Avviso ai lettori

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Cari amici e nemici, cari lettori occasionali, cari studiosi e curiosi, cari folli, saggi, martiri e santi, un saluto a tutti.

In questo blog, per il momento ho scritto 1.609 articoli, per un totale di 1.463.480 parole (senza considerare i PDF, le immagini, i video e altri allegati). Questo conteggio è aggiornato al 11 maggio 2026. L'ultima stampa scaricabile del blog in PDF, fatta il 3 marzo 2026, conta 5913 pagine A4. 

Vorrei chiedervi una cortesia. Per favore, non cercate una coerenza o un filo conduttore comune in questo oceano di parole, di immagini e di video. Sarebbe una fatica sprecata. E' più interessante notarne le contraddizioni e meditare se dietro l'inganno dei ragionamenti e dei sentimenti c'è qualcosa di reale. E', in fondo, un'attitudine che richiama Pasolini e la sua esperienza della contrapposizione (cfr. L’illuminante attualità di Pasolini, 2 novembre 2025, di Giulio Ripa).

Per favore, anche se vi pare di conoscermi, evitate la presunzione di provare a decifrare quello che penso o che credo. Scrivo perché la mia natura mi chiede di farlo, ma non cerco di cambiare le idee o i comportamenti di nessuno: universalizzare le proprie idee e farne propaganda o retorica "per cambiare gli altri" è una forma sottile di violenza. Solo i fessi "hanno ragione". Le idee sono illusioni mutevoli e cangianti che svaniscono nella vacuità e nella contradditorietà di questa allucinazione chiamata mondo, in cui ciò che è giusto è anche sbagliato, il falso è anche vero.

Per favore, non cercate di convincermi di qualcosa, perché non sono d'accordo nemmeno con i miei pensieri. Ciò che qui leggerete è, non è, è e non è, né è né non è.

Grazie per la vostra presenza e pazienza,
pace e bene a tutti,
qui sotto trovate i miei ultimi articoli.

Digiuno secco per cinque giorni: parametri vitali, peso, metabolismo e reni

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Nel 2013 la rivista Forschende Komplementärmedizin / Research in Complementary Medicine ha pubblicato uno studio intitolato Anthropometric, Hemodynamic, Metabolic, and Renal Responses during 5 Days of Food and Water Deprivation (PDF integrale). Gli autori hanno esaminato gli effetti di cinque giorni di privazione completa di cibo e acqua — indicata nello studio con la sigla FWD, food and water deprivation — su parametri corporei, vitali, metabolici e renali.

Lo studio parte dall’osservazione che il digiuno con acqua o succhi era già stato studiato e applicato in ambito terapeutico, mentre risultavano disponibili molte meno informazioni sulla privazione contemporanea di cibo e acqua. Gli obiettivi dichiarati erano tre: valutare gli effetti della FWD su parametri di sicurezza emodinamici, metabolici e renali; aggiungere nuovi parametri antropometrici a quelli già noti; osservare come cambiassero tali parametri durante i cinque giorni di intervento.

La ricerca è stata condotta nel dicembre 2007 su 10 adulti apparentemente sani: 4 uomini e 6 donne, con età media di 47,5 anni, compresa tra 19 e 66 anni. Il BMI medio era 28 kg/m², con valori tra 19 e 38. Nei due giorni precedenti l’intervento i partecipanti avevano mangiato normalmente secondo le proprie abitudini. Nei cinque giorni successivi non hanno assunto né cibo né acqua. Nei tre giorni dopo il digiuno hanno ripreso gradualmente l’alimentazione, con succhi, frutta, un pasto leggero e poi un pasto regolare.

Durante lo studio, i partecipanti sono stati visitati quotidianamente alla fine di ogni giornata di intervento. Sono stati misurati peso, BMI, pressione arteriosa sistolica e diastolica, frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, glucosio, sodio, potassio, cloro, urea, creatinina, osmolalità sierica, volume urinario delle 24 ore e clearance della creatinina. Sono state inoltre misurate varie circonferenze corporee: collo, torace all’altezza delle ascelle, torace all’altezza dei capezzoli, vita, fianchi e una circonferenza obliqua dal solco gluteo all’ombelico.

