2025. Studio sulla possibilità di integrare grandi carichi rendendone flessibile una parte. ↩
- Governo dei Paesi Bassi, Minister Van Oosten presenteert informatieboekje “Bereid je voor op een noodsituatie” — 17 novembre 2025. Comunicato originale sulla preparazione delle famiglie alle emergenze. ↩
- PostNL, PostNL delivers information booklet “Prepare for an emergency” to 8.5 million households — novembre 2025. Distribuzione dell’opuscolo alle famiglie olandesi. ↩
- Rapporto pubblicato dal governo britannico, Water use in data centres and AI — 2025. Raffreddamento, fonti idriche, riuso, pianificazione e lacune nei dati. ↩
- Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, How to make AI data centres more sustainable. Ciclo di vita, raffreddamento e scelte di progettazione. ↩
- Oregon Public Broadcasting; April Ehrlich, The Dalles’ mayor called OPB’s data center story inaccurate. Here are the facts — 23 gennaio 2026. Dati municipali sull’acqua fornita a Google e controversia sulle infrastrutture idriche. ↩
- Google, Google and The Dalles, Oregon complete water storage system — 22 ottobre 2025. Presentazione aziendale del progetto di accumulo stagionale nella falda. ↩
- Segundo Tribunal Ambiental, Cile, Sentenza sul progetto Cerrillos Data Center — 27 febbraio 2024. Fonte giudiziaria: annullamento parziale dell’autorizzazione e nuova valutazione della risorsa idrica. ↩
- Reuters, Google takes Chile data center plans back to square one on environmental concerns — 17 settembre 2024. Successiva rielaborazione del progetto e raffreddamento ad aria annunciato da Google. ↩
- ARTE Reportage, Chili : asséché par les data centers — novembre 2025. Reportage video in francese, 25 minuti, su acqua e comunità nell’area di Santiago. ↩
- Prince William County, Data Center Ordinance Advisory Group: documenti e riunioni — archivio 2023–2025. Documentazione pubblica del conflitto acustico, delle audizioni e degli interventi. ↩
- Joint Legislative Audit and Review Commission, Virginia, Data Centers in Virginia — dicembre 2024. Audit pubblico su lavoro, fisco, reti, territorio e rumore. ↩
- Nelson Acoustics, per Prince William County, Noise Ordinance Update: Basis and Background — 3 agosto 2025. Spiegazione tecnica dei limiti delle misure del rumore continuo e delle basse frequenze. ↩
- Nelson Acoustics, per Prince William County, Great Oaks Sound Monitoring: Preliminary Report, Update v1.1 — 7 maggio 2025. Monitoraggio successivo alle prime proteste: contributi del traffico, componente industriale e limiti di attribuzione. ↩
- Arizona State University; Joe Rojas-Burke, Turning down the heat from data centers — 18 maggio 2026. Presentazione della ricerca sul calore locale a Phoenix; origine della fotografia degli impianti di ventilazione. ↩
- World Resources Institute, From Energy Use to Air Quality, the Many Ways Data Centers Affect US Communities — 17 febbraio 2026. Quadro territoriale illustrato; origine della fotografia dell’infrastruttura elettrica. ↩
- Reuters, Pollution from Musk’s unpermitted xAI power project hits hardest in Black communities — 14 luglio 2026. Inchiesta sulle turbine installate per Colossus 2 e sui quartieri esposti. ↩
- Southern Environmental Law Center, EPA confirms that large methane gas turbines require permits — 15 gennaio 2026. Posizione e iniziativa delle organizzazioni che contestano l’impianto. ↩
- Environmental Protection Agency, New Source Performance Standards Review for Stationary Combustion Turbines and Stationary Gas Turbines — gennaio 2026. Documento normativo primario, inclusa la discussione delle turbine trasportabili. ↩
- Agency for Toxic Substances and Disease Registry, How PFAS Impacts Your Health — 22 luglio 2025. Quadro sanitario: effetti associati all’esposizione a specifici PFAS e fattori che modificano il rischio. ↩
- ChemSec, Data centres don’t need PFAS cooling systems — 17 settembre 2026. Intervista sulle alternative: fonte favorevole alla sostituzione dei PFAS. ↩
- Alliance for the Great Lakes, A Regional Playbook for Managing Data Center Impacts in the Great Lakes — marzo 2026. Strumenti per comunità e amministrazioni: informazioni, pianificazione, accordi, moratorie e partecipazione. ↩
