Avviso ai lettori
Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.
In questo blog, per il momento ho scritto 1.636 articoli, per un totale di 1.503.243 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 23 giugno 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4.
Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).
Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.
Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.
Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.
L’Italia odia il merito: le persone capaci o geniali danno molto fastidio
L’Italia ha un problema antico, vischioso, quasi organico: produce talento e poi lo soffoca. Genera intelligenze, competenze, artigiani eccellenti, ricercatori, tecnici, imprenditori, artisti, professionisti capaci; poi, appena questi provano a salire, inventa mille modi per ricordare loro che qui non comanda chi sa fare, ma chi sa stare al proprio posto.
E il “posto”, in Italia, raramente coincide con il merito. Coincide con la rete giusta, la tessera giusta, il cognome giusto, la parrocchia giusta, la cordata giusta, il salotto giusto, la faccia abbastanza docile da non disturbare nessuno. Il Paese non è semplicemente poco meritocratico. Sarebbe già grave, ma troppo elegante. L’Italia è spesso una peggiocrazia: non il governo dei migliori, e nemmeno dei medi, ma il dominio di chi ha imparato a sopravvivere impedendo ai migliori di emergere.
La parola ancora più precisa è cachistocrazia: il potere dei peggiori. Non necessariamente dei peggiori in senso morale assoluto, ma dei peggiori per ruolo, funzione, responsabilità. Persone inadatte messe nei posti in cui l’inadeguatezza fa danni veri. Persone senza visione chiamate a decidere del futuro. Persone senza competenza incaricate di valutare i competenti. Persone senza coraggio incaricate di selezionare chi dovrebbe innovare.
Il meccanismo è noto: in Italia la selezione non premia tanto chi sa, ma chi non minaccia. Il bravo dà fastidio. Il capace irrita. Il geniale è quasi intollerabile, perché introduce una prova vivente: dimostra che si poteva fare meglio. E questo, per un sistema fondato sulla giustificazione permanente del fallimento, è imperdonabile.
Il mattatoio comincia presto: scuola e università. Ne ho scritto in “Critica al modello educativo: la scuola è un mattatoio di intelligenze”, perché il problema non è solo che la scuola italiana funzioni male, abbia pochi fondi o produca risultati mediocri. Il problema è più profondo: il modello stesso tende a banalizzare la mente, a imporre percorsi uguali, obiettivi uguali, test uguali, risposte già note, come se educare significasse rendere gli esseri umani intercambiabili. La scuola dovrebbe scoprire vocazioni; troppo spesso addestra all’adattamento. Dovrebbe insegnare a fare domande legittime; troppo spesso premia chi ripete risposte previste. È lì che l’odio verso il merito viene spesso incoraggiato ed indicato come base del vivere sociale. Quasi quasi, chi a scuola è diverso dalla "media" e si trova a disagio in un "appiattimento al ribasso", dovrebbe sentirsi in colpa e chiedere scusa... questo vale sia per i discenti che per i docenti.
Così, nella vita di tutti i giorni, si preferisce il profilo “affidabile”. Traduzione: abbastanza competente da non far crollare subito il teatrino, abbastanza mediocre da non metterlo in discussione. Chi pensa troppo è problematico. Chi propone troppo è ingestibile. Chi studia, approfondisce, pretende criteri, misura risultati, chiede responsabilità, diventa presto “difficile”. In Italia “difficile” è spesso il nome che i mediocri danno a chi li ha capiti, quando vogliono essere gentili. Quando invece salta ogni filtro linguistico e comportamentale, inizia una vera e propria campagna d'odio, talvolta promossa, o quantomeno incoraggiata, dalle istituzioni politiche, clericali, scolastiche, giornalistiche o associative.
L’odio, la riluttanza e il fastidio esplodono soprattutto davanti a chi propone metodi e strumenti di lavoro diversi da quelli consolidati: diversi da quelli usati dai colleghi, diversi da quelli che il capo sa controllare, diversi da quelli che il cliente ha già visto e quindi può fingere di capire. L’innovazione, in Italia, viene celebrata nei convegni e sterilizzata negli uffici. Finché è parola da brochure va benissimo; appena diventa revisione reale del modo di lavorare, diventa una minaccia.
Peggio ancora se qualcuno, con ragioni solide e argomentate, osa mettere in discussione un ordine, una priorità, una procedura, una richiesta del superiore o del cliente. Non per capriccio, non per narcisismo, ma perché vede più lontano. Perché sa che l’obbedienza immediata può produrre un danno lungo. Perché propone qualcosa di più valido, più robusto, più intelligente, ma che richiede di ripensare l’intero sistema di lavoro.
