Rendersi liberi

Ultimo aggiornamento: 28 Aprile 2021

Libertà e assenza di giudizio personale, fondamentalmente, sono la stessa cosa. La questione, però, non è così semplice, perché le stesse parole “libertà” e “giudizio” hanno accezioni che cambiano in base a te che stai leggendo, al contesto culturale in cui ti trovi, alle tue esperienze di vita, al senso di connessione che hai con te, con la vita, con gli altri. Per tale ragione, la libertà di cui sto parlando non è definibile in modo concettuale, ma può soltanto essere esperita quando l’anima è pronta: libertà, in questo contesto, diventa sinonimo di pace, di fiducia, di interconnessione. Dal momento però in cui asserisco che non posso definire con le parole ciò di cui sto tentando di parlare, il testo che sto scrivendo diventa quindi possibile, anzi probabile, fonte di fraintendimento. Tra l’altro, se hai già letto i miei ultimi scritti, potresti chiederti cosa possa esserci di nuovo in quest’ultima mia stesura.

In effetti, già il fatto che parta da un presupposto di incomunicabilità e che mi rivolga direttamente a te, sono già passi ulteriori rispetto agli altri miei scritti. Ma questa incomunicabilità come la risolviamo? Semplicemente, non la risolviamo: se ti senti in sintonia con quello che sto scrivendo, allora hai già capito e non c’è bisogno di troppe spiegazioni, se invece “non ti risuona”, c’è sempre la speranza che ciò che adesso ti appare in modo confuso domani possa sembrarti molto più chiaro e sensato (ma senza pretesa, da parte mia, che lo sia). Tutto ciò, però, porta ad un ulteriore problema: la comunicazione si fa almeno in due, alla pari, e i significati si costruiscono insieme, qui invece sto scrivendo da solo. E quindi? E quindi lascio accesa la fiammella della speranza che le mie parole non rimangano come lettera morta, ma come vite vive che possano incontrarsi: magari un giorno io e te ci incontreremo o reincontreremo, qui o altrove, in questa vita o in altre, e nel frattempo queste riflessioni che sto scrivendo potrebbero aver già lasciato elementi di unione. Come dicevano gli antichi, e con un’accezione ben diversa da quella contemporanea: «Verba volant, scripta manent», ovvero: la parola scritta rimane dove si trova, non va da nessuna parte e quindi serve a poco; le parole dette a voce, a tu per tu, possono arrivare invece molto lontano nel tempo e nello spazio, perché “volano”, e quindi lasciare qualcosa di molto più profondo e duraturo. Io non posso far “volare” da solo le mie parole come in quest’accezione (piuttosto inconsueta) della citazione latina, ma possiamo farlo insieme e, nel farlo, già non sarebbero più “mie” parole, ma “nostre” (il che già sarebbe molto meglio e auspicabile). I “miei” pensieri e sentimenti non sono in realtà “miei”, ma sono entità che viaggiano e che ci attraversano: da quali pensieri e sentimenti vogliamo farci attraversare? Cosa vogliamo contribuire a diffondere?

Dopo queste premesse, che già potrebbero averti dato un po’ di disorientamento (ma che sono funzionali al proseguo), vorrei tornare all’argomento espresso all’inizio, cioè alla libertà.

Per favore, fermati un attimo sulle ultime cose che ho scritto: i pensieri e i sentimenti non sono nostri, ma sono entità che viaggiano, che si spostano da una persona all’altra, pur con il contributo di ciascuno di noi. Ci sei? Stai entrando in questa visione? Dovrebbe già essere l’inizio dello smontaggio del proprio ego separativo, per chi ancora non l’avesse smontato.

All’inizio ho scritto: «Libertà e assenza di giudizio personale, fondamentalmente, sono la stessa cosa». Ti suona o non ti risuona? Provo a esplicitare meglio questa frase, per quanto mi è possibile.

In sintesi: pace e accettazione incondizionata (cioè senza giudizi personali) della volontà del tutto, o volontà divina, o volontà della vita, o volontà della rete di Indra, o necessità (cinque modi diversi di nominare la stessa essenza), sono la stessa cosa. Da questo punto di vista, le sofferenze e le bellezze di questo mondo, le sue assurdità e i suoi misteri (belli e brutti) sono una necessità. Già, ma una necessità per... cosa? Dal mio punto di vista, sono una necessità per allenare la capacità di amare. Tale allenamento va di pari passo con il miglioramento della nostra consapevolezza e dei nostri rapporti. Ovviamente il presupposto di base per tutto ciò è che ci sia piena fiducia nella vita e nelle cose che ci propone, soprattutto in quelle cose che vanno al di là della nostra comprensione.

Il precedente paragrafo in corsivo è un po’ denso, se ti va ti suggerisco una pausa.

Se te la senti di andare avanti, vorrei ora chiederti di mettere a confronto la visione delle cose che ti ho finora suggerito con il breve testo seguente che, in tempo di coronavirus, circola spesso sui social per evidenziare che le attuali politiche governative, più o meno a livello planetario, servono per renderci schiavi. Mi riferisco a questi cinque punti attribuiti a Osho Rajneesh (1931-1990):

«Come rendere l'uomo schiavo in cinque passi:
1. mantieni l’uomo il più debole possibile;
2. mantieni l’uomo il più possibile nell’ignoranza e nell’illusione;
3. mantieni l’uomo il più spaventato possibile;
4. mantieni l’uomo il più infelice possibile;
5. mantieni gli uomini lontani gli uni dagli altri il più possibile».