Secondo gli autori, le condizioni fisiche dei partecipanti sono rimaste soddisfacenti durante tutti i cinque giorni. Nei giorni 2 e 3, 7 partecipanti hanno mostrato stanchezza, 2 nausea, 1 mal di testa e 3 dolori muscolari. Questi sintomi sono stati alleviati con riposo o bagno caldo e sono scomparsi dopo 24–36 ore. Nei giorni 4 e 5 tutti i partecipanti hanno riferito una sete controllabile, ma nessuno ha mostrato segni di disidratazione; tutti hanno inoltre descritto intervalli di resistenza fisica ed euforia.

Sul piano emodinamico, pressione sistolica, pressione diastolica, frequenza cardiaca e saturazione dell’ossigeno non hanno mostrato cambiamenti significativi dal giorno 0 al giorno 5. Gli autori interpretano questo dato come indicazione di stabilità emodinamica. L’auscultazione cardiaca e il tracciato del pulsossimetro non hanno mostrato aritmie o anomalie del polso. ([Karger Publishers][1])

Per quanto riguarda metabolismo ed elettroliti, il glucosio sierico è sceso fino al valore medio minimo di 3,4 mmol/l, cioè 60 mg/dl, al giorno 3, per poi risalire nei giorni 4 e 5. L’osmolalità sierica è invece aumentata gradualmente, raggiungendo il valore medio massimo di 302 mOsm/l al giorno 5. Dopo tre giorni di FWD, anche urea, sodio e cloro sono aumentati progressivamente, raggiungendo rispettivamente 8,2 mmol/l, 148 meq/l e 105 meq/l al giorno 5. Il potassio è aumentato lievemente, con valore medio massimo di 5,29 meq/l al giorno 2; in un partecipante si è avvicinato al valore critico di 7 meq/l senza raggiungerlo, e senza sintomi o alterazioni del ritmo cardiaco.

Lo studio ha valutato anche creatinina sierica e clearance della creatinina come indicatori della funzione renale. La creatinina sierica è aumentata leggermente, raggiungendo il valore medio massimo di 8 μmol/l, pari a 0,96 mg/dl, al giorno 5. La clearance della creatinina è invece aumentata in modo marcato: da 150 ml/min al giorno 0 a 229 ml/min al giorno 1, 222 ml/min al giorno 2, 181 ml/min al giorno 3, 250 ml/min al giorno 4 e 207 ml/min al giorno 5. Tre giorni dopo la FWD, al giorno 8, era scesa a 125 ml/min.

La perdita media di peso è stata di 1,390 ± 60 g al giorno. In cinque giorni, la perdita totale media è stata di 6,97 ± 0,29 kg. Il BMI è diminuito in media di 0,49 ± 0,02 kg/m² al giorno, per un totale di 2,43 ± 0,09 kg/m² nei cinque giorni. La diuresi media giornaliera è stata di 730 ± 80 g al giorno, con una perdita totale di urina nelle 24 ore pari a 3,63 ± 0,4 kg nei cinque giorni.

Anche le circonferenze corporee sono diminuite. In cinque giorni, la circonferenza del collo si è ridotta di 1,25 ± 0,23 cm; quella del torace all’altezza delle ascelle di 3,05 ± 1,44 cm; quella del torace all’altezza dei capezzoli di 4,65 ± 1,89 cm; la circonferenza vita di 8,2 ± 2,60 cm; la circonferenza fianchi di 4,3 ± 1,31 cm; la circonferenza obliqua dei fianchi di 4,45 ± 0,62 cm. La riduzione più marcata è stata quella della circonferenza vita, mentre la minore è stata quella del collo.

Gli autori hanno introdotto anche alcuni quozienti per esprimere la riduzione delle circonferenze per chilogrammo di peso perso. I valori riportati sono: 0,18 ± 0,08 cm/kg per il collo, 0,44 ± 0,30 cm/kg per il torace alle ascelle, 0,67 ± 0,38 cm/kg per il torace ai capezzoli, 1,18 ± 0,52 cm/kg per la vita, 0,62 ± 0,27 cm/kg per i fianchi e 0,64 ± 0,13 cm/kg per la circonferenza obliqua dei fianchi.