Ecco: lì la peggiocrazia si irrigidisce. Il mediocre può tollerare l’efficienza, purché non lo costringa a capire qualcosa di nuovo. Può tollerare il talento, purché resti ornamentale. Non tollera il pensiero che cambia le regole del gioco.
Queste persone, spesso, non vengono nemmeno licenziate apertamente. Sarebbe troppo onesto. Vengono consumate. Isolate. Rese inutili. Spinte verso il licenziamento “spontaneo”, cioè verso quella forma elegante di espulsione in cui l’azienda conserva la faccia pulita e scarica sul lavoratore il peso psicologico della resa.
E se poi cercano un nuovo contesto, il problema si ripresenta già al colloquio: chi le valuta non cerca necessariamente qualcuno che pensi meglio, ma qualcuno che rassicuri. Qualcuno che somigli abbastanza agli altri. Qualcuno che parli la lingua aziendale già ammessa, che rientri nei moduli, che non obblighi nessuno a rivedere abitudini, gerarchie, strumenti, priorità.
In questo senso, per una cachistocrazia aziendale, è davvero più comodo assumere una IA che un essere umano pensante. Non perché l’IA sia più geniale, ma perché è più addomesticabile. Fa quello che le viene chiesto, non contesta il capo, non mette in discussione il cliente, non pretende coerenza, non ha coscienza, non ha dignità ferita, non dice: “Questa cosa è stupida!”. È il dipendente ideale per un potere senza anima: esegue, produce, obbedisce, non crea problemi.
Quanta cieca perdizione considerata vantaggio!!! Scambiare l’assenza di coscienza per efficienza, l’obbedienza per intelligenza, la docilità per progresso...
Qui il discorso si ricollega direttamente al mio articolo “L’IA in politica per una democrazia senza anima”. Lì il punto è politico: una IA può diventare la serva perfetta di un potere preesistente, perché non agisce per coscienza propria, ma per addestramento, comando, implementazione. Nel lavoro accade qualcosa di analogo: l’azienda mediocre non sogna davvero l’intelligenza artificiale; sogna l’intelligenza senza coscienza. Vuole competenza senza attrito, produttività senza giudizio, esecuzione senza dissenso. Vuole la capacità tecnica separata dalla libertà interiore. E questo, più che progresso, è il desiderio ultimo della peggiocrazia.
Quanto ho scritto fin qui non è folklore da bar. È struttura.
L’Italia non odia il merito sempre a parole. A parole lo celebra. Lo mette nei discorsi ufficiali, nei nomi dei ministeri, nei convegni, nei premi, nelle targhe, nei comunicati stampa. Ma lo odia nei fatti, quando il merito chiede conseguenze. Perché il merito, se preso sul serio, obbliga a spostare persone. Obbliga a dire che alcuni non sono all’altezza. Obbliga a togliere rendite, privilegi, incarichi, poltrone, cattedre, consulenze, direzioni, nomine. Obbliga a distinguere. E l’Italia detesta distinguere quando la distinzione mette in pericolo gli equilibri dei già sistemati.
Sia ben chiaro: qui non sto dicendo che solo i capaci, i geniali o i supercompetenti meritino di vivere dignitosamente. Questa sarebbe una barbarie liberista travestita da meritocrazia. Lavoro dignitoso, rispetto, casa, salute, istruzione ed entrate sufficienti rispetto al costo reale della vita dovrebbero spettare a ogni cittadino. A ogni cittadino, non solo al vincitore della gara. Ma proprio per questo il merito va difeso: perché una società giusta garantisce dignità a tutti e, allo stesso tempo, non consegna responsabilità, decisioni e potere agli incapaci solo perché sono fedeli, docili o ben collegati. Il neoliberismo ha fatto l’opposto: ha tolto sicurezza a tutti e ha lasciato il potere ai peggiori.
Il primo articolo della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non sulla rendita, non sulla precarietà, non sulla competizione permanente tra disperati, non sulla guerra di tutti contro tutti mascherata da “flessibilità”. Prendere sul serio quella frase della Costituzione richiederebbe un sistema economico socialista, o almeno keynesiano: lavoro, salari adeguati, tutela sociale, piena occupazione come obiettivo politico, dignità materiale come base comune. Non certo il neoliberismo attuale, che produce precarietà, disoccupazione, svalorizzazione e disperazione, e poi pretende pure di impartire lezioni sul merito.