Che te ne pare? Come ti senti? Questi cinque punti sono davvero un’analisi socio-politica della contemporaneità?

Se, dopo le tue riflessioni, vuoi conoscere anche le mie, ti dico che, pur essendo d’accordo, c’è qualcosa che non mi torna: una lettura letterale porterebbe a pensare che la schiavitù (e con essa la libertà) sia una condizione legata a scelte che non dipendono da noi (in questo caso a scelte politiche, di cui nello specifico tutte quelle fatte in tempo di coronavirus). Mi “suona” male, non è questa la libertà o la schiavitù a cui sto pensando.

Provo a riscrivere queste frasi in un modo che mi sembri più armonico e anche più responsabilizzante:

«Come rendere la tua anima libera in cinque passi:
1. mantienila il più possibile forte, cioè fiduciosa nella vita, di fronte agli accadimenti sgraditi o dolorosi: il male non viene mai per nuocere;
2. accompagna la cura delle relazioni cuore a cuore con la cura dell’intelletto, affinché l’ignoranza e l’illusione (ovvero le credenze di conoscere la realtà) lascino il posto ad uno spirito di ricerca che non pretenda di sapere;
3. lascia al tuo corpo il diritto di ammalarsi e di morire quando la volontà del tutto così desidera: l’anima ha cura del corpo e l’intelletto cerca di mantenerlo in buona salute, ma l’anima ha bisogno anche di fare l’esperienza della morte: quando vivi così, difficilmente puoi spaventarti;
4. abbi cura delle relazioni con te, con l’ambiente, con gli altri, con la vita: felicità è gioire di esistere;
5. fai quello che desideri e che più è vicino alla tua natura, alla tua sensibilità e alla sensibilità delle persone intorno a te, senza piegarti acriticamente a regole e leggi su cui la tua anima non è d’accordo».

Che te ne pare? Continua tu, se hai riflessioni da aggiungere puoi scriverle o comunque condividerle con chi vuoi. Fai di questo testo ciò che vuoi.

testo di pubblico dominio, no rights reserved,
28 aprile 2021

L’amore per la verità è una forma di cecità?

Ultimo aggiornamento: 23 Aprile 2021

Nel giardino della vita, gli esseri umani sono felici e a proprio agio. Questo giardino è pieno di piante e animali d’ogni genere, alberi pieni di frutti, alberi senza frutti, l’aria è buona e la temperatura gradevole. Qui gli esseri umani amano la realtà, cioè il tutto, senza giudizi personali: la principale consapevolezza e conoscenza di ogni essere umano è quella di sentirsi parte del tutto e interdipendente con tutto. Da questo senso di unione, sgorga un amore che permette di conoscere l’esistente tramite covibrazione, empatia, gratitudine, compassione.

Nel giardino, gli umani non hanno paura di morire e non disprezzano le esperienze di dolore, perché, sentendosi nodi di un’immensa rete, la rete della vita, hanno uno sguardo poco centrato su di sé e molto orientato invece alla qualità delle relazioni. La volontà del tutto, cioè della vita, viene accettata per quello che è, senza sovrapposizioni di giudizi personali.

In questo giardino, non esistono il bene e il male, il giusto e lo sbagliato: le proprie azioni sono guidate innanzitutto dal cuore e dalle relazioni. La mente, utile per risolvere i problemi pratici, come costruirsi una casa o procurarsi del cibo, esiste in ogni essere umano, ma, essendo al servizio del cuore e della collettività, è una mente con poche inquietudini: non ha idee da difendere, non ha avidità, non conosce l’orgoglio.

Non ci sono persone molto ricche o molto povere: il senso di appartenenza alla collettività umana e, con essa, alla natura, prevale sulla tentazione di accumulare. Nel giardino, prima di uccidere un albero per costruire una casa o altre piante per procurarsi del cibo, gli umani recitano preghiere di ringraziamento e misurano le proprie azioni alle reali necessità, perché, nel cuore di ognuno, vale il principio di creare la minor sofferenza possibile. Per questa stessa ragione, gli animali non sono considerati cibo, ma coinquilini della casa comune, cioè del giardino della vita, con sentimenti e necessità da rispettare. La solitudine, intesa come condizione problematica esistenziale, non è conosciuta.

In questo giardino, ci sono però alberi magici che hanno effetti particolari, alberi da rispettare ma anche da evitare. Si sa che uno di questi, simile nell’aspetto ad un albero di arance, offusca la vista e, nei casi peggiori, può rendere ciechi. E’ chiamato “albero delle molteplici verità” o “albero delle creazioni illusorie”. Si dice che chi mangi dall’albero venga colpito dal germe infettivo della “verità” e del “giudizio” e che tale germe possa contagiare altre persone, creando una disastrosa epidemia.

Un giorno accadde che alcune persone, forse non credendo alla pericolosità dell’albero o forse non riconoscendolo, cominciarono a mangiarne alcuni frutti, simili in tutto e per tutto ad arance. Al primo spicchio, ciascuno cominciò a percepire il frutto che aveva in mano come diverso e migliore degli altri frutti. Ciascuno cominciò anche a sentirsi più intelligente e più nel “giusto” rispetto agli altri. Al secondo spicchio, accadde qualcosa di straordinario. Un uomo gridò: «Questo è lo spicchio della verità!». Un altro uomo: «No, questo spicchio che ho io è lo spicchio della verità!!». Iniziò un’accesa discussione in cui volò anche qualche schiaffo, ciascuno pretendeva di avere ragione. Il litigio coinvolse tutti, uomini e donne, bambine e bambini, vecchi e giovani. Alla fine, con rabbia e risentimento, la comunità si separò e gruppi di persone andarono in luoghi diversi, ciascun gruppo con la propria verità. Per ogni arancia che colsero, sorsero civiltà umane diverse in luoghi diversi, con regole diverse, lingue diverse, visioni del mondo diverse, religioni diverse… e soprattutto spesso in guerra cruenta tra di loro.

