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Filosofia

Il poco tempo che ci rimane

Come passano rapidamente i giorni!

Questo ci fa capire quanto sono pochi gli anni che ci rimangono.

Gli amici con i quali una mattina di primavera ammirammo la fioritura dei ciliegi sono stati spazzati via insieme ai fiori dal vento dell’impermanenza, lasciando dietro di sé nient’altro che i loro nomi. Benché quei fiori siano scomparsi, la prossima primavera i ciliegi sbocceranno ancora. Ma quando rinasceranno quelle persone?

I compagni con i quali nelle sere d’autunno componemmo poesie in onore della luna sono svaniti insieme alla luna dietro le nuvole incostanti. Solo le loro mute immagini rimangono nei nostri cuori. Anche se la luna è tramontata dietro le montagne a occidente, nel prossimo autunno comporremo per lei altre poesie. Ma dove sono ora i compagni che sono morti?

Persino quando la tigre della morte che si avvicina ruggisce, noi non la sentiamo e non ne siamo turbati. Quanti giorni ancora sono rimasti alla pecora destinata al macello?

Siamo in tempo di guerra, ovunque è guerra. Ma chi è lento all'ira vale più dei potenti, e chi domina se stesso è meglio di chi conquista una città.

E' meglio vivere il poco tempo che ci rimane con gentilezza e amore, per non avere rimpianti.

Il poco tempo che ci rimane (Francesco Galgani's art, January 5, 2025)
(January 5, 2025, go to my art gallery)

Dalla parte dell'asinello

La televisione ha spazzato via il senso della realtà.
I social hanno dissolto la socialità.
L’intelligenza artificiale sta erodendo l’intelligenza… quella vera, l’unica che conta.

E intanto i soldi scorrono, vorticosi, come una falce implacabile che tutto taglia, lasciando dietro di sé solo cenere e desolazione.

L’“ultima ora” di oggi, una breaking news che sta rimbalzando tra le testate, è che Microsoft, nel 2025, investirà 80 miliardi in data center dedicati all’intelligenza artificiale.

Prima ci affascinano con la tecnologia, poi ci incatenano in una dipendenza da cui non c’è via di fuga, infine ci fanno pagare ogni singolo passo, sempre più caro. Lo chiamano progresso, la chiamano democrazia.
Forse dovremmo riconoscerla come servitù al diavolo.

E adesso parliamo di religione.

Nel presepe ci sono Gesù, Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello.
Tutti gli sguardi sono per Gesù: pastori e Magi si affrettano a portare doni al Salvatore.
Maria, colma di grazia, sarà venerata d'ora in poi come "beata" e come madre di tutti.
Giuseppe ha sposato Maria per salvarla dalla lapidazione.
Il bue era già lì, nella stalla.

E l’asinello? Nessuno lo guarda. Nessuno lo celebra.
Eppure è stato lui a portare Maria da Nazaret a Betlemme (150 km), fino alla capanna dove ha partorito.
Ha sofferto in silenzio più di tutti, ma nessuno lo onora.

Ora, l’intelligenza artificiale è il nuovo dio, il nuovo Salvatore delle genti.
Ma io sto con l’asinello.

Dalla parte dell'asinello (Francesco Galgani's art, January 4, 2025)
(January 4, 2025, go to my art gallery)

Il cuore della Legge è il perdono, e quindi?

Gesù, rispondendo a Giacomo, disse che "il cuore della Legge è il perdono" (nel film "Gesù di Nazareth" di Franco Zeffirelli, del 1977).

E quindi, in parole semplici, cosa significa?

E' una questione di coraggio: o scegliamo di "voler avere ragione" ponendoci in una posizione di presunta superiorità o legittimità, e quindi rimaniamo nella logica della guerra, della prevaricazione e dell'annientamento del prossimo, o scegliamo di "stare nell'amore", che implica di mettere il proprio ego da parte senza pretese di superiorità.

La prima è la strada della morte, la seconda della pace interiore e della fede.

«[...] guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no 'l farrà male [...]»
 
(Cantico delle Creature)

Vogliamo avere ragione o vogliamo vivere in pace?

Sintetizzando, è tutto qui.

Il cuore della legge è il perdono (Francesco Galgani's art, December 31, 2024)
(December 31, 2024, go to my art gallery)

Le persone "inutili" generate dall'IA

Stamani Enrica Perucchietti, una giornalista e scrittrice che spesso fa discorsi meritevoli di attenzione, ha pubblicato le sue riflessioni in un video di venti minuti, intitolato: «Ex Ceo di Google, Eric Schmidt: “Pronti a staccare la spina alla IA”». Tra le altre questioni, Enrica menziona la "classe inutile" generata dall'intelligenza artificiale, ovvero le persone disoccupate, le cui possibilità lavorative e creative sono state rubate dallo sviluppo tecnologico.

Enrica usa la parola "progresso" nel senso di "sviluppo". Come abbiamo già analizzato, è meglio distinguere i due concetti, perché le innovazioni possono sia migliorare che deteriorare la qualità della vita. Su questo tema, rimando al mio precedente articolo: "Gandhi e la modernità: lo sviluppo tecnologico non è progresso, ma regresso?".

Le parole sono importanti. Come può un uomo o una donna essere "inutile"? Tale termine riflette una visione estremamente svalutante del significato della vita, anzi, è espressione di una filosofia di morte, la stessa che incita al suicidio assistito dei giovani "poveri" perché poveri e dei "pensionati" perché non producono più soldi. E' la stessa filosofia demoniaca che chiede l'ibridazione tra uomo e macchina.

Noi non siamo il nostro corpo, ma molto di più. Noi non siamo qui per generare soldi, ma assai più vasto è il senso della nostra esistenza. Noi non siamo il prodotto di una evoluzione dovuta al "caso", che parte dal supposto brodo primordiale che, per "caso", ci ha portati alla situazione attuale. Tutto è mosso da una intelligenza di cui noi siamo parte e che è in tutto. Abbiamo un'anima eterna, e siamo in questo mondo per forgiarci e migliorarci. Non nasciamo per "caso" e nel "caso", ma ci portiamo dietro il bagaglio delle nostre precedenti incarnazioni e dei nostri avi. Tutto è mosso da un motivo.