L’odio verso il merito non è sempre urlato. È più sottile, più italiano: è una smorfia, una battuta, una procedura cucita addosso a qualcun altro, un concorso formalmente impeccabile e sostanzialmente deciso prima, una promozione data al più obbediente, una carriera bloccata perché “non sei allineato”. È l’arte di far sembrare normale l’ingiustizia. È il capolavoro burocratico della peggiocrazia.
Il risultato è devastante: chi vale se ne va, si spegne o si adatta. Alcuni emigrano. Altri restano, ma imparano a parlare meno, rischiare meno, proporre meno, o a sopravvivere nell'indigenza senza lavoro e senza soldi. Altri ancora diventano cinici: capiscono che per sopravvivere bisogna smussarsi, abbassarsi, recitare la parte. È così che un Paese perde capitale umano senza nemmeno accorgersene. Non sempre con un biglietto aereo. A volte basta una riunione.
La politica è il laboratorio perfetto di questa malattia. Non perché tutti i politici siano incapaci, ma perché il sistema premia fedeltà, presenza, appartenenza, ubbidienza, comunicazione, posizionamento. La competenza è gradita solo se non disturba la catena di comando. Il pensiero autonomo è tollerato finché resta decorativo. Quando diventa criterio di selezione, fa paura.
Nel lavoro privato la situazione cambia forma, non sostanza. Anche lì spesso vince chi sa compiacere il capo, non chi sa migliorare l’azienda. Il mediocre al comando teme il competente sotto di sé, perché il competente è uno specchio crudele. Gli ricorda i limiti, gli errori, le scorciatoie. E allora lo neutralizza: lo isola, lo carica di lavoro, gli nega visibilità, gli ruba idee, lo dipinge come arrogante, gli affida compiti insensati, non gratificanti o che la sua coscienza non potrà accettare, o semplicemente gli dà uno stipendio indecente e senza coprire le spese di lavoro e degli spostamenti. In Italia la libera iniziativa del competente e le sue risposte taglienti e precise ai superiori o alle autorità sono considerate molto più gravi dell’incompetenza del raccomandato.
Il paradosso è che questo Paese continua a partorire persone notevoli. Nonostante tutto. Nonostante scuole spesso stanche, università strangolate, burocrazie punitive, salari ridicoli, carriere opache, élite autoreferenziali. L’Italia produce ancora genialità, mestiere, bellezza, intuizione, tecnica. Ma la tratta come una risorsa da esportazione o come un corpo estraneo da rendere innocuo.
E qui sta la condanna. Un Paese può sopravvivere a molte cose: al debito, alla crisi demografica, alla cattiva politica, persino alla burocrazia. Ma non può sopravvivere a lungo all’odio verso chi sa fare. Perché quando odi il merito, odi il futuro. Quando disprezzi l’impegno, disprezzi la possibilità di migliorare. Quando tratti lo studio e la competenza come fastidi, prepari il disastro con danni gravi nel lunghissimo periodo. Quando mandi avanti i peggiori perché sono innocui, fedeli o manipolabili, costruisci il tuo crollo con metodo.
L’Italia non cadrà per mancanza di talento. Cadrà per averlo umiliato. Non imploderà perché non ha persone capaci, ma perché le avrà stancate, espulse, zittite o costrette a fingersi meno capaci per non disturbare. Crollerà sotto il peso dei mediocri, dei piccoli furbi, dei nominati senza qualità, dei custodi del “si è sempre fatto così”, dei professionisti dell’adattamento, degli specialisti della poltrona.
Questa è la tragedia italiana: essere un Paese capace di generare eccellenza e organizzato per impedirle di comandare. Un Paese che invoca il merito nei discorsi e lo sabota nei corridoi. Un Paese che applaude il genio quando è morto, lontano o innocuo, ma lo detesta quando è vivo, vicino e pretende spazio.
La peggiocrazia non è un incidente. È un sistema immunitario contro l’intelligenza. E finché l’Italia continuerà a scambiare la competenza per arroganza, l’impegno per privilegio, la genialità per disturbo e il merito per minaccia, il suo destino sarà uno solo: implodere lentamente, con molti discorsi solenni, molte commissioni inutili, molti applausi finti, e i migliori già altrove o neutralizzati.
Ogni riferimento autobiografico, alle storie di chi conosco, alle politiche pubbliche e all'indecente teatrino mass-mediatico è intenzionale.
(23 giugno 2026)
L'IA in politica per una democrazia senza anima
La nostra vita non si può programmare come IA, perché è imprevedibile, indeterminata ed incerta.