Generazione dopo generazione, passavano i secoli, poi i millenni e le cose non facevano che peggiorare. Nessuno si ricordava più della felicità nel giardino della vita, che divenne mito. Ognuno pretendeva che esistesse almeno una verità oggettiva e che, oltretutto, l’unica verità fosse la propria. Mentre ciascuno si attaccava ossessivamente a quelle che riteneva le “proprie” idee (senza peraltro rendersi conto che le idee non sono mai il frutto di una sola mente), il cuore non veniva più ascoltato. Il senso di separazione e di solitudine dominavano la vita delle persone, l’inquietudine e la paura di ammalarsi e di morire guidavano le scelte dei governi, tutti vedevano “nell’altro” un potenziale nemico e la natura era devastata, l’ecosistema quasi distrutto. C’erano già state guerre mondiali e molti temevano che presto ce ne sarebbe stata un’altra. La disparità tra ricchi e poveri era così esagerata da essere ormai ingestibile e violenze di ogni genere accadevano ovunque. Chi tentava di dire «Vogliamoci bene!», veniva messo in croce.

«Tutta colpa di quel germe infettivo!», dirà qualcuno dei miei lettori. «Questa storia non ha senso, non potrà mai accadere un disastro del genere!», borbotterà qualcun altro.

Amici miei, non preoccupatevi, sono soltanto mie fantasie. Comunque, se mai dovesse accadere qualcosa del genere, ricordiamoci che esiste un semplice antidoto. Basta rinunciare all’attaccamento alle proprie idee, rigettare in blocco qualsiasi argomentazione che voglia sostenere in senso assoluto il “vero” e il “falso” o il “giusto” e lo “sbagliato” e accettare la “volontà del tutto” di cui facciamo parte, senza sovrapporvi giudizi personali. Affinché l’antidoto funzioni, intelletto e cuore dovranno rimanere collegati. Il primo segnale di guarigione è che rabbia e solitudine si attenueranno molto, o spariranno, cambieranno anche le proprie reazioni di fronte alle cose che non ci piacciono: al posto di un rifiuto, ci sarà la consapevolezza che gli accadimenti sgraditi o dolorosi sono utili per progredire nel proprio percorso di consapevolezza. Un altro segnale di guarigione è che la fiducia nella vita prevarrà sul desiderio di controllo: voler controllare le cose, gli accadimenti, le persone, ecc., non sembrerà più un bisogno innato, ma una (poco consapevole) reazione alla paura di vivere.

Un effetto collaterale dell’antidoto è un forte alleggerimento: chi si muove nel mondo sentendosi oppresso o schiacciato dal peso delle proprie esperienze, del proprio passato, delle ingiustizie subite e dei rancori mai placati, scoprirà che questo macigno non avrà più motivo di esistere.

L’amore per la realtà è la più bella forma di amore, perché equivale ad una completa accettazione incondizionata della vita, ovvero ad una profonda pace interiore con effetti positivi su noi stessi e sul nostro ambiente. L’amore per la verità potrebbe invece essere l’amore per un solo “spicchio” della realtà, con la pretesa che esista solo il proprio spicchio: stiamo attenti, se mai ci dovesse accadere qualcosa del genere potrebbe essere un segnale di nevrosi, con effetti nefasti per noi e per gli altri.

Per concludere, qualcuno potrebbe notare che “volontà del tutto” significhi “volontà di Dio”: se per Dio intendiamo qualcosa di molto simile alla “rete di Indra”, in cui ciascuno di noi è posto in un nodo della rete, allora… potrebbe essere così.

Scritto senza pretesa di conoscenza e senza firma (*),
23 aprile 2021

(*) Firmare i propri lavori creativi è un “sano” atto narcisistico, nel senso che non c’è nulla di male. Nel momento però in cui ci accorgiamo che i “nostri” pensieri non sono “nostri”, ma il frutto di infinite relazioni, allora questo atto narcisistico, per quanto legittimo, non è più necessario. Del resto, il mito antico a cui questo testo vagamente si ispira non ci è giunto firmato, perché è di “tutti”, è un “bene comune”, non è di proprietà di chi l’ha scritto, chiunque sia stato.

Poesia > Un Medico vero

Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2021

Un Medico vero

Un medico vero può definirsi tale se la vita di chi gli sta di fronte, quando è in pericolo, cerca di salvare,
se le sofferenze altrui, usando le sue conoscenze, costantemente fa in modo di alleviare,
se cerca di lottare di fianco al suo paziente, senza mai nulla tralasciare,
fino a quando questi non sarà finalmene guarito, il suo cuore cercherà di rallegrare,
mentre, nell'intimo decide che mai lo potrà abbandonare,
nel "giuramento di Ippocrate'', promise di "non nuocere''..., per questo mai ad alcuno del male dovrà fare...