«[...] ma le mie ali non erano adatte a un volo simile: sennonché la mia mente fu colpita da una folgorazione, grazie alla quale poté soddisfare il suo desiderio.
 
Alla mia alta immaginazione qui mancarono le forze; ma ormai l'amore divino, che muove il Sole e le altre stelle, volgeva il mio desiderio e la mia volontà, come una ruota che è mossa in modo uniforme e regolare»
 
(parafrasi degli ultimi versi della Divina Commedia)

Siamo esseri creativi e divini in un mondo infernale, ma ciò che viviamo e vediamo è un inferno soltanto se il nostro sguardo è continuamente rivolto alle cose infernali, come appunto l'intelligenza artificiale e le infinite guerre. Cambiando sguardo, come una persona che credeva erroneamente di vederci e che finalmente indossa gli occhiali giusti, possiamo accorgerci che il paradiso è qui.

Nessuno è “utile” e nessuno è “inutile”. Casomai, siamo tutti “indispensabili”, ciascuno per il motivo per il quale si è incarnato. Il senso dell'esistenza e la base della felicità vanno ricercati nella comunità e nei legami che ci uniscono.

Non è l'essere umano ad essere inutile rispetto all'IA, ma lo è questa rispetto al bisogno di benessere e felicità di ciascuno di noi.

(30 dicembre 2024)

La resilienza nella casa in fiamme, ovvero perché il mondo va bene così com'è

"Resilienza" è termine gradevole e positivo nel suo significato non-politicizzato e non-giornalistico, cioè in quello meno comune.

Questi sono alcuni esempi molto positivi, tratti da brani di Daisaku Ikeda:

«[...] sono necessari ovunque sforzi quotidiani per aumentare la resilienza, ossia la capacità di prevenire le crisi e la loro escalation e di rispondere con saggezza e in maniera energica e flessibile alle difficili condizioni che si verificano subito dopo un disastro [...]»
(tratto da: "Proposta di Pace 2016 - Il rispetto universale della dignità umana: la grande strada che porta alla pace")

«[...] Ma, attivando la capacità di metterci al posto degli altri, possiamo rafforzare la resilienza agli incitamenti all'odio anche in momenti in cui le tensioni sociali diventano sempre più grandi. [...]»
(tratto da: "L'empatia è la chiave per i diritti umani")

«[...] Al Summit, che ha riunito un gran numero di partecipanti provenienti da tutti i settori della società civile, è stata ribadita l'importanza di perseguire programmi umanitari e di sviluppo in maniera coordinata e omnicomprensiva, aumentando nello stesso tempo la resilienza dei rifugiati e delle comunità che li ospitano.
Accrescere la resilienza è un punto focale della mostra Restoring Our Humanity (Ristabiliamo la nostra umanità) prodotta ed esposta per la prima volta in occasione del Summit di Istanbul. La SGI, che ha contribuito a organizzarla, vuole sottolineare come il consolidamentodella resilienza costituisca l'elemento chiave nella costruzione di un mondo in cui nessuno sia lasciato indietro. [...]»

(tratto da: "Proposta di Pace 2017 - La solidarietà globale dei giovani annuncia l'alba di un'era di speranza")

In questi brani, Ikeda usa la parola "resilienza" (o meglio, i traduttori di Ikeda hanno usato tale parola) per indicare un approccio proattivo e trasformativo alle sfide, con saggezza, energia, flessibilità, empatia, solidarietà e cooperazione per affrontare tensioni sociali e umanitarie. Nulla di ridire, tutto ciò è più che auspicabile.

Nel linguaggio comune del main stream, della politica, del giornalismo, e purtroppo anche della psicologia, la "resilienza" non ha invece un significato così positivo, anzi, oserei dire squallido. Ad esempio, prendiamo Mario Draghi:

«[...] Infine, non dimentichiamo che per essere competitivi, dobbiamo essere resilienti – ha concluso –. Abbiamo attraversato molteplici shock negli ultimi anni e abbiamo lavorato per costruire catene di valore industriali più robuste, soprattutto quando si tratta di sicurezza dell'approvvigionamento [...]» (tratto da: "Ue, Draghi: situazione preoccupante, servono investimenti massicci", 9 settembre 2024).

Tradotto dal politichese all'italiano: «Per essere "competitivi", cioè per permettere alle nazioni europee di vincere la guerra economica (e militare) contro le nazioni nemiche degli Stati Uniti e, per esteso, per permettere alle nazioni europee più forti di sopraffare quelle più deboli, dobbiamo essere "resilienti", cioè adattarci in toto alle logiche del mercato: ciò significa che il dominio e la volontà di pochi miliardari devono prevalere sui parlamenti democraticamente eletti». Chi non ha chiara questa mia traduzione, provi a cercarsi le responsabilità di Mario Draghi con la morte di centinaia di bambini in Grecia. E' evidente che il termine "resilienza", in questo caso, indica la prostituzione e il martirio degli stati a logiche anti-umane. Questo è ormai anche il significato generale del termine nel linguaggio comune, seppure continui ad assere ammantato di una positività ipocrita che confonde le idee.

E' per questa volgarizzazione del termine "resilienza" che mi guardo bene dall'usarlo, e scoraggio altri dal farlo.

Volendo usare una metafora che ne colga pienamente il senso politico, nel linguaggio attuale la resilienza è un invito a non lamentarsi, a non cercare aiuto e a non cercare di liberarsi durante una violenza sessuale atroce, accettandola come fatto della vita.

Questa scena truce della violenza sessuale può accompagnarsi ad un'altra metafora.

Possiamo essere in "pace" e "resilienti", cioè pienamente adattati al sistema, mentre siamo rinchiusi, con mani e piedi legati, dentro un casa di legno che sta andando in fiamme? Possiamo?

