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Fiabe

Una grande epidemia nel villaggio dei Puffi

Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2021

A quel tempo, c’era molto scompiglio nel villaggio dei puffi. Girava voce che l’epidemia fosse iniziata a causa di un virus che aveva colpito il gatto Birba (il gatto di Gargamella) e che da lui, per qualche misteriosa ragione, fosse arrivato ai puffi. Qualcuno addirittura sospettava che fosse stato Gargamella stesso a fare un sortilegio, qualcun altro era certo che si trattasse di un complotto degli spiriti del bosco, altri ancora non sapevano chi additare e se la prendevano con chiunque capitasse. Altri erano assolutamente certi che fosse tutta una macchinazione infernale, una bugia, una farsa. In realtà i puffi non stavano male a causa di questo misterioso virus, ma a causa del fatto che non facessero altro che litigare tra di loro per la paura di qualcosa che non conoscevano.

Ogni puffo pretendeva di avere ragione.

Puffo Quattrocchi, che ha sempre considerato se stesso più intelligente degli altri, sosteneva che erano tutti stupidi nel dar credito alle voci sul virus, perché secondo lui non c’era proprio nulla di cui preoccuparsi: «Fate la vostra vita di sempre, che è meglio!», così predicava… ma come al solito veniva scaraventato fuori dal villaggio a calci.

Puffo Tontolone invece se ne stava sempre chiuso nella sua casina e soprattutto non andava più in giro a combinare guai e a inciampare ovunque andasse: gli altri puffi sentivano la sua mancanza, perché la sua goffaggine era una delle cose più belle e divertenti del villaggio.

Puffo Inventore passava le giornate a inventare vaccini contro questo misterioso virus per salvare il villaggio… il suo scopo era nobile, però pretendeva che tutti gli altri puffi facessero da cavie. I malcapitati che provavano i suoi vaccini spesso si ammalavano o rimanevano paralizzati.

Puffo Forzuto stava perdendo il suo aspetto atletico. La palestra del villaggio era stata chiusa (per il virus), lui non si poteva più allenare, non poteva più contemplare la magnificenza dei suoi muscoli, non si udivano più le sue urla quando alzava pesi cento volte più pesi di lui… e così, alla fine, aveva perso forza, stava ingrassando e mangiava male.

Puffo Golosone era tristissimo e persino un po’ dimagrito: non poteva più rubare i dolci a Puffo Pasticcere, perché la pasticceria era stata chiusa (sempre a causa di questo misterioso virus).

E così via… tristezza, rabbia e terrore erano le emozioni prevalenti in tutto il villaggio. Potremmo parlare delle tristi vicende di ogni puffo, ma voi, amici miei che state leggendo, avete già ben intuito la situazione: Puffo Cuoco era rimasto senza lavoro, Puffo Vanitoso non incontrava più nessuno per paura di ammalarsi e si limitava a farsi qualche selfie su Puffibook, Puffo Brontolone era ancora più sgarbato del solito e ripeteva continuamente: “Io odio il virus e chi ci crede”, Puffo Pittore aveva perso la sua vena artistica, Puffo Burlone non faceva più scherzi e aveva completamente cambiato vita (era andato a lavorare all’Istituto di Statistica dei Puffi, come vedremo nel proseguo di questa storia), Puffo Poeta non poetava più, Puffo Stonato aveva smesso di suonare la tromba e gli altri strumenti musicali a lui tanto cari (e per certi versi questa è l’unica notizia positiva), Puffo Contadino era terrorizzato dall’idea di stare all’aria aperta. E Puffetta? Aveva continue crisi di panico, i suoi capelli lunghi e biondi erano diventati corti e grigi.