Nella discussione, gli autori affermano che cinque giorni di privazione di cibo e acqua comportano un triplice rischio: ipovolemia, ipertonicità e ipoglicemia. Nel loro campione, tuttavia, i partecipanti hanno tollerato bene il digiuno secco e non hanno mostrato ipotensione né alterazioni rilevanti di frequenza cardiaca, saturazione dell’ossigeno, concentrazione degli elettroliti, osmolalità sierica o glucosio. Gli autori attribuiscono questa gestione dei rischi a una controregolazione ormonale e nervosa.

Sempre secondo gli autori, non esiste una spiegazione definitiva per l’aumento temporaneo del potassio al giorno 2. La diminuzione del glucosio nei giorni 1–3 viene collegata all’interruzione dell’apporto alimentare, mentre il successivo aumento nei giorni 4–5 viene attribuito probabilmente alla controregolazione ormonale. Anche il meccanismo dell’aumento della clearance della creatinina non viene spiegato in modo definitivo.

Gli autori ipotizzano che l’aumento dell’osmolalità sierica possa avere un ruolo nella mobilizzazione degli edemi e nella riduzione generalizzata dei volumi, creando un gradiente osmotico tra liquido tissutale e sangue. Secondo questa ipotesi, l’acqua in eccesso dei tessuti passerebbe nel sangue; nel caso del parenchima renale, ciò potrebbe contribuire alla decongestione dei tessuti renali, al miglioramento della microcircolazione renale e all’aumento della filtrazione glomerulare.

Gli autori scrivono inoltre che, con una perdita media di 1,390 ± 60 g al giorno, la FWD appare come un protocollo dietetico molto efficace per la riduzione del peso, con una perdita superiore del 50–100% rispetto a quella osservata nel digiuno con succhi o con acqua nelle fonti da loro citate. Aggiungono che resta da studiare se la perdita di peso e la riduzione delle circonferenze corporee osservate durante la FWD abbiano un impatto sui rischi di malattia.

Nelle conclusioni, lo studio viene presentato come pilota. Gli autori specificano che i partecipanti erano individui sani con funzione renale normale, che il campione era piccolo, che i parametri clinici e di laboratorio sono stati monitorati quotidianamente e che il medico coinvolto aveva esperienza. In queste condizioni, affermano che il metodo si è dimostrato sicuro. Indicano infine la necessità di ulteriori studi sistematici per definire limiti e vantaggi della FWD e per approfondirne la fisiologia attraverso profili ormonali, ematologici e biochimici, inclusi parametri di stress ossidativo.

(11 maggio 2026)

Il digiuno (upavāsa) come vicinanza alla propria anima

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Nel linguaggio comune upavāsa viene spesso tradotto semplicemente come “digiuno”. Nelle tradizioni dell’India, però, il termine ha un significato più ampio: indica un’astensione che serve a riportare attenzione, energia e condotta “vicino” al sacro, al Sé interiore o alla propria anima. Con “anima” intendo un senso vicino al concetto sanscrito di ātman: il principio interiore, il Sé profondo, ciò che viene percepito come più essenziale rispetto al corpo, ai desideri e alle abitudini mentali.

Per evitare equivoci, il digiuno non va inteso come una lotta contro il corpo. Il corpo non è il nemico; il problema è l’automatismo del desiderio. Quando il cibo diventa il centro unico della mente, può “ancorare” l’individuo alla dimensione fisica. Quando invece l’attenzione si raccoglie e si fa più consapevole, l’astensione dal cibo può diventare un gesto di purificazione, ascolto e presenza.

Il significato letterale: upa + vas

Il nucleo etimologico di upavāsa è molto importante. In modo semplificato, il termine può essere ricondotto a upa, “vicino”, “verso”, “accanto”, e vas, “abitare”, “dimorare”, “risiedere”. Il senso letterale diventa quindi: dimorare vicino.

Questa vicinanza non è geografica. È una vicinanza interiore: stare più vicino al divino, al proprio centro, alla coscienza, alla propria anima. Per questo la Wisdom Library raccoglie molte definizioni di upavāsa: alcune lo traducono come digiuno o astinenza, altre ne mostrano il legame con la disciplina religiosa, la purificazione e la prossimità al sacro.

Anche la voce Upavasa della Charak Samhita Online, in ambito ayurvedico, spiega il termine come uno “stare vicino” a Dio o alla divinità, oppure, in senso terapeutico e interiore, come uno stare vicino a se stessi.