La domanda potrebbe sembrare retorica, ma lo è solo in parte. Invito i miei lettori a fermarsi prima di proseguire, a fare qualche respiro profondo per placare le emozioni. Stiamo per immergerci in un'altra dimensione di pensiero, di speranza e di stato d'animo.

Abbandoniamo la politica, lasciamo da parte le polemiche e le idee, e immaginiamo di essere dentro la casa in fiamme, legati ad una sedia. Riusciamo ad essere in pace?

Secondo me, se la risposta è "no" o "sì", dipende dal nostro livello di evoluzione interiore.

Anzi, volendo essere ancora più precisi, l'esistenza o non-esistenza della casa in fiamme o della violenza sessuale è anch'essa una questione conseguente alla propria evoluzione interiore e alla propria consapevolezza.

Tutto arde in un grande fuoco... ma è proprio così?

Il capitolo 16 del "Sutra del Loto" contiene questi versi poetici:

«[...] Quando gli esseri viventi assistono alla fine di un kalpa
e tutto arde in un grande fuoco
questa, la mia terra, rimane salva e illesa,
costantemente popolata di esseri celesti e umani.
Le sale e i palazzi nei suoi giardini e nei suoi boschi
sono adornati di gemme di varia natura.
Alberi preziosi sono carichi di fiori e di frutti
e là gli esseri viventi sono felici e a proprio agio. [...]»

Teniamo a mente, nel leggere questi versi, che è il Budda a parlare. In questo capitolo sta dichiarando non solo di essere eterno e di essere il padre di tutte le creature (nello stesso capitolo, dichiara in versi: "Io sono il padre di questo mondo che salva coloro che sono afflitti e soffrono"), ma sostanzialmente fa comprendere, come poi insegnò il maestro Toda, di essere la Vita stessa.

Riprendendo un recente intervento di Marco Guzzi, potremmo chiederci se "siamo in tempi d'oro o in tempi di piombo". Io direi nessuno dei due e tutti e due.

Come vediamo le cose dipende innanzitutto dalla nostra mente. I sacri insegnamenti del Budda raccolti in versi nel Dhammapada, iniziano con questa strofa:

Tutto ciò che siamo è generato dalla mente.
E’ la mente che traccia la strada.
Come la ruota del carro segue
l’impronta del bue che lo traina
così la sofferenza ci accompagna
quando sventatamente parliamo o agiamo
con mente impura.

In effetti, ogni nostra esperienza è filtrata dalla mente, ed è questa che determina come percepiamo e reagiamo al mondo intorno a noi.

Forse la vera rivoluzione interiore è accogliere il fatto che il mondo è giusto così com’è, e va bene così com’è, per lo scopo per il quale esiste? Stesso discorso per le nostre vite?

Se nessuno di noi è sbagliato, come ci hanno insegnato tutti i grandi saggi e le grandi tradizioni sapienziali, allora come può il mondo essere sbagliato? Nell'Angelus del 22 dicembre 2024, papa Francesco ha ripetuto più volte che "nessun bambino è un errore". Nessuno di noi lo è. Nessuna forma di vita lo è: questa è la chiave del pensiero cristiano. Il mondo va bene così com'è.

Un pensiero del genere è un’enorme rivoluzione. Implica però la consapevolezza che non esiste il "caso", ma che tutto è finalizzato ad uno "scopo" che trascende la nostra comprensione ordinaria. Nel linguaggio cristiano, tutto ciò che esiste potrebbe essere una manifestazione del pensiero di Dio, i cui obiettivi trascendono le volontà e i desideri delle singole creature. Sono sicuro che il pensiero mistico di altre tradizioni non cristiane vada in una direzione simile, dove l'inizio e la fine di ogni cosa sono nella beatitudine divina:

«Dalla beatitudine tutti gli esseri nascono,
nella beatitudine vivono,
e nella beatitudine infine si fondono»
(Taittiriya Upanishad, Bhrigu Valli, 3.6)

Cerchiamo di ricordarcelo.

(26 dicembre 2024)

Il bagaglio invisibile: cosa portiamo con noi quando cambiamo religione?

Il passaggio da una matrice religiosa occidentale di tipo cattolico a una tradizione spirituale d’origine asiatica, come il buddismo, non avviene in un vuoto culturale o psicologico. Chi proviene da un contesto cattolico – soprattutto se ha interiorizzato le componenti teologiche ed emotive più profonde e inconscie di questa tradizione, quelle che rientrano nel "non detto ma vissuto" – tende infatti a portare con sé, come un bagaglio invisibile, l’immagine di un Dio geloso, esigente e punitivo, nonché un diffuso senso di colpa. Questo bagaglio, se non opportunamente riconosciuto e rielaborato, solitamente si sovrappone alle nuove dottrine, generando “fraintendimenti” e, al limite, una forma di “contaminazione” impropria.

Il “Dio geloso” e il senso di colpa nell’orizzonte cattolico

La tradizione cattolica, erede dell’Antico Testamento oltre che del Nuovo, propone un Dio personale, con il quale l’individuo instaura un rapporto basato su obbedienza, fede e timore reverenziale. Il Dio dell’Antico Testamento è spesso presentato come un Dio geloso, che non tollera il culto di altri dèi, e che punisce se le sue leggi non vengono rispettate. Anche se il messaggio cristiano si sviluppa verso l’amore e la misericordia, non di rado, nella pratica quotidiana, molti credenti crescono con la sensazione di dover placare un’entità esigente, di dover continuamente dimostrare una devozione “pura” e “totale”. Associato a questo Dio vi è il concetto di peccato e della conseguente colpa, che diviene quasi un habitus psicologico: ogni deviazione dalla norma, dalla regola o dalla purezza può essere percepita come una macchia difficile da cancellare.

La natura non-teistica del buddismo e il ribaltamento dei presupposti

Nel passaggio al buddismo, per esempio, si incontrano invece presupposti radicalmente diversi. Il buddismo non poggia sull’idea di un Dio creatore, personale e giudicante. Non esiste una figura divina gelosa o punitiva. L’attenzione è posta sulla comprensione della sofferenza (dukkha) e delle sue cause, non sulla colpa innata dell’individuo. Le Quattro Nobili Verità e l’Ottuplice Sentiero mirano a offrire una via di liberazione dalla sofferenza attraverso la comprensione, la pratica meditativa, la condotta etica e la saggezza, non attraverso l’obbedienza a un’entità trascendente e il timore della punizione.