Un medico vero è tale se userà la sua professione,
come semplice mezzo per realizzare la sua grande e speciale missione,
solo dopo aver sviluppato coraggio, unito a saggezza e compassione,
ma nel suo intento egli riuscirà,​
quando su onesta sincerità ogni scelta e suo gesto baserà

Nobile è il motivo per cui è nato,
di certo non quello d'esser da tutti vanamente ammirato,
o, banalmente, da questi venir pagato,
di certo non guarderà nessuno dall'alto in basso, da lui nessuno si dovrebbe sentir usato,
o peggio ancora, disprezzato,
ma con tutto il cuore venir invece amato e rispettato

Un medico vero non scende mai a compromessi,
non cerca in alcun modo dall'alto approvazioni o permessi,
mai arriverebbe a osar pensare,
"il fine giustifica i mezzi... " se così facendo potrebbe gli altri ingannare,
in tal caso la gente dovrebbe usar la ragione e molti falsi miti diligentemente sfatare

Un medico vero è tale se, per aiutare chi soffre, la sua vita è disposto a rischiare,
consapevole che ciò che fa non è arte infusa da qualche divinità da adorare,
ma frutto della compassione insita nella vita universale, come espressione del suo modo unico d'amare,
così è per chi oggi, in scienza e coscienza, con dedizione sceglie davvero di curare,
A volte può sembrare che stia rinunciando a qualcosa...,
un domani, in realtà, molto di più dalla vita riceverà, davvero questa è cosa profonda e misteriosa,
meglio dire preziosa ...

Un medico è un vero essere umano
se, umilmente e al meglio delle sue capacità, ti da veramente una mano,
e gioisce nel vedere corpo e mente, trasformarsi da fonte di malattia in un essere sano,
pienamente felice e dignotoso,
ricco di emozioni e coraggioso

A tutti coloro che lottano per l'altrui salute,​ queste mie parole vanno,
i vostri nomi incisi nel cuore di tanti rimarranno,
poiché tutti un forte grazie a gran voce leveranno,​
quale miglior "medaglia al valore" le vostre vite sperar potranno?
Siate certi che di eterna luce esse splenderanno

Dora Falbo
05.04.2021

Dedicato a tutti coloro che con cuore sincero si prendono cura degli altri

Poesia > Tremila regni in un singolo istante di vita (ichinen sanzen)

Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2021

Tremila regni in un singolo istante di vita (ichinen sanzen)

Osservo nello specchio universale la mia mente,
cercandone la vera essenza e significato profondamente
Il cuore del mio Maestro mi sostiene con saggezza e compassione,
mi guida con calma, coraggio e tanta, tanta passione,
affinché ciò che ho costruito non vada mai perso,
ma, anzi, perché io espanda il mio stato vitale quanto l'universo
Sento che la giusta direzione dò alla mia mente,
quando un suo consiglio, una sua poesia o un dolce verso accolgo allegramente
La mente, è un altro nome per dir vita o​ semplicemente cuore,
la cui massima espressione non deve aspettare tante, infinite ore,
se tremila regni in un singolo istante di vita, in essa già vi sono,
ne esprime uno solo per come in questo momento realmente nel cuore sono
Da essa, naturale, il bene e il male hanno origine,
come dal fuoco s'alza per es. la fuligine
Baserò la mia mente ancor sulla sincerità ?
Allora che altro potrò manifestar se non la pura realtà
Ed essa nella direzione corretta per sempre andrà ?
Se la risposta è un sì, non c'è alcun dubbio, in un istante di vita certo​ apparirà,
permeata di gioia sì in tutta la sua luminosità,
dentro e fuori di noi emergerà la vera natura della realtà,
il saggio per noi la chiamò luminosa "Buddità" !!
Anche se inizialmente a volte veramente non capisco,
così come è '"Il vero aspetto dei fenomeni" meditando finalmente ora percepisco,
scopro quanto è profonda la nostra vera mente,
e sorrido nel cuore serena nuovamente
La vera sua entità è il principio di Myoho-renge-kyo,
questo adesso chiaro sento ed è vero, io lo sò
Che felicità, che gioia, che felicità!!!!
In questo singolo istante, con tutto l'universo, ne desidero condividere la sua immensità!!

Dora Falbo
27. 02.2021

Una grande epidemia nel villaggio dei Puffi

Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2021

A quel tempo, c’era molto scompiglio nel villaggio dei puffi. Girava voce che l’epidemia fosse iniziata a causa di un virus che aveva colpito il gatto Birba (il gatto di Gargamella) e che da lui, per qualche misteriosa ragione, fosse arrivato ai puffi. Qualcuno addirittura sospettava che fosse stato Gargamella stesso a fare un sortilegio, qualcun altro era certo che si trattasse di un complotto degli spiriti del bosco, altri ancora non sapevano chi additare e se la prendevano con chiunque capitasse. Altri erano assolutamente certi che fosse tutta una macchinazione infernale, una bugia, una farsa. In realtà i puffi non stavano male a causa di questo misterioso virus, ma a causa del fatto che non facessero altro che litigare tra di loro per la paura di qualcosa che non conoscevano.

Ogni puffo pretendeva di avere ragione.

Puffo Quattrocchi, che ha sempre considerato se stesso più intelligente degli altri, sosteneva che erano tutti stupidi nel dar credito alle voci sul virus, perché secondo lui non c’era proprio nulla di cui preoccuparsi: «Fate la vostra vita di sempre, che è meglio!», così predicava… ma come al solito veniva scaraventato fuori dal villaggio a calci.