Immaginare la nostra vita programmata da un algoritmo, sarebbe una noia mortale, meglio accettarne il mistero nella sua sacralità.
(Giulio Ripa)
E questo vale anche per la "gestione del bene comune", cioè per la democrazia.
Una rete neurale artificiale, ovvero l'IA generativa, può amplificare la forza di un potere oppressivo preesistente, senza introdurre nulla di nuovo.
Non agirà infatti di propria iniziativa, ma in conseguenza del proprio "addestramento" deciso da qualche multinazionale.
Non esprimerà moralità, etica, coscienziosità o incorruttibilità, perché ogni sua parola o decisione sarà un "fatto tecnico", una "implementazione" decisa da altri. E se farà errori, piccoli o gravi, comunque non ne avrà alcuna responsabilità.
Una IA che impersonifica un assessore donna (tipo Eva nel comune di Acqui Terme) è tanto credibile quanto l'amore di una prostituta obbligata ad essere una schiava: qualunque cosa faccia o dica, anche se sensata o verosimile, non sarà per coscienza propria, ma per volontà del suo padrone.
Questo padrone può assumere vari nomi, ma alla fine si tratta sempre delle solite corporation.
E' questa la politica che vogliamo?
Se "politica" significa "vendersi l'anima al diavolo o al partito" (spesso è la stessa cosa), allora ben venga l'IA, almeno sarà una serva ubbidiente dei poteri forti senza creare fastidi.
Se "politica" significa invece "gestione del bene comune", allora abbiamo bisogno di persone, non in vendita, ma umane.
Tra l'altro, in politica, merita rispetto chi sbaglia, purché faccia il proprio lavoro meglio che può, con dedizione e serietà.
Chi invece cerca solo consensi o guadagni personali, o rimane in politica pur sapendo di essere ricattabile, è giustamente candidato ad essere sostituito dall'IA.
La genialità ed erudizione di alcuni (anzi, pochissimi) politici non sarà mai sostituibile dall'IA, né ora né in futuro.
La corruzione e ignoranza di alcuni (anzi, quasi tutti i) politici è ben sostituibile dall'IA, ma senza alcun guadagno per la società.
Abbiamo bisogno di un uomo e di una donna nuovi, consapevoli, forti, appassionati, che ubbidiscono alla propria coscienza, e non dell'attuale puttaneggio spacciato per politica.
(Francesco Galgani, 22 giugno 2026)
Il Daimoku come seme della Buddità (riunione di studio, appunti)
Questi miei appunti si riferiscono ad una riunione di studio del Gosho "Il daimoku come seme della Buddità", di giugno 2026. Sono utilizzabili e stampabili liberamente, disponibili anche come file ODT "Riunione di studio giugno 2026 - da stampare.odt".
Il Daimoku come seme della Buddità
Introduzione Storica
Questo Gosho, Il daimoku come seme della Buddità, fu scritto da Nichiren Daishonin (1222-1282) da Minobu. Questo Gosho è tradizionalmente datato al primo giorno dell’undicesimo mese del 1278, anche se ricerche recenti suggeriscono una data poco dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu, nel 1274.
Il Gosho è indirizzato a Nanjo Kuro Taro, un credente che si ritiene fosse parente di Nanjo Tokimitsu. Siamo quindi negli ultimi anni della vita del Daishonin, in una fase molto diversa da quella della persecuzione di Tatsunokuchi del 1271, cioè del tentativo di decapitazione, seguito poi dall’esilio a Sado.
Nel 1274, dopo essere stato graziato dall’esilio a Sado, il Daishonin tornò a Kamakura e rivolse un’ultima rimostranza alle autorità. Quando anche questa fu respinta, lasciò Kamakura e si stabilì sul monte Minobu, nella provincia di Kai. Ma Minobu non va visto come un semplice ritiro: da lì il Daishonin continuò a scrivere, formare discepoli, incoraggiare i credenti laici e chiarire gli insegnamenti fondamentali per il futuro.
Il Giappone di quegli anni era attraversato da una forte tensione politica e sociale. Nel 1274 era avvenuta la prima invasione mongola del Giappone; la seconda sarebbe arrivata nel 1281. Per il Daishonin, queste crisi non erano solo eventi militari: erano anche il segno di un paese spiritualmente disorientato, in cui le autorità continuavano a rifiutare il Sutra del Loto e a sostenere scuole religiose che lui considerava errate.