In questa nuova prospettiva, concetti come “senso di colpa” o “peccato” non hanno lo stesso ruolo. Il male, l’errore, la mancanza non sono offese personali a un Dio, ma condizioni generate dall’ignoranza (avidyā) della vera natura della realtà. Per chi proviene da un retroterra cattolico, questo può essere molto difficile da comprendere. Non ci sono più “comandamenti”, eppure chi proviene dalla tradizione cristiana potrebbe "crearseli" (per bisogno psicologico?) o comunque aderire a un sistema di regole che c’entrano poco o nulla con la natura del buddismo. È come dover riprogrammare il proprio modo di pensare la spiritualità: non più un Dio-giudice, ma un insieme di principi e indicazioni per trasformare la mente e il cuore. Se questo non avviene e si cercano sempre “regole”, la strada del fanatismo è imboccata.

I gruppi religiosi buddisti "istituzionali", specialmente nell'occidente cristiano, potrebbero non avere una sufficiente comprensione di queste problematiche. Dobbiamo quindi fare molta attenzione.

La confusione come ostacolo al cambiamento autentico

Il rischio è che chi compie questo cambiamento religioso, senza passare per una comprensione profonda delle differenze tra le due visioni del mondo, continui di fatto a pregare e meditare come se dietro ogni pratica si celasse ancora un’entità divina pronta a giudicare e a elargire premi o punizioni. Del resto, il concetto di karma può (erroneamente) assomigliare a un Dio giudice.

Invece di meditare per sviluppare presenza mentale, compassione e saggezza, si medita o prega con ansia, temendo di non soddisfare un’ideale o una regola. Invece di contemplare i precetti buddisti come strumenti per ridurre la sofferenza e favorire la liberazione, ci si sente in colpa per non essere abbastanza “bravi” o “puri”.

Questo atteggiamento rischia di snaturare il senso stesso della nuova religione: non c’è più un salto qualitativo nella comprensione, ma solo una trasposizione meccanica di vecchi schemi di colpa e timore in un contesto che non li richiede e non li giustifica.

Verso una comprensione più matura

Per evitare questa confusione, diviene essenziale lavorare su se stessi, con studio e introspezione. La persona che abbandona la tradizione cattolica a favore del buddismo (o di un’altra religione asiatica, come l’induismo, il taoismo o il jainismo) dovrebbe fermarsi a riflettere su quali siano i presupposti teologici, antropologici e psicologici della nuova dottrina. Questo può implicare la lettura di testi originali, l’apprendimento sotto la guida di un maestro qualificato, ma soprattutto un lavoro interiore per riconoscere e smantellare i residui della propria formazione religiosa precedente.

È un processo di disidentificazione: capire che il senso di colpa e la paura di un Dio geloso non sono intrinsecamente legati alla spiritualità, ma sono il risultato di una specifica visione religiosa e culturale. Solo assumendo questa consapevolezza si può sperimentare la nuova religione nella sua autenticità, comprendendone il messaggio liberatorio e la differente prospettiva sul mondo e sull’essere umano.

Note finali

In definitiva, chi proviene dal cattolicesimo e si apre ad un’esperienza religiosa di matrice asiatica corre il rischio di generare confusione interiore se non riconosce il proprio bagaglio psicologico e teologico pregresso. Il passaggio non è solo un cambio di “etichetta religiosa” ma richiede di comprendere a fondo un sistema di pensiero completamente differente. Solo attraverso l’elaborazione delle categorie interiorizzate, il distacco dal senso di colpa e la liberazione dal modello del “Dio geloso”, sarà possibile vivere appieno il percorso spirituale offerto da queste tradizioni, accedendo ad un panorama più ampio di significato e trasformazione personale.

Ad ogni modo, ricordiamoci che il "bagaglio invisibile" non riguardo solo la religione precedente, ma anche il sistema culturale ed economico neo-liberista in cui siamo inseriti. In particolare l'idea di "dover fare qualcosa" per ottenere un "determinato risultato" è profondamente radicata nella nostra cultura, ma c'entra poco o nulla con il buddismo.

Nel contesto culturale occidentale, la concezione del "fare per ottenere" è fortemente legata al materialismo e all'idea del controllo sugli eventi. Questa prospettiva è profondamente utilitaristica e orientata al futuro, dove ogni azione è vista come un mezzo per raggiungere un fine.

Il buddismo, invece, pone l'accento sulla consapevolezza dell'azione stessa, indipendentemente dal risultato. Non si tratta di eliminare il concetto di causalità (che nel buddismo esiste, ad esempio, nella legge del karma), ma di comprendere che l'attaccamento al frutto dell'azione è fonte di sofferenza. L'azione dovrebbe essere intrapresa con attenzione e presenza, senza aspettative rigide.

In sostanza, può esserci un conflitto di paradigmi: uno orientato al risultato e uno orientato al momento presente e alla consapevolezza.

Questo è un invito a riflettere su come il nostro modo di vivere sia influenzato da schemi culturali, e come il buddismo offra una prospettiva alternativa, più libera dall'ansia del "dover ottenere".

(10 dicembre 2024)

Perché non esiste l’anno zero nel nostro calendario?

Alcuni libri scolastici adottati dalla scuola italiana, che ho visto personalmente, insegnano il concetto del tempo come una linea retta senza interruzioni, sulla quale il punto 0 corrisponderebbe alla nascita di Cristo. Questa rappresentazione semplificata, seppur utile a uno scopo didattico elementare, è in realtà scorretta dal punto di vista storico e cronologico.