Puffo Tontolone invece se ne stava sempre chiuso nella sua casina e soprattutto non andava più in giro a combinare guai e a inciampare ovunque andasse: gli altri puffi sentivano la sua mancanza, perché la sua goffaggine era una delle cose più belle e divertenti del villaggio.

Puffo Inventore passava le giornate a inventare vaccini contro questo misterioso virus per salvare il villaggio… il suo scopo era nobile, però pretendeva che tutti gli altri puffi facessero da cavie. I malcapitati che provavano i suoi vaccini spesso si ammalavano o rimanevano paralizzati.

Puffo Forzuto stava perdendo il suo aspetto atletico. La palestra del villaggio era stata chiusa (per il virus), lui non si poteva più allenare, non poteva più contemplare la magnificenza dei suoi muscoli, non si udivano più le sue urla quando alzava pesi cento volte più pesi di lui… e così, alla fine, aveva perso forza, stava ingrassando e mangiava male.

Puffo Golosone era tristissimo e persino un po’ dimagrito: non poteva più rubare i dolci a Puffo Pasticcere, perché la pasticceria era stata chiusa (sempre a causa di questo misterioso virus).

E così via… tristezza, rabbia e terrore erano le emozioni prevalenti in tutto il villaggio. Potremmo parlare delle tristi vicende di ogni puffo, ma voi, amici miei che state leggendo, avete già ben intuito la situazione: Puffo Cuoco era rimasto senza lavoro, Puffo Vanitoso non incontrava più nessuno per paura di ammalarsi e si limitava a farsi qualche selfie su Puffibook, Puffo Brontolone era ancora più sgarbato del solito e ripeteva continuamente: “Io odio il virus e chi ci crede”, Puffo Pittore aveva perso la sua vena artistica, Puffo Burlone non faceva più scherzi e aveva completamente cambiato vita (era andato a lavorare all’Istituto di Statistica dei Puffi, come vedremo nel proseguo di questa storia), Puffo Poeta non poetava più, Puffo Stonato aveva smesso di suonare la tromba e gli altri strumenti musicali a lui tanto cari (e per certi versi questa è l’unica notizia positiva), Puffo Contadino era terrorizzato dall’idea di stare all’aria aperta. E Puffetta? Aveva continue crisi di panico, i suoi capelli lunghi e biondi erano diventati corti e grigi.

Le cose non potevano andare avanti così. Gli unici puffi che, almeno apparentemente, se ne stavano abbastanza tranquilli erano Puffo Dubbioso e Grande Puffo, praticamente gli unici che continuavano a fare la loro vita di sempre. Già molto tempo prima che qualcuno iniziasse a parlare del misterioso virus, Puffo Dubbioso ripeteva tra di sé: «Per fortuna, quello che non so, non lo so, quello che invece so non corrisponde alla realtà»; al tempo dell’epidemia, Puffo Dubbioso continuava a ripetere tra di sé quella stessa frase, quindi la sua posizione era rimasta la stessa. Grande Puffo, che era il più anziano di tutti i puffi e un abile mago, sembrava mantenere un’imperturbabile pace interiore, pur sentendo dentro di sé le sofferenze degli altri puffi e rammaricandosi molto per esse. Se Grande Puffo lo avesse voluto, avrebbe potuto riportare immediatamente la normalità nel villaggio con una magia, ma preferì non farlo: dal suo punto di vista, chi non fa esperienza del dolore, della paura, dello smarrimento e dei propri errori non potrà mai capire gli altri. Lui riteneva che la vita fosse un percorso di consapevolezza personale, ed essendo personale di ciascun puffo, preferì non intervenire.

Dopo l’ennesimo litigio nel villaggio in cui ognuno pretendeva di avere ragione, qualcuno disse: «Puffo Dubbioso, tu sei l’unico rimasto zitto. Perché non vai da Grande Puffo e gli chiedi come stanno le cose e cosa dobbiamo fare?». Gli altri puffi si trovarono velocemente d’accordo nell’appoggiare questa richiesta. Puffo Dubbioso rispose: «D’accordo, visto che me lo chiedete in tanti, andrò da Grande Puffo, purché siate disponibili ad accettare qualunque risposta egli mi dia». E gli altri: «Sì, vai!».

Grande Puffo, nel frattempo, se ne stava tranquillamente seduto sotto un grande fungo, un po’ fuori dal villaggio, ma non troppo lontano, a studiare un antico manoscritto, che gli era stato lasciato in eredità dal suo mentore Nonno Puffo. Mentre leggeva, intravide che si stava avvicinando Puffo Dubbioso. Interruppe la sua lettura, guardò Puffo Dubbioso e gli disse: «Ognuno si senta libero di fare ciò che il cuore gli comanda e che è confacente alla propria natura». Puffo Dubbioso rimase zitto a guardarlo, ci fu una pausa breve ma al contempo lunga. Rispose: «Grande Puffo, tu mi accogli senza neanche salutarmi e non sai neanche perché sono venuto da te. Perché mi hai detto questo?». E lui: «A volte, Puffo Dubbioso, ti perdi nei tuoi ragionamenti e dimentichi la magia che ci è stata tramandata dai nostri avi. Ti ho detto quello che ciascun puffo vorrebbe sentirsi dire, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere, né tanto meno di dire a se stesso».

Puffo Dubbioso rimase un’altra volta in silenzio, guardò a terra, poi si guardò attorno come se stesse cercando qualcosa; alla fine, rialzando un po’ spalle e braccia con un gesto misto di interrogativi e confusione interiore, gli rispose: «Grande Puffo, ti ringrazio, ma questo non basta. Gli altri puffi vogliono sapere chi ha ragione e chi ha torto, vogliono la verità e sapere cosa devono fare».