- Eliza Martin e Ari Peskoe, Harvard Law School, Extracting Profits from the Public: How Utility Ratepayers Are Paying for Big Tech’s Power — marzo 2025. Analisi di contratti, tariffe e trasferimento dei rischi agli utenti elettrici. ↩
- Organizzazione internazionale del lavoro, Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure — maggio 2025. Studio sulle mansioni esposte alla trasformazione attraverso l’IA generativa. ↩
- Commissione europea, Energy performance of data centres — quadro e aggiornamenti fino a settembre 2026. Rendicontazione, dati aggregati e proposta europea di classificazione. ↩
- Investigate Europe, How Big Tech wrote secrecy into EU law to hide data centres’ environmental toll — 16 aprile 2026. Inchiesta sul processo normativo e sulle pressioni per la riservatezza; include le repliche degli interessati. ↩
- Lighthouse Reports, Data Centre Silence — 30 settembre 2026. Richieste di accesso nei 27 Stati membri e contestazione nell’ambito della Convenzione di Aarhus. ↩
- Altreconomia, Data center e trasparenza sui dati ambientali: l’inchiesta arriva al Parlamento europeo — 22 maggio 2026. Approfondimento in italiano sul controllo pubblico delle informazioni ambientali. ↩
- Commission nationale de l’informatique et des libertés, Cloud : les risques d’une certification européenne permettant l’accès des autorités étrangères — luglio 2024. Localizzazione dei dati, controllo societario e giurisdizione. ↩
- European Digital Rights, Europe’s digital sovereignty starts with open source — 18 febbraio 2026. Dipendenza dai fornitori, interoperabilità e controllo delle infrastrutture digitali. ↩
- Francesco Galgani, Non siamo sacrificabili. Manifesto contro la sostituzione dell’umano — 27 settembre 2026. Il richiamo e la citazione seguono la versione del 27 settembre 2026. ↩
- Massimo Mazzucco, Luogocomune, USA: guerra ai datacenter — 13 ottobre 2026. Commento sulla protesta; i commenti dei lettori sono distinti dal testo dell’autore. ↩
- Associated Press, Shots fired at Indiana politician’s home, “No Data Centers” note left on doorstep — aprile 2026. Cronaca dell’attacco all’abitazione e delle indagini. ↩
(17 ottobre 2026)
Il diritto (e dovere) di restare umani
In questa intervista sul canale «Spunti di riflessione», riprendiamo il discorso avviato con l’intervista della settimana scorsa, tornando sul tema della responsabilità umana nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Parto da una distinzione che ritengo fondamentale: la macchina non è un essere vivente né senziente. L’intelligenza appartiene alla vita, non agli algoritmi, ai quali tendiamo invece ad attribuire qualità umane, quando non addirittura divine.
Rileggo una mia profezia del 2019 sul ruolo dissacrante dell'intelligenza artificiale e sul rischio di non saper più distinguere ciò che è vivo da ciò che è soltanto una simulazione. Da qui nasce una riflessione sulle qualità umane più importanti: l’amore, la creatività, la consapevolezza e la capacità di costruire relazioni autentiche. Sono dimensioni che richiedono tempo e che non possono essere subordinate alle logiche della velocità, del profitto e della competizione.
Mi soffermo su come l’innovazione tecnologica possa ostacolare, anziché favorire, la crescita della consapevolezza. I limiti umani non sono una sconfitta, né qualcosa di cui vergognarsi: considerarli con disprezzo significa accettare un confronto disumanizzante con le prestazioni delle macchine. Le nostre priorità non possono essere stabilite dalla tecnologia, o, più precisamente, da chi la controlla e la promuove.
Una frase di Pier Paolo Pasolini del 1975 (cfr. intervista completa) ci accompagna nella critica a un sistema che ci educa al possesso e alla sopraffazione, spingendoci a primeggiare a ogni costo. In questo contesto si inserisce la seduzione del mezzo tecnico: la promessa di risparmiarci la fatica può sottrarci anche le esperienze attraverso cui impariamo, maturiamo e incontriamo gli altri. Ne parliamo attraverso esempi scolastici e quotidiani, insieme ad alcune mie esperienze nell’editoria, nella programmazione e nella creazione artistica. Il punto non è soltanto che cosa riusciamo a produrre, ma che cosa diventiamo nel percorso e quali relazioni costruiamo lungo la strada.