L’idea di un anno zero, che separi l’era avanti Cristo (a.C.) e l’era dopo Cristo (d.C.), non rispecchia il sistema di numerazione degli anni su cui si basa il calendario gregoriano, né il lavoro di Dionigi il Piccolo, il monaco del VI secolo che propose il computo del tempo secondo la nascita di Gesù. Quando Dionigi fissò questo punto di inizio, il concetto di zero non era comunemente usato nella matematica occidentale, pertanto il conteggio degli anni passò - e passa tuttora - direttamente dall’1 a.C. all’1 d.C. senza un anno intermedio.

Questo aspetto non è un semplice dettaglio tecnico, ma ha influenze sulla corretta comprensione degli intervalli cronologici. L’assenza dell’anno zero fa sì che il primo secolo della nostra era vada dall’1 d.C. al 100 d.C. e non dal 0 al 99, come qualcuno potrebbe erroneamente ritenere. Allo stesso modo, il secondo secolo inizia nel 101 e termina nel 200, il terzo comincia nel 201 e così via. Questa impostazione determina anche l’effettivo inizio dei millenni: il primo millennio va dall’anno 1 all’anno 1000, il secondo inizia nel 1001 e termina nel 2000, e il terzo prende avvio nel 2001.

Di conseguenza, il cambio di millennio non andava idealmente festeggiato quando le cifre dell’anno passarono a un numero tondo come il 2000, bensì all’inizio del 2001. Tuttavia, l’idea dell’anno 2000 come soglia simbolica fu così potente da scatenare festeggiamenti diffusi, alimentati anche da un forte impatto mediatico e commerciale. Le celebrazioni del nuovo millennio non si basarono sulla corretta nozione di calcolo degli anni, ma su un bisogno psicologico e culturale: il numero 2000, perfetto e tondeggiante, comunicava una sensazione di svolta epocale, più facilmente assimilabile dall’opinione pubblica rispetto alla precisione cronologica.

Questo tipo di confusione storica si è presentato anche nel passaggio da altri secoli, come quando ci si affrettò a festeggiare la fine del XIX secolo nel 1900, ignorando che il XX secolo sarebbe iniziato solo con il 1901.

Dal mio punto di vista, sarebbe auspicabile che i materiali didattici fossero più chiari nel distinguere tra semplificazioni simboliche e dati storici, sia su questa che su altre questioni. Una maggiore precisione contribuirebbe a una comprensione più profonda della nostra cultura cronologica e del modo in cui il nostro calendario si è sviluppato.

La complessità del tempo storico e del suo racconto non è riducibile a una semplice linea retta, bensì un insieme articolato di convenzioni, scelte e interpretazioni stratificatesi nei secoli.

Per inciso, il tempo come linea retta è una invenzione del cristianesimo. Sant'Agostino contribuì in modo significativo a questa concezione lineare del tempo attraverso la sua opera "Le Confessioni" e altri scritti filosofico-teologici come il "De Civitate Dei" (La Città di Dio). In estrema sintesi, secondo la dottrina cristiana, il tempo inizia con la creazione del mondo da parte di Dio e terminerà con la fine dei tempi, il Giudizio Universale. Questa visione si fonda sulla narrazione biblica. Sant'Agostino sottolinea che il tempo non è un eterno ritorno, ma una linea retta che va dalla creazione alla redenzione, con una direzione e uno scopo determinati da Dio. Su questa visione lineare del tempo, si fondano la nostra cultura e il nostro calendario.

Prima del cristianesimo, molte tradizioni culturali e filosofiche, specialmente quelle legate alla mitologia greca e al pensiero orientale, avevano una visione ciclica del tempo. Per i greci antichi, l'induismo e il buddismo il tempo non è lineare, quindi stiamo attenti a non concepire come "dato di fatto universale" ciò che è primariamente un relativismo culturale.

(10 dicembre 2024)

Non è una questione di tecnologia, ma di pensiero

Dal grande chiacchiericcio tra chi osanna l'intelligenza artificiale e chi la disprezza come una delle massime abilità umane di auto-perculamento, mi allontano, in silenzio.

Serve altro.

Non è un problema di tecnologia, perché su quella non possiamo più fare nulla. Sì, certo, c'è il "software libero", ma... ormai qualsiasi flusso di dati, privato o pubblico, decente o indecente, sensato o incomprensibile, finisce nell'incurabile e insaziabile ingordigia delle intelligenze artificiali, che imparano da noi e su di noi per ogni stronzata che diciamo o scriviamo.

Da questo non c'è più scampo, così come non c'è altra possibilità per chi sta in basso dall'essere violentato e umiliato da chi sta in alto. La politica non è questione di destra o sinistra, ma di alto e basso, di caporali sopra e poveri disgraziati sotto. I caporali possono spegnere le nostre vite quando e come vogliono, e non mi riferisco solo al fu "green pass", che tra le tante aberrazioni neonaziste è la meno grave. Guardiamoci attorno... oggi ho visto alcuni filmati da Gaza. Chi non li sta vedendo se li cerchi. Da tutto questo non c'è tecnologia che possa salvarci.

L'unica alternativa, ammesso che un'alternativa possa esistere, sta nel "retto pensiero", che a sua volta è parte dell'ottuplice sentiero. Sulla Treccani, alla voce Buddismo, leggiamo: «[...] l’errata concezione di un’individualità distinta e costante nel tempo e l’attaccamento a questa è la principale causa di duḥkha [...]». Duḥkha vuol dire sofferenza, nel senso di insoddisfazione presente in ogni istante delle nostre vite. Tutto qua, sentirci individui separati è la causa principale delle nostre sofferenze, questo è il riassunto di due millenni e mezzo di buddismo. La soluzione parte dal "retto pensiero".

E qual è questo "retto pensiero"? Quando siamo titubanti sul da farsi, ricordiamoci di «aiutare l'altro, chiunque sia, anche sconosciuto», perché è un povero cristo come me, come te, come tutti gli altri, costretto a infinite umiliazioni, ingiustizie, violenze. Certo, il Vangelo di Matteo ha usato parole più raffinate e forse imbarazzanti nella loro grandiosità: «Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Ama il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti». Detto così fa paura?