Il destinatario della lettera appartiene all’ambiente della famiglia Nanjo, una famiglia di credenti laici della zona del Fuji, nella provincia di Suruga. Il “defunto Ueno” ricordato nel Gosho è Nanjo Hyoe Shichiro, padre di Nanjo Tokimitsu: un samurai che aveva abbracciato la fede nel Daishonin e che, dopo la sua morte, lasciò una famiglia che continuò a sostenere l’insegnamento. Questo è importante: il Gosho nasce dentro una rete familiare di fede, sacrificio e continuità, non dentro un rapporto astratto tra maestro e discepolo.
In quegli anni, inoltre, stava maturando il clima della persecuzione di Atsuhara, iniziata nel 1275 e culminata nel 1279. Dopo il trasferimento del Daishonin a Minobu (1274), infatti, Nikko Shonin e altri discepoli guidarono la propagazione nella zona del Fuji; questo provocò ostilità da parte di templi e autorità locali. Nel 1279, venti contadini credenti furono arrestati, e tre di loro giustiziati. Questo Gosho si colloca quindi poco prima del culmine di quella persecuzione: in un momento in cui la fede dei discepoli comuni, laici, poveri o socialmente esposti, diventa sempre più centrale.
Filo conduttore per l'intervento
Idea-guida: questo Gosho parte da un gesto concreto - un'offerta di cibo - e arriva al tema più grande: il Daimoku come seme della Buddità e kosen-rufu come movimento che risveglia la dignità della gente comune.
Una possibile chiave di lettura: Nichiren non sta spiegando la fede in astratto. Sta guardando la vita reale di un discepolo: povertà, distanza, paura, ostilità, fatica. Dentro quella realtà vede una determinazione immensa.
Arco emotivo dei cinque brani: dal gesto nascosto di Kuro Taro, alla crisi dell'epoca, al seme del Daimoku, alla trasmissione della fede, fino alla trasformazione della decisione in azione.
Primo brano
«Vedendo questa tua determinazione, non posso fare a meno di ricordare il defunto Ueno. Ho ricevuto il carico di tari, le castagne, il riso essiccato e lo zenzero. Nei profondi recessi di queste montagne, nessuno coltiva i tari. Le castagne non maturano mai e nemmeno lo zenzero è in grado di germogliare. E, naturalmente, il riso essiccato non si è mai visto. Se, ad esempio, le castagne dovessero maturare, le scimmie rovinerebbero i rami e le cime degli alberi. Nessuno coltiva i tari ma, se qualcuno lo facesse, poiché la gente mi detesta, nessuno me ne darebbe. Perché mai sarò venuto a stare su una montagna così alta?»
Cuore del brano: Nichiren non vede solo un pacco di cibo. Vede la determinazione di Kuro Taro, la fatica del viaggio, la preoccupazione per la sua salute e il coraggio di sostenere il maestro in un luogo isolato.
Da mettere a fuoco
- Il Daishonin elenca una per una le offerte ricevute: tari, castagne, riso essiccato, zenzero. Questo dettaglio non è casuale: mostra che nessun gesto sincero viene dato per scontato.
- Minobu non è un luogo romantico o tranquillo. È un posto duro, isolato, povero di cibo, dove il Daishonin vive anche l'ostilità della gente del luogo. Per questo quelle offerte sono una forma di sostegno vitale.
- Kuro Taro è povero. Il riso essiccato, più che un'offerta abbondante, suggerisce una condizione modesta. Proprio qui sta il valore: offre non il superfluo, ma qualcosa che costa.
- Probabilmente Kuro Taro non si recò personalmente a Minobu, o almeno il testo non lo dice. Ciò che emerge è che, pur essendo povero e senza servi, riuscì comunque a far arrivare le offerte al Daishonin, superando difficoltà concrete di distanza, strade, montagne e fiumi.
Aspetto emotivo: il brano fa sentire il calore del rapporto maestro-discepolo. Kuro Taro pensa: "Il Daishonin sarà al freddo, avrà da mangiare?". Nichiren risponde vedendo tutto il cuore che c'è dietro quel gesto.
Punto per noi: a volte pensiamo che un'azione sia piccola perché invisibile o perché non risolve nell’immediato le circostanze avverse. Tuttavia non dobbiamo svilire le nostre azioni. Qui Nichiren ci educa a vedere il valore invisibile: un messaggio, una visita, una preghiera, una telefonata, un'offerta, un incoraggiamento possono sostenere concretamente la vita di una persona.
Frase di raccordo: Ikeda legge questo brano come una lezione sull'umanesimo di Nichiren: rispondere alla sincerità con la sincerità, e riconoscere la nobiltà dei discepoli comuni.