Le cose non potevano andare avanti così. Gli unici puffi che, almeno apparentemente, se ne stavano abbastanza tranquilli erano Puffo Dubbioso e Grande Puffo, praticamente gli unici che continuavano a fare la loro vita di sempre. Già molto tempo prima che qualcuno iniziasse a parlare del misterioso virus, Puffo Dubbioso ripeteva tra di sé: «Per fortuna, quello che non so, non lo so, quello che invece so non corrisponde alla realtà»; al tempo dell’epidemia, Puffo Dubbioso continuava a ripetere tra di sé quella stessa frase, quindi la sua posizione era rimasta la stessa. Grande Puffo, che era il più anziano di tutti i puffi e un abile mago, sembrava mantenere un’imperturbabile pace interiore, pur sentendo dentro di sé le sofferenze degli altri puffi e rammaricandosi molto per esse. Se Grande Puffo lo avesse voluto, avrebbe potuto riportare immediatamente la normalità nel villaggio con una magia, ma preferì non farlo: dal suo punto di vista, chi non fa esperienza del dolore, della paura, dello smarrimento e dei propri errori non potrà mai capire gli altri. Lui riteneva che la vita fosse un percorso di consapevolezza personale, ed essendo personale di ciascun puffo, preferì non intervenire.

Dopo l’ennesimo litigio nel villaggio in cui ognuno pretendeva di avere ragione, qualcuno disse: «Puffo Dubbioso, tu sei l’unico rimasto zitto. Perché non vai da Grande Puffo e gli chiedi come stanno le cose e cosa dobbiamo fare?». Gli altri puffi si trovarono velocemente d’accordo nell’appoggiare questa richiesta. Puffo Dubbioso rispose: «D’accordo, visto che me lo chiedete in tanti, andrò da Grande Puffo, purché siate disponibili ad accettare qualunque risposta egli mi dia». E gli altri: «Sì, vai!».

Grande Puffo, nel frattempo, se ne stava tranquillamente seduto sotto un grande fungo, un po’ fuori dal villaggio, ma non troppo lontano, a studiare un antico manoscritto, che gli era stato lasciato in eredità dal suo mentore Nonno Puffo. Mentre leggeva, intravide che si stava avvicinando Puffo Dubbioso. Interruppe la sua lettura, guardò Puffo Dubbioso e gli disse: «Ognuno si senta libero di fare ciò che il cuore gli comanda e che è confacente alla propria natura». Puffo Dubbioso rimase zitto a guardarlo, ci fu una pausa breve ma al contempo lunga. Rispose: «Grande Puffo, tu mi accogli senza neanche salutarmi e non sai neanche perché sono venuto da te. Perché mi hai detto questo?». E lui: «A volte, Puffo Dubbioso, ti perdi nei tuoi ragionamenti e dimentichi la magia che ci è stata tramandata dai nostri avi. Ti ho detto quello che ciascun puffo vorrebbe sentirsi dire, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere, né tanto meno di dire a se stesso».

Puffo Dubbioso rimase un’altra volta in silenzio, guardò a terra, poi si guardò attorno come se stesse cercando qualcosa; alla fine, rialzando un po’ spalle e braccia con un gesto misto di interrogativi e confusione interiore, gli rispose: «Grande Puffo, ti ringrazio, ma questo non basta. Gli altri puffi vogliono sapere chi ha ragione e chi ha torto, vogliono la verità e sapere cosa devono fare».

Grande Puffo: «Gli altri vogliono la verità? E tu cosa vuoi? Secondo te qual è la verità?».

Puffo Dubbioso: «Secondo me hanno tutti ragione e tutti torto. Se la verità fosse un colore, sarebbe cangiante. Proprio oggi ho letto i dati dell’ISTAP (Istituto di Statistica dei Puffi) redatti da Puffo Burlone e nello stesso documento, nello stesso paragrafo, c’è una frase che asserisce che non c’è stato un aumento dei Puffi andati nel Puffoparadiso tra prima e dopo l’epidemia, e un’altra frase che dice l’esatto contrario (*). Quindi l’esistenza e non esistenza, la pericolosità e non pericolosità del virus sono entrambe vere, o, se lo si preferisce, false. Ma io amo tutti i puffi e amo il villaggio, non mi interessa chi ha ragione e chi ha torto, mi interessa soltanto che ognuno sia felice e a proprio agio».

Grande Puffo: «La tua confusione interiore non impedisce al tuo cuore di vedere l’unica cosa essenziale. Vai e riferisci quel che ci siamo detti, chi avrà orecchie per ascoltare e cuore per capire saprà cosa fare». Puffo Dubbioso lo ringraziò e si allontanò per riferire agli altri puffi, parola per parola, quel che si erano detti.