Basterebbe anche molto meno. Quando facciamo un gesto o una scelta che a noi toglie poco o nulla, o che comunque è facilmente sopportabile, ma che può essere di grande aiuto per qualcun altro... beh, abbiamo vinto sulla natura demoniaca del potere. Quando invece ci sentiamo in competizione con tutti, cioè in guerra, nel senso che non ce ne frega più nulla di aiutare qualcun altro, se non per nostro tornaconto economico o di altro genere, allora abbiamo perso, perché stiamo lavorando per quel potere che ci vuole proprio così, divisi e infelici.

Per chi volesse approfondire il "retto pensiero" nel senso inteso dal buddismo, esso si riferisce a sviluppare una mente libera da avidità e desiderio ossessivo, a coltivare pensieri di gentilezza amorevole (mettā) e compassione verso tutti gli esseri senzienti, senza malanimo né odio, e all'intenzione di non fare del male, di non danneggiare gli altri, né con le parole né con le azioni.

Non è difficile, anzi, è una sana medicina per tutti noi.

(7 dicembre 2024)

Il significato essenziale di tutti gli insegnamenti di Budda?

Nella tradizione buddista tibetana, i "Tre Aspetti Principali del Sentiero", recentemente discussi dal Dalai Lama nel video tradotto in italiano del 30 settembre 2024, rappresentano le fondamenta essenziali per il percorso verso l'illuminazione. Esposti dal venerato maestro Je Tsongkhapa (1357-1419), questi tre aspetti sono:

  • Rinuncia
  • Bodhicitta
  • Saggezza che realizza la vacuità

1. Rinuncia

La rinuncia è un invito a guardare oltre le apparenze superficiali della vita, a sondare le profondità della nostra esistenza con sincerità e coraggio. Non si tratta di abbandonare le gioie o le responsabilità del mondo, ma di sviluppare una consapevolezza profonda della natura insoddisfacente e transitoria dell'esistenza ciclica, conosciuta come samsara.

Riflettendo sulla natura della sofferenza, possiamo contemplare le quattro nobili verità insegnate dal Budda: la verità della sofferenza, l'origine della sofferenza, la cessazione della sofferenza e il sentiero che conduce alla sua cessazione. Osserviamo come le esperienze piacevoli siano fugaci e come l'attaccamento a esse generi ansia e delusione. Comprendiamo che ogni aspetto della nostra vita è soggetto all'impermanenza: le relazioni cambiano, il corpo invecchia, le circostanze mutano.

Questa consapevolezza non deve portarci al pessimismo, ma piuttosto a un desiderio genuino di liberazione. Riconosciamo che la ricerca incessante di soddisfazioni temporanee non può appagare il desiderio innato di una felicità duratura. La rinuncia diventa quindi una scelta di liberarsi dalle illusioni e dalle abitudini mentali che ci tengono imprigionati nel ciclo della sofferenza.

2. Bodhicitta

Bodhicitta, la "mente dell'illuminazione", è il cuore pulsante del sentiero Mahayana. È l'intenzione altruistica di raggiungere l'illuminazione non solo per il proprio beneficio, ma per liberare tutti gli esseri dalla sofferenza. Questa aspirazione nasce dalla compassione e dall'amore universale, riconoscendo l'interconnessione profonda che condividiamo con ogni forma di vita.

Meditando sulla compassione, apriamo il nostro cuore alle esperienze degli altri. Immaginiamo le sofferenze che molti affrontano: la paura, la solitudine, il dolore. Comprendiamo che, proprio come noi desideriamo essere felici e liberi dalla sofferenza, così fanno tutti gli esseri senzienti. Questo riconoscimento alimenta un desiderio sincero di aiutare e servire.

Attraverso pratiche tipicamente tibetane come lo "scambio del sé con gli altri" (tonglen), sviluppiamo l'empatia e la capacità di vedere il mondo dalla prospettiva altrui. Ci esercitiamo a mettere gli interessi degli altri al pari dei nostri, se non al di sopra. Questo non significa trascurare noi stessi, ma espandere il nostro senso di identità per includere tutti gli esseri.

La pratica dello "scambio del sé con gli altri" (tonglen) non l'ho trovata in testi italiani, per approfondire posso segnalare:

Per concludere questa parte, vorrei segnalare una questione linguistica e culturale. La presenza o assenza del termine "bodhicitta" nelle varie scuole buddiste dipende dalle loro origini storiche, testi sacri di riferimento e pratiche enfatizzate. Nel buddismo tibetano, la bodhicitta è centrale per il percorso del bodhisattva. In altre tradizioni, come la Soka Gakkai (focalizzata sul Sutra del Loto e la recitazione di "Nam-myoho-renge-kyo"), il Buddismo Zen (centrato sulla meditazione zazen), il Buddismo della Terra Pura (devozione ad Amida Budda) e altre scuole, pur condividendo l'obiettivo dell'illuminazione e della compassione verso gli altri, si utilizzano terminologie e pratiche differenti per esprimere questi ideali.

3. Saggezza che realizza la vacuità

Nota: La vacuità (in sanscrito śūnyatā), come elaborata da Nāgārjuna nella sua opera fondamentale, il Mūlamadhyamakakārikā ("Versi fondamentali sulla Via di Mezzo"), rappresenta uno dei concetti centrali del buddismo Mahayana, di cui il buddismo tibetano è un importante erede. Questo concetto è poco compreso e talvolta frainteso nel mondo occidentale, in parte anche a causa della complessità della filosofia buddista e della difficoltà di tradurre i suoi principi in termini occidentali. Suggerisco di rileggere gli appunti sulla vacuità di Giulio Ripa.

La saggezza che realizza la vacuità è la comprensione profonda della natura ultima della realtà. La vacuità non implica che nulla esiste, ma che i fenomeni non possiedono un'esistenza intrinseca, indipendente e permanente. Tutto ciò che esiste è interdipendente, sorgendo in relazione a cause, condizioni e concetti mentali.