La lettura di Osho: non fame, ma vicinanza

Osho distingue con forza il semplice “non mangiare” dal vero upavāsa. Nella sua interpretazione, il digiuno autentico non nasce dall’odio verso il corpo né dal desiderio di mortificarsi, ma da uno stato di coscienza: si è così raccolti nel proprio essere che il cibo perde temporaneamente centralità.

Nei discorsi raccolti nella OSHO Online Library, upvas viene spiegato come il rimanere vicino al Sé interiore e al divino. In un altro passo, sempre nella OSHO Online Library, la distinzione è ancora più netta: avvicinarsi al Sé significa creare una certa distanza dall’identificazione con il corpo.

La conseguenza è sottile ma decisiva: si può non mangiare e rimanere ossessionati dal cibo; in quel caso si sta solo patendo la fame. Oppure si può vivere un’astensione con presenza, sobrietà e chiarezza; in quel caso il digiuno diventa un mezzo per osservare il desiderio, non per reprimerlo ciecamente. La vera domanda non è soltanto “che cosa mangio?” o “che cosa non mangio?”, ma: dove abita la mia attenzione?

Che cosa significa “avvicinarsi all’anima”

Dire che il digiuno avvicina all’anima non significa affermare che il cibo sia impuro o spiritualmente negativo. Significa piuttosto riconoscere che il nutrimento, il gusto, l’abitudine e il piacere possono diventare punti di identificazione molto forti. Quando la mente è completamente assorbita dal bisogno, dal desiderio o dalla gratificazione, l’identità si restringe: “io” divento il corpo che vuole, la bocca che cerca, lo stomaco che reclama.

Upavāsa, nel suo senso più profondo, interrompe questo automatismo. Crea uno spazio. In quello spazio la persona può accorgersi che esiste anche altro: respiro, attenzione, silenzio, presenza, preghiera, meditazione, discernimento. È in questo senso che il digiuno può diventare vicinanza all’anima: non perché il corpo venga negato, ma perché il corpo non occupa più tutto il campo della coscienza.

Le tradizioni dharmiche: una pratica integrale

Per “tradizioni dharmiche” si intendono, in questo contesto, le grandi vie religiose e filosofiche nate in India, come hinduismo, buddhismo e giainismo. La parola dharma può indicare ordine, legge, dovere, condotta retta o insegnamento spirituale, a seconda del contesto.

Nel Dharmaśāstra, cioè nella letteratura normativa hindu sulla condotta religiosa e sociale, upavāsa appare come una forma di astinenza. Non riguarda solo il cibo, ma anche il contenimento dei sensi. Termini come maithuna, per esempio, indicano l’unione sessuale: la rinuncia temporanea alla sessualità fa parte, in certi contesti rituali, dello stesso principio di sobrietà.

Nei Purāṇa e negli Itihāsa, testi che intrecciano mito, devozione, cosmologia e racconti epici, upavāsa viene collegato al tornare indietro dalle azioni nocive e al condurre una vita più virtuosa. Alcune prescrizioni antiche parlano di evitare carne, certi legumi, ornamenti, profumi o contatti sensuali. Queste indicazioni vanno lette nel loro contesto storico e rituale: il punto centrale non è l’elenco materiale delle proibizioni, ma l’idea di ridurre ciò che alimenta distrazione, vanità e attaccamento.

Nello yoga, upavāsa può essere presentato tra i niyama, cioè osservanze o discipline personali. Il termine niyama indica pratiche che orientano la vita quotidiana verso ordine, purezza, autocontrollo e consapevolezza. Quando si parla di vanāśrama, invece, ci si riferisce allo stadio tradizionale della vita “nella foresta”, associato al ritiro, alla contemplazione e alla progressiva semplificazione dell’esistenza.

Nell’Āyurveda, la medicina tradizionale indiana, upavāsa può rientrare nelle pratiche di langhana, termine che indica ciò che “alleggerisce” il corpo. Qui il digiuno è trattato anche come strumento terapeutico, ma sempre in relazione alla costituzione individuale, alla forza della persona, alla stagione, alla digestione e alla condizione di salute. Questo è un punto importante: nella prospettiva ayurvedica tradizionale, l’astensione non è una pratica uguale per tutti né generalmente consigliata, si fa solo in casi motivati. 