Grande Puffo: «Gli altri vogliono la verità? E tu cosa vuoi? Secondo te qual è la verità?».

Puffo Dubbioso: «Secondo me hanno tutti ragione e tutti torto. Se la verità fosse un colore, sarebbe cangiante. Proprio oggi ho letto i dati dell’ISTAP (Istituto di Statistica dei Puffi) redatti da Puffo Burlone e nello stesso documento, nello stesso paragrafo, c’è una frase che asserisce che non c’è stato un aumento dei Puffi andati nel Puffoparadiso tra prima e dopo l’epidemia, e un’altra frase che dice l’esatto contrario (*). Quindi l’esistenza e non esistenza, la pericolosità e non pericolosità del virus sono entrambe vere, o, se lo si preferisce, false. Ma io amo tutti i puffi e amo il villaggio, non mi interessa chi ha ragione e chi ha torto, mi interessa soltanto che ognuno sia felice e a proprio agio».

Grande Puffo: «La tua confusione interiore non impedisce al tuo cuore di vedere l’unica cosa essenziale. Vai e riferisci quel che ci siamo detti, chi avrà orecchie per ascoltare e cuore per capire saprà cosa fare». Puffo Dubbioso lo ringraziò e si allontanò per riferire agli altri puffi, parola per parola, quel che si erano detti.

Mentre accadevano queste cose, Gargamella, che era anch’egli un mago, all’insaputa di Puffo Dubbioso (ma non di Grande Puffo, a cui difficilmente poteva essere nascosto qualcosa), aveva osservato tutta la scena dalla sua palla di vetro. In quel castello dove Gargamella trascorreva gran parte del suo tempo insieme al suo gatto Birba, accadde qualcosa di straordinario: questa fu la prima volta in vita sua che desiderò il benessere di tutti i puffi, anziché il loro male. Lui aveva bisogno dei puffi tanto quanto i puffi, senza saperlo, avevano bisogno di lui. Lui era sempre stato follemente geloso della loro felicità, era ciò che da sempre inseguiva e che voleva catturare, ma, dal momento che i puffi erano diventati tristi e impauriti, la sua vita e il suo obiettivo di catturare i puffi non avevano più senso. In questo raro, se non unico, momento di lucidità, fu d’accordo con Grande Puffo. Tra l’altro, Gargamella e Birba non c’entravano niente con l’epidemia, lui stesso non capiva cosa stesse succedendo.

Puffo Dubbioso era tornato al villaggio. Quel che successe dopo fu una sorta di magia, ma senza bisogno di pozioni magiche né di interventi esterni: i puffi ascoltarono il resoconto dell’incontro con Grande Puffo e cominciarono a guardarsi l’un l’altro con un po’ più di cuore, senza più chiedersi chi avesse ragione e chi torto. Ognuno cominciò a intuire qualcosa che fino a quel momento gli era sfuggito, qualcosa che le parole non potevano esprimere… e pian piano tutto ritornò alla normalità di sempre. Alla fine, se questo virus ci fu o non ci fu, da dove venne o da dove non venne, nessuno se lo chiese più: erano invece tutti grati di aver fatto questa esperienza di paura e di smarrimento, perché aveva permesso a tutto il villaggio di capire cosa fosse realmente importante.

Scritto da un amico dei puffi,
15 aprile 2021

(*) Per chi non avesse capito bene questo discorso fatto da Puffo Dubbioso a Grande Puffo, basta leggere i documenti di allora. In una nota esplicativa dell’ISTAP (Istituto di Statistica dei Puffi) redatto da Puffo Burlone, c’era infatti scritto: «I puffi andati nel Puffoparadiso, in dodici mesi di pandemia, sono stati 755». Questa frase, presa da sola e decontestualizzata, significava che c’era, in quel momento, una grave pandemia nel villaggio. Contestualizzandola, i 755 puffi si riferivano ad una popolazione complessiva di 59.257 puffi (cioè l’1,27%), quindi il senso della frase era già diverso se contestualizzata e tenendo conto che era un dato totale, a prescindere dalla causa che portava al Puffoparadiso. Nello stesso documento, inoltre, poco dopo c’era scritto: «Il numero dei puffi che quest’anno stanno andando nel Puffoparadiso è di poco superiore alla media degli ultimi anni». Questa frase, presa da sola e decontestualizzata, significava che, in quel momento, non c’era alcuna pandemia nel villaggio. E’ evidente, cari amici, che Puffo Dubbioso avesse buone ragioni per essere confuso. Comunque, nei nostri tempi attuali, le cose non vanno meglio. In questo documento dell’ISTAT del 30 marzo 2021 ci sono statistiche identiche a quelle lette da Puffo Dubbioso (i numeri vanno soltanto moltiplicati per mille), inoltre c’è più o meno la stessa compresenza di opposti. Nel paragrafo “Sintesi delle principali evidenze”, si asserisce l’effetto della pandemia e subito dopo lo si smentisce, con un escamotage linguistico che nega tale compresenza di frasi opposte pur confermandola: https://www.istat.it/it/files/2020/03/nota-esplicativa-decessi-30-marzo-2021.pdf (link alternativo). Nello specifico, l’ISTAT smentisce completamente la presenza dell’epidemia tramite la tabella 2 a pag. 4, però l’ISTAT conferma l’epidemia con una deduzione nei quattro righi sopra la tabella stessa. Conferme e disconferme possono essere trovate all’infinito, ce ne sono quante uno ne vuole: basta cercare altrove, in altri documenti e in altre fonti. Ognuno può vedere quel che vuole e costruirsi la propria visione delle cose. Ma cos’è realmente importante? I Puffi Dubbiosi di oggi, se lo vogliono, possono rivolgersi al loro Grande Puffo interiore.