Attraverso la meditazione analitica, esploriamo la natura dei fenomeni. Indaghiamo se le cose esistono così come appaiono o se la nostra percezione è influenzata dalle nostre proiezioni mentali. Riconosciamo che gli oggetti e gli eventi sono "come riflessi in uno specchio", reali nella loro manifestazione, ma privi di sostanza autonoma.

Immaginiamo di guardare un riflesso in uno specchio. Vediamo immagini dettagliate: il nostro volto, gli oggetti nella stanza, il paesaggio dietro di noi. Queste immagini appaiono vivide e reali, ma sappiamo che non hanno sostanza propria all'interno dello specchio. Non possiamo toccare o interagire fisicamente con il riflesso: è un'apparenza priva di esistenza autonoma.

Il riflesso esiste solo in dipendenza di varie condizioni: la presenza dello specchio, la luce, l'oggetto riflesso e la posizione dell'osservatore. Se una di queste condizioni cambia o viene a mancare, il riflesso scompare. Allo stesso modo, secondo il buddismo, tutti i fenomeni esistono in dipendenza di cause e condizioni. Nulla esiste per sé stesso, isolato o permanente.

Questa metafora sottolinea che, sebbene i fenomeni appaiano solidi e indipendenti, la loro natura ultima è vacua di esistenza intrinseca. La nostra percezione attribuisce una solidità e una permanenza che in realtà non ci sono. Come il riflesso nello specchio, le cose appaiono ma non possiedono una realtà autonoma.

Questa realizzazione dissolve le radici dell'ignoranza, che è la causa fondamentale della sofferenza. Comprendendo la vacuità, liberiamo la mente dalle afflizioni mentali e dai concetti limitanti. La saggezza diventa allora una luce che illumina il cammino, permettendoci di interagire con il mondo con chiarezza, compassione e libertà.

Ho approfondito il concetto di vacuità in "La Via di Mezzo (Nagarjuna) e il conseguimento della Buddità in questa esistenza (Nichiren Daishonin)".

Anche in questo caso, vorrei fare alcune annotazioni di tipo culturale. Sebbene il Sutra del Loto includa insegnamenti sulla vacuità, la Soka Gakkai, basata sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, adotta un approccio diverso nell'interpretazione e nella pratica di questo sutra. Questo riflette un intento culturale di Nichiren Daishonin di fornire strumenti immediati per affrontare le sofferenze della vita quotidiana, senza approfondimenti filosofici sulla natura della realtà. La comprensione della vacuità è invece centrale nel buddismo tibetano, attraverso studi approfonditi e pratiche meditative sulla natura della realtà. La vacuità è intrinseca anche alla pratica meditativa Zen.

Testo completo: "I tre aspetti principali del sentiero", di Je Tsongkhapa Lobzang Drakpa

(traduzione e note di Giulia Castello)

Lode ai venerabili e virtuosi maestri

Illustrerò, secondo le mie capacità,
il significato essenziale di tutti gli insegnamenti di Buddha
il sentiero trasmesso dai Bodhisattva
e la via d’accesso per i privilegiati;
coloro che desiderano la liberazione.

Tu che respingi le gioie dell’esistenza
E ti sforzi per rendere efficaci le condizioni favorevoli e le libertà
Tu che segui il sentiero che ha esaudito tutti i Buddha,
Ascolta bene, Fortunato, e con mente pura.

Senza una vera intenzione di rinuncia all’esistenza ciclica,
non v’è modo di porre fine alla continua ricerca degli effetti del piacere
nell’oceano dell’esistenza,
e poiché gli esseri senzienti sono vincolati dall’attaccamento ad essa
Tu devi cercare sin da subito di allontanarti dall’esistenza ciclica.

La liberazione e le condizioni favorevoli sono difficili da ottenere e la vita è breve.
Consapevole di ciò, stravolgi l’immagine che hai di questa esistenza.
Pensa ininterrottamente agli effetti inevitabili del karma e alla sofferenza del samsara,
stravolgi, così, la percezione delle vite future.

Meditando in questo modo
spera che i desideri per piaceri del samsara non si manifestino neanche per un istante,
e quando avrai coltivato giorno e notte l’inclinazione alla liberazione,
allora in quel momento sorgerà la vera rinuncia.

La vera rinuncia, inoltre,
non può esistere senza l’unione con una mente pura che desidera l’illuminazione (Bodhicitta)
diversamente non sarebbe la causa che genera
il piacere perfetto della suprema illuminazione.
Così il saggio dovrebbe generare la suprema aspirazione altruistica dell’illuminazione (Bodhicitta)

Gli esseri senzienti sono continuamente trasportati dalle poderose quattro correnti [1]
Legati dalle strette e indistruttibili catene del karma,
intrappolati nella fitta rete di ferro dell’egoismo,
sono completamente offuscati dalle profonde tenebre dell’ignoranza.

Nati innumerevoli volte nel samsara,
le tre sofferenze [2] li tormentano incessantemente.
Questa è la condizione di tutte le tue madri nelle vite precedenti
contempla questo stato e genera bodhicitta.

Privo della saggezza che riconosce la natura intrinseca di tutte le cose,
pur avendo coltivato la vera rinuncia e il bodhicitta,
non potrai tagliare la radice dell’esistenza,
sforzati a riconoscere la legge di interdipendenza.

Colui che riconosce l’affidabilità della causa e dell’effetto di tutti i fenomeni
del samsara e del nirvana, distrugge così ogni percezione errata
ed entra nel sentiero che esaudisce il Buddha.

Affinché tu consideri distinte le due conoscenze:
l’apparenza, ossia l’inevitabilità dell’interdipendenza
e la vacuità, priva di ogni argomentazione,
la saggezza di Buddha non potrà realizzarsi.

Quando queste saranno simultanee e non si alterneranno,
la conoscenza perfetta oblierà il modo errato di percepire le cose
attraverso l’infallibile legge dell’interdipendenza,
e così in quel momento il discernimento della via sarà completo.

Quando sarai consapevole che l’apparenza elimina l’estremo dell’esistenza
mentre la vacuità rimuove l’estremo della non esistenza, [3]
e quando comprenderai che la vacuità appare come causa ed effetto
non sarai più sopraffatto da visioni scorrette.