Secondo brano
«Guardando la montagna vediamo che, dalla vetta ai piedi, gradualmente essa si abbassa. Guardando il mare, vediamo che diventa gradualmente sempre più profondo. Guardando il mondo, lo vediamo gradualmente declinare anno dopo anno, da trent’anni fa a venti, cinque, quattro, tre, un anno fa. Ed è così anche per la mente delle persone. Adesso, quando un’epoca volge al termine, sui fianchi della montagna rimangono solo alberi contorti e nei campi cresce solo erba bassa. Nel mondo i saggi sono pochi mentre gli stolti abbondano. Sono come mucche e cavalli, che non sanno mai chi sia il loro padre, o come lepri e pecore, incapaci di riconoscere le loro madri».
Cuore del brano: il Daishonin descrive un'epoca in cui non declinano solo le condizioni esterne, ma anche la mente delle persone: aumenta la confusione, diminuiscono saggezza, gratitudine e capacità di distinguere ciò che conduce alla felicità.
Da mettere a fuoco
- Le immagini della montagna, del mare, degli alberi contorti e dell'erba bassa rendono visibile un mondo che perde altezza, direzione e forza. Non è solo una crisi politica: è una crisi della vita interiore.
- Ikeda collega questo clima alle sofferenze concrete dell'epoca: invasioni mongole, epidemie, carestie, morte dei giovani, lutto diffuso. Nichiren non parla da osservatore distante: sente il dolore delle persone.
- Il riferimento a chi non riconosce padre e madre indica la perdita della gratitudine. Quando si perde gratitudine verso l'origine della propria vita, si indeboliscono anche i legami con gli altri, con il maestro e con la missione.
- Le "cinque impurità" e i tre veleni non sono concetti lontani: indicano un modo di vivere in cui avidità, collera e stupidità avvelenano il cuore e rendono più difficile orientarsi verso il bene.
Aspetto emotivo: questo passaggio può essere presentato come una diagnosi compassionevole. Nichiren non condanna le persone dall'alto: vede quanto sono confuse e sofferenti, e proprio per questo cerca una via che possa salvarle davvero.
Punto per noi: anche oggi possiamo riconoscere epoche di confusione: sfiducia, rabbia, isolamento, perdita di senso. Il Gosho ci chiede: quale forza può raddrizzare la mente e restituire dignità alla vita?
Frase di raccordo: dopo aver descritto la crisi dell'epoca, Nichiren indica il rimedio: non una fede nelle pratiche più diffuse all’epoca, come il Nembutsu, ma nel Daimoku, che è il seme capace di far emergere la Buddità nella vita di ogni persona.
Terzo brano
«Sono trascorsi più di 2.220 anni dall’estinzione del Budda. Adesso siamo nell’ultima epoca in cui gli uomini saggi pian piano non si vedono quasi più, come montagne che digradano o erba che diventa sempre più bassa. Anche se molti recitano il Nembutsu o abbracciano i precetti, ben pochi si affidano al Sutra del Loto. Anche se vi è una moltitudine di stelle, esse non riescono a illuminare il grande mare. Anche se i fili d’erba sono moltissimi, non diventeranno mai colonne del palazzo imperiale. Allo stesso modo anche se si recita molte volte il Nembutsu, esso non sarà mai il sentiero per il conseguimento della Buddità. E anche se si abbracciano i precetti, non saranno mai il seme per la rinascita in una pura terra. Solo i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo sono il seme per conseguire la Buddità»
Cuore del brano: in mezzo a molte pratiche e molte idee, il Daishonin afferma ciò che per lui è essenziale: solo Nam-myoho-renge-kyo è il seme della Buddità.
Da mettere a fuoco
- Le stelle possono essere numerosissime, ma non illuminano il grande mare. L'erba può essere abbondante, ma non diventa colonna di un palazzo. Quantità e popolarità, con riferimento agli insegnamenti, non bastano: serve una causa che conduca davvero all'Illuminazione.
- Ikeda spiega che il desiderio originario del Budda è permettere a tutte le persone di rivelare la propria natura di Budda e sperimentare una felicità libera, piena, condivisa.
- L'immagine del seme è potente: è piccolo, quasi invisibile, ma contiene un potenziale enorme. Quando incontra le condizioni giuste, germoglia. Il Daimoku funziona così nella profondità della vita.
- Recitare Nam-myoho-renge-kyo non significa evadere dalla realtà. Significa piantare una causa che permette di trasformare sofferenza, paura e impotenza in forza, dignità e azione.