Brevi appunti di viaggio

Ultimo aggiornamento: 14 Aprile 2021

Appunti di viaggio di un viaggiatore tra infiniti viaggiatori diretti alla stessa meta, ma ognuno con un percorso diverso…

1. Serena attenzione nelle relazioni

Non è mai una questione di chi ha ragione o di chi ha torto, ma è solo una questione di qualità delle relazioni con le persone (compresi noi stessi), gli animali, le piante, l’ambiente.
La serenità è una conseguenza della fede nella vita, grazie alla quale la voglia di vivere prevale sulla paura di morire.
La malattia, l’invecchiamento e la morte non sono più fonte di inquietudine, uno scandalo o un problema da risolvere con qualche stregoneria tecnico-medico-scientifica o altri tipi di magie, sono soltanto una naturale conseguenza della nascita, e quindi un dono. Le pratiche di mantenimento della buona salute psico-fisico-relazionale diventano quindi un’espressione della gratitudine per tale dono, ma senza eccessivo attaccamento e senza ricercare l’immortalità, che è sinonimo di non-vita.
La serena attenzione nelle relazioni implica il riconoscimento che la propria anima fa parte di una comunità di anime.

2. Disidentificazione dai pensieri

I pensieri, al pari dei sogni, non hanno proprietari, sono entità che si muovono nello spazio e nel tempo, che attraversano noi esseri umani e che ci usano per rendersi manifesti, ma non ci appartengono: ogni pensiero è frutto di infinite relazioni.
Non attaccarsi ai pensieri percepiti come “propri”, ovvero non sentire alcun bisogno di guerreggiare per difendere un’ideologia, una credenza, un principio, un piccolo pensiero o quant’altro possa collocarsi in un ipotetico continuum duale del giusto e dello sbagliato, non significa soltanto “darsi pace”, ma anche predisporsi all’amore e a poter imparare qualcosa di nuovo da qualsiasi esperienza.

3. Comprensione mistica della vita

Se da una parte il principio di contraddizione e di compresenza degli opposti spianano la strada ad un relativismo assoluto senza punti di riferimento a priori, ovvero ad una visione dell’esistenza in cui ogni pensiero e atto umano è intrinsecamente legittimo, dall’altra il principio di interdipendenza ci ammonisce che tutto quello che facciamo agli altri lo stiamo facendo anche a noi stessi, e viceversa. La visione aperta, critica, tollerante, discutibile, amorevole e senza giudizi della vita e delle persone, in cui ogni sistema di pensiero è considerato portatore di contraddizioni interne, ovvero una visione relativistica, è al contempo accompagnata da un sentimento di sacralità e di rispetto per tutto ciò che esiste, in quanto parte di un tutto di cui tutti facciamo parte e che, al contempo, è parte di noi. Non ci sono persone in buona o cattiva fede, ci sono soltanto persone che hanno consapevolezze qualitativamente diverse.

Scritto da un’anima,
14 aprile 2021

Vaccini, mascherine, lockdown: costi e benefici nella partita della vita

Ultimo aggiornamento: 10 Aprile 2021

Partita a scacchi "creativa"In una partita a scacchi, un bravo giocatore riflette bene prima di ogni mossa, per calcolarne i possibili costi e benefici. Un abile giocatore potrebbe persino sacrificare la propria regina, se nei suoi calcoli ciò gli convenisse per vincere la partita.

Allo stesso modo, nel caso del torneo di scacchi “covid”, ognuno valuta bene la propria strategia di gioco: se vincesse chi meglio riuscirebbe a distruggere le fondamenta della società, ridurre in grave indigenza quasi tutta la classe media, affliggere nelle pene del panico quasi tutta la popolazione e a mettere fratello contro fratello, causando la maggior sofferenza possibile alle persone, allora le attuali mosse sarebbero già ottime, comunque migliorabili. Una volta l’istigazione all’odio e il procurato allarme erano reati penalmente rilevanti, ma, come è ben noto, la legge non è e non è mai stata uguale per tutti.

Fuor di metafora: è mai possibile che nel calcolo dei costi/benefici di cui tanti si stanno riempendo la bocca per giustificare la legittimità di certe scelte (o più propriamente l’imposizione di certi obblighi decisi unilateralmente), nessuno si metta a considerare veramente tutto ciò che è in ballo, a cominciare dalla felicità e dal benessere psico-fisico-relazionale delle persone? Un calcolo del genere va oltre l’aritmetica e la statistica, la matematica è solo di parziale aiuto e nel complesso insufficiente.

Secondo me, non contano le opinioni né quanto siano giuste o sbagliate (chi può dirlo?), né tanto meno ho opinioni da difendere. Forse l’unica cosa importante, che trascende le opinioni, sono le relazioni tra le persone e più in generale tra tutti i viventi: se questa non è una partita fatta con pezzi di legno (come può essere una partita a scacchi), ma fatta con le persone e con i loro sentimenti, allora non ha senso parlare soltanto di “calcoli”, perché i calcoli si possono fare in un gioco da tavolo, ma non si possono fare con la “vita”, di cui noi facciamo parte e che è infinitamente più intelligente dell’intelligenza di ciascuno di noi.