Mentre accadevano queste cose, Gargamella, che era anch’egli un mago, all’insaputa di Puffo Dubbioso (ma non di Grande Puffo, a cui difficilmente poteva essere nascosto qualcosa), aveva osservato tutta la scena dalla sua palla di vetro. In quel castello dove Gargamella trascorreva gran parte del suo tempo insieme al suo gatto Birba, accadde qualcosa di straordinario: questa fu la prima volta in vita sua che desiderò il benessere di tutti i puffi, anziché il loro male. Lui aveva bisogno dei puffi tanto quanto i puffi, senza saperlo, avevano bisogno di lui. Lui era sempre stato follemente geloso della loro felicità, era ciò che da sempre inseguiva e che voleva catturare, ma, dal momento che i puffi erano diventati tristi e impauriti, la sua vita e il suo obiettivo di catturare i puffi non avevano più senso. In questo raro, se non unico, momento di lucidità, fu d’accordo con Grande Puffo. Tra l’altro, Gargamella e Birba non c’entravano niente con l’epidemia, lui stesso non capiva cosa stesse succedendo.

Puffo Dubbioso era tornato al villaggio. Quel che successe dopo fu una sorta di magia, ma senza bisogno di pozioni magiche né di interventi esterni: i puffi ascoltarono il resoconto dell’incontro con Grande Puffo e cominciarono a guardarsi l’un l’altro con un po’ più di cuore, senza più chiedersi chi avesse ragione e chi torto. Ognuno cominciò a intuire qualcosa che fino a quel momento gli era sfuggito, qualcosa che le parole non potevano esprimere… e pian piano tutto ritornò alla normalità di sempre. Alla fine, se questo virus ci fu o non ci fu, da dove venne o da dove non venne, nessuno se lo chiese più: erano invece tutti grati di aver fatto questa esperienza di paura e di smarrimento, perché aveva permesso a tutto il villaggio di capire cosa fosse realmente importante.

Scritto da un amico dei puffi,
15 aprile 2021

(*) Per chi non avesse capito bene questo discorso fatto da Puffo Dubbioso a Grande Puffo, basta leggere i documenti di allora. In una nota esplicativa dell’ISTAP (Istituto di Statistica dei Puffi) redatto da Puffo Burlone, c’era infatti scritto: «I puffi andati nel Puffoparadiso, in dodici mesi di pandemia, sono stati 755». Questa frase, presa da sola e decontestualizzata, significava che c’era, in quel momento, una grave pandemia nel villaggio. Contestualizzandola, i 755 puffi si riferivano ad una popolazione complessiva di 59.257 puffi (cioè l’1,27%), quindi il senso della frase era già diverso se contestualizzata e tenendo conto che era un dato totale, a prescindere dalla causa che portava al Puffoparadiso. Nello stesso documento, inoltre, poco dopo c’era scritto: «Il numero dei puffi che quest’anno stanno andando nel Puffoparadiso è di poco superiore alla media degli ultimi anni». Questa frase, presa da sola e decontestualizzata, significava che, in quel momento, non c’era alcuna pandemia nel villaggio. E’ evidente, cari amici, che Puffo Dubbioso avesse buone ragioni per essere confuso. Comunque, nei nostri tempi attuali, le cose non vanno meglio. In questo documento dell’ISTAT del 30 marzo 2021 ci sono statistiche identiche a quelle lette da Puffo Dubbioso (i numeri vanno soltanto moltiplicati per mille), inoltre c’è più o meno la stessa compresenza di opposti. Nel paragrafo “Sintesi delle principali evidenze”, si asserisce l’effetto della pandemia e subito dopo lo si smentisce, con un escamotage linguistico che nega tale compresenza di frasi opposte pur confermandola: https://www.istat.it/it/files/2020/03/nota-esplicativa-decessi-30-marzo-2021.pdf (link alternativo). Nello specifico, l’ISTAT smentisce completamente la presenza dell’epidemia tramite la tabella 2 a pag. 4, però l’ISTAT conferma l’epidemia con una deduzione nei quattro righi sopra la tabella stessa. Conferme e disconferme possono essere trovate all’infinito, ce ne sono quante uno ne vuole: basta cercare altrove, in altri documenti e in altre fonti. Ognuno può vedere quel che vuole e costruirsi la propria visione delle cose. Ma cos’è realmente importante? I Puffi Dubbiosi di oggi, se lo vogliono, possono rivolgersi al loro Grande Puffo interiore.