Nel buddhismo, il digiuno è spesso collegato alla disciplina del tempo corretto per mangiare e agli Otto Precetti, cioè regole di condotta etica e sobrietà. In questo caso l’accento non è sul sacrificio in sé, ma sulla riduzione dell’attaccamento e sul sostegno alla presenza mentale.

Nel giainismo, upavāsa è una delle forme di austerità esterna. Il giainismo attribuisce grande importanza ad ahiṃsā, la non-violenza, e al controllo delle passioni. Il digiuno può quindi diventare una pratica di purificazione, disciplina e distacco, ma idealmente non dovrebbe trasformarsi in violenza contro il corpo.

Ekādaśī e i giorni sacri di digiuno

Una delle osservanze più note è Ekādaśī, l’undicesimo giorno del ciclo lunare, particolarmente importante in molte tradizioni devozionali hindù, soprattutto vaiṣṇava. In questi giorni il digiuno non è soltanto alimentare: è pensato come un sostegno alla preghiera, alla meditazione, al canto sacro, alla lettura spirituale e alla purificazione della condotta.

Questo chiarisce un punto essenziale: upavāsa non è semplicemente “saltare i pasti”. È un modo per spostare il centro della giornata. Il tempo e l’energia che normalmente vengono assorbiti dalla preparazione, dal consumo e dal desiderio del cibo vengono orientati verso interiorità, devozione e presenza.

Il fuoco interiore e il simbolismo della trasformazione

Nei lessici sanscriti compaiono anche significati meno comuni di upavāsa, come “accensione del fuoco sacro” o “altare del fuoco”. Queste accezioni appartengono alla sfera rituale, ma sono simbolicamente molto evocative. Il fuoco, nelle tradizioni vediche, è luogo di offerta, trasformazione e passaggio: ciò che viene offerto al fuoco non resta com’era, ma cambia stato.

Letto in questa chiave, il digiuno è anch’esso un piccolo fuoco interiore. Non brucia il corpo, ma può bruciare automatismi, eccessi, dipendenze sottili, dispersioni. Quando è praticato con intelligenza, misura e consapevolezza, diventa una forma di trasformazione: meno rumore sensoriale, più ascolto; meno possesso, più presenza; meno reazione, più discernimento.

Il filo comune: dimorare più vicino

Che lo si guardi attraverso Osho, i lessici sanscriti, l’Āyurveda, il buddhismo o il giainismo, il cuore di upavāsa rimane lo stesso: dimorare più vicino. Vicino al Sé, vicino al divino, vicino alla propria anima, vicino a quella parte dell’essere che di solito viene coperta dal movimento continuo dei desideri.

Il digiuno, allora, non è una tecnica magica né una prova di superiorità spirituale. È un orientamento. Può essere utile solo se conduce a maggiore chiarezza, dolcezza, presenza e libertà interiore. Se invece produce orgoglio, ossessione, rigidità o disprezzo del corpo, tradisce il suo significato più profondo.

Upavāsa non chiede semplicemente di stare lontani dal cibo. Chiede di stare più vicini a ciò che siamo quando il desiderio si placa, i sensi si acquietano e la coscienza torna ad abitare se stessa.

(9 maggio 2026)

Prima farsa, poi tragedia – Viaggio al termine della democrazia europea

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"Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo."
(parafrasi moderna di Platone, Repubblica, Libro VIII)

Questa sintesi moderna del pensiero che Platone mette in bocca a Socrate nella Repubblica non è soltanto una profezia politica: è un referto autoptico che descrive con agghiacciante precisione lo stato terminale del nostro Occidente. Ciò che era nato come spazio sacro del logos e della deliberazione collettiva si è lentamente trasformato in un rito vuoto, una pantomima dove il cittadino crede ancora di scegliere mentre gli viene soltanto concesso di applaudire decisioni già prese altrove.

Guardiamo a cosa sono serviti decenni di democrazia in Europa. A cosa è servito andare a votare, elezione dopo elezione, con la devozione laica di chi crede ancora che la scheda sia uno strumento di sovranità. A cosa è servito informarsi al di fuori dei canali ufficiali, in quei media alternativi cresciuti come erba ostinata tra le crepe di un monolite narrativo, sostenuti da donazioni spontanee, ma boicottati, censurati, ridicolizzati come complottisti, mentre raccontavano verità che il mainstream avrebbe ammesso soltanto in parte e molti anni dopo, a danno ormai compiuto.