Lo sguardo si allarga poi alla competizione tra grandi potenze. Commento l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump, soffermandomi sul rapporto tra concorrenza e cooperazione. Affrontiamo anche l’impiego dell’IA in campo militare e il problema della responsabilità quando i tempi per decidere della vita e della morte vengono compressi fino a pochi secondi. Attribuire una strage a un errore della macchina non può diventare un modo per assolvere gli esseri umani.
Richiamo quindi il mio testo «Non siamo sacrificabili. Manifesto contro la sostituzione dell’umano», nel quale propongo di andare alla radice della questione: il problema non è soltanto l’uso dell’intelligenza artificiale, ma la sua stessa esistenza.
Nella parte conclusiva affronto alcuni grandi inganni dell’IA: la confusione tra contenuti autentici e falsificati, la seduzione di interlocutori artificiali sempre disponibili e compiacenti, e l’illusione che basti impartire istruzioni per mantenere il controllo. Il filo conduttore resta il diritto, e insieme il dovere, di restare umani, senza rinunciare al pensiero autonomo, alle relazioni e alla responsabilità delle nostre scelte.
Il libro citato in chiusura è Oltre l’invisibile, di Federico Faggin.
(28 settembre 2026)
Interviste precedenti:
- 24 agosto 2026: Sapere di non sapere, la vera scienza
- 24 luglio 2026: Social e giovani, tra divieti e qualche domanda per i genitori
- 25 gennaio 2025: Un'alternativa all'IA (che non è nostra amica)
- 27 agosto 2024: La base dell'educazione umana è l'amore, non lo smartphone
Non siamo sacrificabili. Manifesto contro la sostituzione dell’umano
Un manifesto contemporaneo ispirato al Manifesto Russell-Einstein del 1955.
Il problema non è soltanto l’uso dell’intelligenza artificiale. È la sua stessa esistenza. Contestiamo il progetto di trasferire alle macchine il pensiero, il giudizio e l’iniziativa delle persone. Non lo consideriamo un destino da accettare.
Come le armi nucleari, l’IA pone una domanda che precede il suo impiego: perché far esistere un potere capace di minacciare chi lo ha creato? I meccanismi sono diversi. Il limite che affermiamo è lo stesso: la vita e l’autonomia umana non sono sacrificabili.
Non chiamiamo emancipazione ottenere risposte perdendo l’abitudine di cercarle. Non chiamiamo conoscenza produrre testi senza comprenderli. Non chiamiamo progresso un mondo nel quale, per studiare, lavorare e comunicare, dobbiamo dipendere sempre più da una macchina e da chi ce ne concede l’accesso.
La presenza dell’IA cambia anche la vita di chi la rifiuta: impone il confronto con la sua velocità, trasforma il tempo umano in uno svantaggio. Ma una persona non è un dispositivo lento da sostituire. Ha bisogno di imparare, dubitare, sbagliare. Quel tempo è la sua vita, non un difetto.
Il nostro rifiuto non riguarda soltanto una futura macchina ribelle. Anche un’IA obbediente può rafforzare il potere di chi la controlla. E aver costruito un sistema non garantisce di governarne ogni azione. Non occorre attribuirgli una coscienza per riconoscere il pericolo. La questione non è soltanto che cosa voglia la macchina, ma che cosa resti della nostra libertà.
Davanti alle guerre che si trascinano per anni, non accettiamo che la vita diventi un bersaglio da calcolare. La precisione di una macchina non rende giusta la morte di una famiglia. Il timore di una futura estinzione non rende meno urgenti le vittime del presente. Non sono sacrifici minori in attesa della catastrofe maggiore.
Non accettiamo la minaccia nucleare come condizione della nostra sopravvivenza, né la dipendenza dall’IA come condizione della nostra vita. Nessuna promessa di sicurezza o di abbondanza autorizza a considerare sacrificabile ciò che dovrebbe proteggere.
A chi risponde «basta usarla bene», rivolgiamo una domanda precedente: perché dovremmo volere che esista? Dimostrare che qualcosa è possibile non significa dimostrare che sia necessario. Offrire un vantaggio non significa ottenere il consenso a trasformare la vita di tutti.
Non chiediamo soltanto un’IA più affidabile. Mettiamo in discussione la necessità dell’IA. Un mondo senza di essa non è un futuro mancato. Non siamo noi a dover giustificare la nostra esistenza davanti alle macchine.
È la tecnologia che deve rispondere all’umanità. Non l’umanità che deve adattarsi fino a scomparire.
(27 settembre 2026)