L’amore per la verità è una forma di cecità?

Ultimo aggiornamento: 23 Aprile 2021

Nel giardino della vita, gli esseri umani sono felici e a proprio agio. Questo giardino è pieno di piante e animali d’ogni genere, alberi pieni di frutti, alberi senza frutti, l’aria è buona e la temperatura gradevole. Qui gli esseri umani amano la realtà, cioè il tutto, senza giudizi personali: la principale consapevolezza e conoscenza di ogni essere umano è quella di sentirsi parte del tutto e interdipendente con tutto. Da questo senso di unione, sgorga un amore che permette di conoscere l’esistente tramite covibrazione, empatia, gratitudine, compassione.

Nel giardino, gli umani non hanno paura di morire e non disprezzano le esperienze di dolore, perché, sentendosi nodi di un’immensa rete, la rete della vita, hanno uno sguardo poco centrato su di sé e molto orientato invece alla qualità delle relazioni. La volontà del tutto, cioè della vita, viene accettata per quello che è, senza sovrapposizioni di giudizi personali.

In questo giardino, non esistono il bene e il male, il giusto e lo sbagliato: le proprie azioni sono guidate innanzitutto dal cuore e dalle relazioni. La mente, utile per risolvere i problemi pratici, come costruirsi una casa o procurarsi del cibo, esiste in ogni essere umano, ma, essendo al servizio del cuore e della collettività, è una mente con poche inquietudini: non ha idee da difendere, non ha avidità, non conosce l’orgoglio.

Non ci sono persone molto ricche o molto povere: il senso di appartenenza alla collettività umana e, con essa, alla natura, prevale sulla tentazione di accumulare. Nel giardino, prima di uccidere un albero per costruire una casa o altre piante per procurarsi del cibo, gli umani recitano preghiere di ringraziamento e misurano le proprie azioni alle reali necessità, perché, nel cuore di ognuno, vale il principio di creare la minor sofferenza possibile. Per questa stessa ragione, gli animali non sono considerati cibo, ma coinquilini della casa comune, cioè del giardino della vita, con sentimenti e necessità da rispettare. La solitudine, intesa come condizione problematica esistenziale, non è conosciuta.

In questo giardino, ci sono però alberi magici che hanno effetti particolari, alberi da rispettare ma anche da evitare. Si sa che uno di questi, simile nell’aspetto ad un albero di arance, offusca la vista e, nei casi peggiori, può rendere ciechi. E’ chiamato “albero delle molteplici verità” o “albero delle creazioni illusorie”. Si dice che chi mangi dall’albero venga colpito dal germe infettivo della “verità” e del “giudizio” e che tale germe possa contagiare altre persone, creando una disastrosa epidemia.

Un giorno accadde che alcune persone, forse non credendo alla pericolosità dell’albero o forse non riconoscendolo, cominciarono a mangiarne alcuni frutti, simili in tutto e per tutto ad arance. Al primo spicchio, ciascuno cominciò a percepire il frutto che aveva in mano come diverso e migliore degli altri frutti. Ciascuno cominciò anche a sentirsi più intelligente e più nel “giusto” rispetto agli altri. Al secondo spicchio, accadde qualcosa di straordinario. Un uomo gridò: «Questo è lo spicchio della verità!». Un altro uomo: «No, questo spicchio che ho io è lo spicchio della verità!!». Iniziò un’accesa discussione in cui volò anche qualche schiaffo, ciascuno pretendeva di avere ragione. Il litigio coinvolse tutti, uomini e donne, bambine e bambini, vecchi e giovani. Alla fine, con rabbia e risentimento, la comunità si separò e gruppi di persone andarono in luoghi diversi, ciascun gruppo con la propria verità. Per ogni arancia che colsero, sorsero civiltà umane diverse in luoghi diversi, con regole diverse, lingue diverse, visioni del mondo diverse, religioni diverse… e soprattutto spesso in guerra cruenta tra di loro.