È servito a questo: un continente che cerca con furia autodistruttiva una guerra totale contro la Russia, come se la ragionevolezza fosse diventata un tradimento e l'istinto di sopravvivenza una colpa da espiare. Un'Europa che preferisce immolare la propria economia, la propria sicurezza energetica, il futuro dei propri giovani pur di ubbidire a un copione scritto da chi considera la guerra non una tragedia da evitare ma un mercato da alimentare.

Ed è servito a offrire applausi — non semplicemente silenzio, ma applausi — alla pulizia etnica condotta con metodica brutalità dai sionisti. Abbiamo visto cortei, dichiarazioni, risoluzioni, finanziamenti. Abbiamo visto un Occidente che si proclama paladino dei diritti umani mentre fornisce armi, copertura diplomatica e legittimazione morale a chi bombarda ospedali, scuole, campi profughi. La democrazia è diventata il paravento retorico dietro cui si consuma il più classico dei crimini coloniali, con l'aggravante di essere trasmesso in diretta e tuttavia negato con la medesima sfrontatezza.

Così la democrazia è servita da fondamenta alla crudeltà neonazista, sorretta da due pilastri gemelli: il servilismo verso l'industria delle armi e la totale sottomissione alle industrie farmaceutiche. Il Covid ha rappresentato il laboratorio perfetto di questa doppia cattura: corpi ridotti a mercato, vite barattate per profitto, paure gestite come leve di controllo sociale. Mentre si chiudevano attività, si distruggevano economie familiari, si isolavano anziani e bambini, i grandi capitali farmaceutici registravano utili senza precedenti e i governi democratici eseguivano, disciplinati come funzionari di un'azienda privata, ogni dettame senza nemmeno la parvenza di un dibattito. La deliberazione democratica è stata sospesa con un'efficienza che nessun tiranno avrebbe mai osato sperare, il tutto con il consenso — anzi, la richiesta — di una popolazione ormai incapace di pensare al di fuori della paura.

Il ridicolo, appunto. Una classe dirigente che balbetta slogan mentre il mondo brucia. Cittadini che si illudono di partecipare mentre vengono soltanto amministrati. Un sistema che celebra se stesso con cerimonie vuote mentre prepara la propria tomba.

E poi il sangue. Perché dopo il ridicolo, la farsa lascia inevitabilmente il passo alla tragedia. La guerra, quella vera, quella che si combatte con i corpi dei figli della classe media e povera, è già alle porte. E quando arriverà, scopriremo che tutto questo teatro democratico non ci ha dato né voce, né scelta, né scampo.

Tuttavia...

Se dobbiamo passare attraverso la catastrofe per generare un essere umano diverso, più consapevole della propria natura e più centrato sul "noi" invece che sull'"io", allora così sia. Non come augurio macabro, ma come constatazione storica: l'umanità impara raramente dalla saggezza, quasi sempre dal dolore. La speranza non risiede nelle istituzioni ormai svuotate di senso, né in una classe politica che ha abdicato a qualsiasi funzione che non sia la propria sopravvivenza. La speranza risiede in qualcosa di più profondo e più antico: l'intuizione che la nostra anima non è venuta in questo mondo per caso, ma perché ha qualcosa di importante da fare e da apprendere insieme ad altre anime.

La democrazia può morire. Le sue forme possono corrompersi fino a diventare irriconoscibili. Ma la scintilla che spinse gli esseri umani a cercarsi, a deliberare, a costruire spazi di libertà, quella non si estingue. Attraversa il disastro, si nasconde sotto le macerie, attende. E quando il rumore della farsa e il fragore della tragedia saranno cessati, quella scintilla sarà ancora lì, pronta a riaccendersi. Non per restaurare vecchi idoli, ma per immaginare qualcosa che oggi non sappiamo ancora nominare.

L'importante è non perdere mai la consapevolezza che siamo qui per qualcosa che eccede il consumo, la paura, l'obbedienza. Siamo qui per trasformare l’avidità in cura, la collera in lucidità, e l’illusione nel coraggio di guardare. Un amore senza avidità, una forza senza collera, uno sguardo senza veli. Se la catastrofe ci aiuterà in questo, allora non sarà stata l’ultima notte, ma una nuova alba.

(6 maggio 2026)

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