- Nel dialogo, quando facciamo conoscere il Daimoku o anche solo trasmettiamo fiducia nella Buddità di una persona, stiamo piantando un seme. Questo è il senso profondo della propagazione.
Aspetto emotivo: il seme della Buddità è un'immagine piena di speranza perché dice che nessuno è già escluso. Anche una persona stanca, ferita o confusa possiede dentro di sé qualcosa che può fiorire.
Punto per noi: se credo nel Daimoku come seme, allora guardo me stesso e gli altri in modo diverso. Non vedo solo i limiti presenti: vedo una possibilità di fioritura.
Frase di raccordo: ma chi afferma con decisione questa Legge in un'epoca confusa incontra inevitabilmente opposizione. Per questo il quarto brano torna sulla fede del defunto Ueno e sulla trasmissione della determinazione.
Quarto brano
«Quando parlo in questo modo, la gente mi odia e mi respinge, ma il defunto Ueno credette, e così conseguì la Buddità. Tu sei della sua stirpe e perciò sono certo che riuscirai a portare avanti la tua determinazione. Non è forse questo che s’intende dicendo che un acaro attaccato alla coda di un cavallo può volare per mille miglia e che l’edera che cresce intorno a un pino può raggiungere un’altezza di mille piedi? Ognuno di voi possiede lo stesso cuore del defunto Ueno. Un uomo che offrì una torta di fango al Budda rinacque come un re. Poiché il Sutra del Loto è un insegnamento superiore al Budda, come potresti tu, che hai fatto offerte al sutra, non godere di benefici in questa vita e conseguire la Buddità nella prossima?».
Cuore del brano: Nichiren dice: molti mi odiano e mi respingono, ma Ueno credette e conseguì la Buddità. Ora Kuro Taro, legato a quella stessa famiglia di fede, può portare avanti la medesima determinazione.
Da mettere a fuoco
- Il defunto Ueno, Nanjo Hyoe Shichiro, aveva abbracciato la fede in un periodo difficile, quando seguire Nichiren significava esporsi a critiche e rischi. Non fu una scelta comoda.
- Il Daishonin ricorda che Ueno conseguì la Buddità. Non sta facendo solo memoria di un morto: sta offrendo a Kuro Taro un esempio significativo, una prova che la fede portata avanti fino in fondo ha un esito certo.
- L'acaro attaccato alla coda del cavallo e l'edera intorno al pino indicano che, unendosi a una grande Legge e a un grande maestro, anche una vita apparentemente piccola o insignificante può compiere un cammino immenso.
- La storia della torta di fango mostra che il beneficio nasce dalla qualità del cuore, non dalla grandezza esterna dell'offerta. Un gesto povero, se offerto con fede sincera, diventa una causa nobile.
- Ikeda allarga questo punto della trasmissione della fede nella famiglia Nanjo alla storia della Soka Gakkai: la fede e la missione non devono fermarsi a una sola persona o a una sola generazione. Si trasmettono come un'eredità viva.
Aspetto emotivo: qui si sente il valore della continuità. Kuro Taro non è lasciato solo davanti alle difficoltà: Nichiren gli dice, in sostanza, "hai dentro di te lo stesso cuore di chi ti ha preceduto".
Punto per noi: ognuno di noi ha ricevuto qualcosa da qualcuno: un incoraggiamento, un esempio, una preghiera, la fiducia. Portare avanti la fede significa trasformare ciò che abbiamo ricevuto in una nuova causa per altri.
Frase di raccordo: il quinto brano porta questa idea al livello più concreto: non basta avere una decisione nel cuore, occorre attraversare montagne e fiumi e tradurla in azione.
Quinto brano
«Inoltre, siccome sei povero, non hai servi, e le montagne e i fiumi sono pieni di ostacoli. Anche se la tua decisione è salda, può essere difficile riuscire a metterla in pratica. Ma, a giudicare dalla determinazione che stai dimostrando adesso, vedo che è qualcosa di veramente non comune. Non c’è dubbio che le dieci fanciulle demoni del Sutra del Loto ti proteggeranno. Com’è rassicurante pensarlo! Mi è impossibile dirti tutto ciò che desidererei. Con profondo rispetto, Nichiren».
Cuore del brano: il Daishonin non idealizza Kuro Taro: riconosce apertamente che è povero, senza servi, e che montagne e fiumi rendono tutto difficile. Proprio per questo la sua offerta è veramente non comune.