Generazione dopo generazione, passavano i secoli, poi i millenni e le cose non facevano che peggiorare. Nessuno si ricordava più della felicità nel giardino della vita, che divenne mito. Ognuno pretendeva che esistesse almeno una verità oggettiva e che, oltretutto, l’unica verità fosse la propria. Mentre ciascuno si attaccava ossessivamente a quelle che riteneva le “proprie” idee (senza peraltro rendersi conto che le idee non sono mai il frutto di una sola mente), il cuore non veniva più ascoltato. Il senso di separazione e di solitudine dominavano la vita delle persone, l’inquietudine e la paura di ammalarsi e di morire guidavano le scelte dei governi, tutti vedevano “nell’altro” un potenziale nemico e la natura era devastata, l’ecosistema quasi distrutto. C’erano già state guerre mondiali e molti temevano che presto ce ne sarebbe stata un’altra. La disparità tra ricchi e poveri era così esagerata da essere ormai ingestibile e violenze di ogni genere accadevano ovunque. Chi tentava di dire «Vogliamoci bene!», veniva messo in croce.

«Tutta colpa di quel germe infettivo!», dirà qualcuno dei miei lettori. «Questa storia non ha senso, non potrà mai accadere un disastro del genere!», borbotterà qualcun altro.

Amici miei, non preoccupatevi, sono soltanto mie fantasie. Comunque, se mai dovesse accadere qualcosa del genere, ricordiamoci che esiste un semplice antidoto. Basta rinunciare all’attaccamento alle proprie idee, rigettare in blocco qualsiasi argomentazione che voglia sostenere in senso assoluto il “vero” e il “falso” o il “giusto” e lo “sbagliato” e accettare la “volontà del tutto” di cui facciamo parte, senza sovrapporvi giudizi personali. Affinché l’antidoto funzioni, intelletto e cuore dovranno rimanere collegati. Il primo segnale di guarigione è che rabbia e solitudine si attenueranno molto, o spariranno, cambieranno anche le proprie reazioni di fronte alle cose che non ci piacciono: al posto di un rifiuto, ci sarà la consapevolezza che gli accadimenti sgraditi o dolorosi sono utili per progredire nel proprio percorso di consapevolezza. Un altro segnale di guarigione è che la fiducia nella vita prevarrà sul desiderio di controllo: voler controllare le cose, gli accadimenti, le persone, ecc., non sembrerà più un bisogno innato, ma una (poco consapevole) reazione alla paura di vivere.

Un effetto collaterale dell’antidoto è un forte alleggerimento: chi si muove nel mondo sentendosi oppresso o schiacciato dal peso delle proprie esperienze, del proprio passato, delle ingiustizie subite e dei rancori mai placati, scoprirà che questo macigno non avrà più motivo di esistere.

L’amore per la realtà è la più bella forma di amore, perché equivale ad una completa accettazione incondizionata della vita, ovvero ad una profonda pace interiore con effetti positivi su noi stessi e sul nostro ambiente. L’amore per la verità potrebbe invece essere l’amore per un solo “spicchio” della realtà, con la pretesa che esista solo il proprio spicchio: stiamo attenti, se mai ci dovesse accadere qualcosa del genere potrebbe essere un segnale di nevrosi, con effetti nefasti per noi e per gli altri.

Per concludere, qualcuno potrebbe notare che “volontà del tutto” significhi “volontà di Dio”: se per Dio intendiamo qualcosa di molto simile alla “rete di Indra”, in cui ciascuno di noi è posto in un nodo della rete, allora… potrebbe essere così.

Scritto senza pretesa di conoscenza e senza firma (*),
23 aprile 2021

(*) Firmare i propri lavori creativi è un “sano” atto narcisistico, nel senso che non c’è nulla di male. Nel momento però in cui ci accorgiamo che i “nostri” pensieri non sono “nostri”, ma il frutto di infinite relazioni, allora questo atto narcisistico, per quanto legittimo, non è più necessario. Del resto, il mito antico a cui questo testo vagamente si ispira non ci è giunto firmato, perché è di “tutti”, è un “bene comune”, non è di proprietà di chi l’ha scritto, chiunque sia stato.