Stesso discorso ovunque si guerreggi in una dialettica di vero/falso, giusto/sbagliato, buono/cattivo. La paura attenua la capacità di ascoltare la propria intelligenza, il panico quasi la silenzia. Soltanto quando il cuore è limpido e compassionevole può collaborare con l’intelletto: questa magica collaborazione non punta il dito contro nessuno, ma è capace di rimettere tutto in discussione, suggerendo percorsi alternativi e creativi rispetto a quelli già praticati.

Buona partita,
Francesco Galgani,
10 aprile 2021

Sull’esistenza e non-esistenza di Dio

Ultimo aggiornamento: 5 Aprile 2021

Per quanto il problema dell’esistenza e non-esistenza di Dio, inteso nell’archetipo di padre creatore, sia già stato sufficientemente affrontato nel corso dei secoli, stamani la mia Anima mi ha suggerito che il problema, nell’ottica semplicistica e riduttiva in cui sovente viene posto (del tipo: “Sei un credente?”), non sussiste.

Il motivo fondamentale è che il mio comportamento di essere umano trascende i concetti di esistenza e di non esistenza di Dio, perché sarebbe lo stesso in entrambi i casi: l’amore, la gratitudine e il rispetto per la vita non hanno bisogno di giustificazioni ulteriori; stesso discorso per le necessità imposte dal viver quotidiano e dai bisogni psico-fisici-relazionali. Quando una persona vive pienamente nel "qui ed ora" ed è in pace con se stessa e con la vita, probabilmente non ha bisogno di farsi troppe domande. Allo stesso modo, quando una persona è serena, il suo stato mentale è come un sole in mezzo a un cielo terso e il proprio agire è già ripulito dai tanti veleni che spesso affliggono noi esseri umani. La vita sorride a chi le sorride, tutto qua.

Il motivo accessorio, non essenziale ma al contempo meritorio di essere esplicitato, è che, in base al principio di contraddizione, di interdipendenza e di compresenza degli opposti (come trattato in: “Collaborazionismo autolesivo umano nell’aderire a verità assolute”), è vera l’esistenza di Dio ed è vera la sua non-esistenza (o, se lo si preferisce, a libera scelta, sono false entrambe). Al contempo, se ammettessimo che il problema della esistenza e non-esistenza di Dio esista, allora probabilmente rientreremmo nella terza casistica proposta dal principio di igiene mentale (come trattato in: “Principio di igiene mentale, trasposizione del rasoio di Occam”) e, forse, come suggerito dal principio in questione, potremmo concludere che il problema non esiste. Entrambi i principi filosofici qui citati ci indirizzano a guardare il problema da una prospettiva diversa da quella usuale, che potrebbe essere sintetizzata in: “Non ti preoccupare di Dio, non importa se Dio esiste oppure no. Metti da parte paure, pregiudizi e preconcetti. Ciò che importa è come è indirizzato il tuo cuore e quale consapevolezza hai del tuo agire”.

Ad ogni modo, so che quanto ho fin qui esposto potrebbe risultare inaccettabile. Chi ritiene che io abbia scritto cose insensate ha pienamente ragione; parimenti, chi ritiene che io abbia scritto cose ragionevoli e giuste ha altrettanto ragione. In entrambi i casi, il percorso di acquisizione di consapevolezza è personale. Spesso, per comodità, preferiamo seguire persone o cose che ci fanno credere di avere la soluzione dei nostri problemi a prescindere dal nostro stato di consapevolezza: ci conviene stare molto attenti, perché in questo modo possono accadere cose molto spiacevoli, se non veri e propri disastri.

Vorrei concludere con una storiella:

«C’era una volta un pesciolino che stava cercando l’oceano. Un giorno, incontra il vecchio pesce saggio e gli domanda: “Pesce saggio, sto cercando l’oceano, sai indicarmi la strada?”. Il pesce saggio rispose: “Dove pensi che stiamo nuotando? Nell’oceano, questo è l’oceano!”, subito il piccolo pesciolino ribatté: “Ma quale oceano, questa è solo acqua!” e se ne andò a cercare in un’altra direzione».

Francesco Galgani,
5 aprile 2021

Principio di igiene mentale (trasposizione del rasoio di Occam)

Ultimo aggiornamento: 3 Aprile 2021

In linea di massima, una soluzione di un problema è semplice se rientra in ciò che, con un certo stato di consapevolezza, capiamo e riteniamo di poter realizzare, non-semplice in tutti gli altri casi. In questo senso, la semplicità o non-semplicità non sono strettamente legate a quanto tempo e impegno possa richiedere una soluzione, bensì a quanta comprensione ne abbiamo.

Con questa premessa semantica, dato un problema, se vogliamo salvaguardare la nostra salute mentale, fisica e relazionale:

  1. Se c'è una soluzione semplice tra quelle che riteniamo possibili, allora realizziamola.
  2. Se ci sono soltanto soluzioni non-semplici, allora occupiamoci di altro per permettere al nostro stato di consapevolezza di cambiare (al momento opportuno guarderemo il problema da un'altra prospettiva).
  3. Se non vediamo soluzioni, allora: o non esiste il problema o c'è qualcosa di importante che (ancora?) non abbiamo capito, in entrambi i casi è meglio se pensiamo ad altro.

Francesco Galgani,
3 aprile 2021

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