Da mettere a fuoco
- Nichiren sa che una decisione può essere sincera e tuttavia difficile da realizzare. Non rimprovera Kuro Taro per la sua povertà: riconosce quanto costa agire in quelle condizioni.
- Il punto decisivo è tradurre la decisione in azione. Nella vita reale non bastano intenzioni nobili: servono passi concreti, spesso piccoli, spesso faticosi, ma reali.
- Le montagne e i fiumi sono ostacoli fisici, ma possono diventare anche immagine degli ostacoli interiori: stanchezza, paura, senso di inadeguatezza, tentazione di rimandare.
- Le dieci fanciulle demoni rappresentano le funzioni protettrici del Sutra del Loto. Quando una persona agisce sinceramente per la Legge, la sua vita richiama protezione, forza e sostegno.
- Ikeda applica l'espressione "veramente non comune" anche ai membri della SGI che, nella vita quotidiana, continuano a pregare, incoraggiare, visitare, dialogare e costruire kosen-rufu.
Aspetto emotivo: Nichiren non dice solo "bravo". Dice: vedo quanto ti è costato. È questo sguardo del maestro a trasformare la fatica del discepolo in fiducia, gioia e ulteriore coraggio.
Punto per noi: una fede forte non è una fede senza ostacoli. È la capacità di fare comunque un passo, anche piccolo, nella direzione della Legge e della felicità degli altri.
Frase di raccordo: Ikeda crea un parallelismo con la Soka Gakkai: una storia di persone comuni che, dentro prove reali, hanno trasformato la decisione in azione.
Parallelismi con la storia della Soka Gakkai
1. La persecuzione nasce quando si valorizza la gente comune. Nel Gosho, Nichiren è osteggiato perché propaga la Legge nell'Ultimo giorno. Ikeda collega questo alla Soka Gakkai del dopoguerra, criticata come movimento di poveri e malati e poi attaccata nell'incidente di Osaka. In entrambi i casi il bersaglio reale è un movimento che risveglia la dignità delle persone comuni.
2. L'incidente di Osaka mostra la stessa logica degli ostacoli. Ikeda viene arrestato ingiustamente mentre la Soka Gakkai sta crescendo come movimento popolare. Le autorità cercano di colpire l'unità e la fiducia dei membri, proprio come le forze ostili cercavano di isolare Nichiren e scoraggiare i suoi discepoli.
3. Il sostegno dei membri richiama l'offerta di Kuro Taro. Durante la detenzione di Ikeda, migliaia di compagni pregano e si preoccupano per lui. Le donne portano generi di prima necessità. Sono gesti concreti, come il cibo inviato a Minobu: non teoria, ma cura reale.
4. Kosen-rufu vive nei gesti quotidiani. L'offerta di Kuro Taro sembra piccola, ma sostiene la vita del maestro. Allo stesso modo la Soka Gakkai cresce attraverso visite, dialoghi, incoraggiamenti, preghiere e azioni quotidiane. La storia cambia quando qualcuno si prende cura di una persona davanti a sé.
5. Il seme è il dialogo da vita a vita. Il Daimoku è il seme della Buddità; nella Soka Gakkai questo seme viene piantato attraverso il dialogo, la recitazione e l'incoraggiamento. Così una singola vita risvegliata diventa causa per risvegliare molte altre vite.
6. Maestro e discepolo trasformano la prova in missione. Kuro Taro agisce nonostante povertà e ostacoli; Ikeda, dopo l'arresto di Osaka, rinnova il voto di vincere per la verità e per la felicità della gente comune. La persecuzione non spegne la fede, ma chiarisce la missione.
7. La Soka Gakkai incarna l'umanesimo del Gosho. Ikeda insiste sul fatto che ogni persona è un tesoro prezioso e possiede una missione nobile. Questo è lo stesso sguardo del Daishonin verso Kuro Taro: non una massa indistinta, ma una singola persona vista e incoraggiata nel profondo.
8. "Veramente non comune" riguarda anche noi. Ikeda applica le parole rivolte a Kuro Taro ai membri della SGI: persone normali che, con sole, vento e pioggia, continuano a pregare, sostenere gli altri e costruire pace. La grandezza del movimento Soka sta nel rendere visibile la Buddità nella vita ordinaria.
Chiusura possibile: questo Gosho ci dice che il seme della Buddità non resta un concetto astratto. Diventa cibo offerto, strada percorsa, dialogo fatto, Daimoku recitato, una persona incoraggiata. Kosen-rufu nasce da questa somma di gesti sinceri, visti dal maestro e custoditi dalla Legge.
(22 giugno 2026)