Nel momento in cui avrai realizzato i punti essenziali dei tre aspetti fondamentali del sentiero,
dimora in solitudine, genera il potere dell’entusiasmo
e raggiungi la tua meta, figliuolo!

note:

  1. Secondo Ngulchu Dharmabhadra i quattro fiumi del samsara si riferiscono sia alle sofferenze dell’esistenza: nascita, vecchiaia, malattia e morte sia ai “quattro fiumi del samsara” come definito nella letteratura dell’Abhidharma: ignoranza, punto di vista, divenire e brama.

  2. Sofferenza della sofferenza, sofferenza del cambiamento e sofferenza onnipresente.

  3. E’ comunemente riconosciuto nella filosofia buddhista che le cose sorgono, appaiano. Questa concezione elimina sia l’estremo del nichilismo sia un credo sulla completa non esistenza di tutte le cose, mentre dall’altra parte il concetto di vacuità elimina l’estremo dell’eternalismo e la credenza che tutte le cose abbiano una realtà intrinseca. Tsonkhapa in questo testo va oltre e afferma che il fatto che le cose appaiono elimina l’estremo di considerare le cose come veramente esistenti, perché per apparire non possono avere un’esistenza inerente. Inoltre, il fatto che le cose siano vuote elimina la concezione della non esistenza, poiché è solo perché le cose sono vuote che possono apparire.

Con l'auspicio di pace e guarigione per tutti,
24 novembre 2024

Dall'affanno terreno alla serenità spirituale

«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena».
(
Matteo 6,25-34)

"E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita?"

Questa domanda, posta con una semplicità disarmante, ci mette di fronte alla nostra fragilità e alla grandezza di ciò che trascende l’umano. In un mondo sempre più orientato al controllo e alla performance, queste parole squarciano l’illusione che la nostra volontà sia onnipotente, rivelando invece una verità più profonda: non siamo padroni del nostro destino. Per quanto possiamo sforzarci, impegnarci, accumulare conoscenze e strategie, rimaniamo creature limitate, intrecciate a un disegno più grande che non possiamo dominare. Eppure, in questa consapevolezza non c’è condanna, ma una promessa di liberazione.

L’uomo, nella sua superbia, ha sempre cercato di imporsi sulla natura e sulla vita stessa, convinto che la tecnologia, la scienza o la pura determinazione possano rispondere a ogni domanda e risolvere ogni problema. Questa mentalità, apparentemente pragmatica e rassicurante, nasconde un inganno sottile, ovvero l’idea che siamo sufficienti a noi stessi. Tuttavia, anche le conquiste più straordinarie non possono cambiare il fatto che la vita è un dono fragile e misterioso. Nessun farmaco, nessuna dieta, nessun esercizio può garantire di aggiungere anche un solo istante al tempo che ci è concesso. Ogni nostro respiro è un miracolo che non ci appartiene, e riconoscere questo fatto ci aiuta a liberarci dall'ansia di dover controllare tutto.

Questa ansia di controllo, che permea le nostre vite, nasce dall’ignoranza. Di solito, chi cerca di darsi da fare esclamando che «Tutto dipende da noi» dimentica che, specularmente, «Noi dipendiamo da tutto». L'io non esiste se non nella relazione con tutto il resto del creato. Nel buddismo questo è espresso dai concetti di Anātman (non-sé), Śūnyatā (vacuità) e Pratītyasamutpāda (origine dipendente).  Ignorare questa realtà è una forma di cecità che ci impedisce di vedere il quadro più grande, ovvero l'esistenza di forze invisibili e interconnesse che regolano l’universo. In ogni cosa che esiste si manifesta un ordine superiore, una sapienza divina che sfugge alla nostra comprensione, ma non per questo è meno reale. Pensare che tutto dipenda esclusivamente dai nostri sforzi significa vivere in una gabbia mentale fatta di limiti autoimposti. Riconoscere invece che esistono cause e condizioni che vanno oltre noi stessi non è una resa, ma un atto di umiltà che ci permette di entrare in armonia con la realtà.

Affidarsi all’Amore divino non significa rinunciare ad agire, ma agire con una nuova consapevolezza. È un modo per liberarsi dall’affanno e dall’ossessione di ottenere risultati a ogni costo. Questa fiducia ci restituisce la libertà di vivere nel presente, di accogliere ciò che ci viene donato senza angosciarci per ciò che non possiamo avere. È un invito a smettere di guardare alla vita come a un campo di battaglia e iniziare a vederla come un giardino in cui tutto cresce secondo un ordine perfetto, anche quando noi non riusciamo a comprenderlo.

Questo atteggiamento non è esclusivo del cristianesimo, ma trova eco in molte tradizioni spirituali. Il buddismo, ad esempio, insegna l’importanza del distacco e della consapevolezza del momento presente. La meditazione sul respiro, così semplice e profonda, è un promemoria della transitorietà di ogni cosa e della necessità di abbracciare la vita così com’è, senza volerla modificare o controllare a tutti i costi. Nel Taoismo, l’insegnamento del "wu wei", il non-agire, invita a vivere in accordo con il flusso naturale delle cose, senza forzature, senza resistenze. Anche l’Islam, con il concetto di "Inshallah", ci ricorda che ogni cosa avviene se e quando Dio vuole, e che la nostra esistenza trova senso solo nella sottomissione fiduciosa alla volontà divina. Queste prospettive, pur provenendo da culture e contesti diversi, convergono nel sottolineare la necessità di abbandonare l’ego e di accogliere la vita con umiltà e gratitudine.

Quando ci affidiamo a questa fiducia, cambia anche il modo in cui percepiamo la nostra esistenza. Non siamo più individui separati, in lotta per affermarci, ma parte di un disegno universale che ci chiama a essere strumenti dell’Amore divino. Ogni nostra azione, per quanto piccola, diventa significativa quando è vissuta in sintonia con questa chiamata. Non siamo qui per accumulare beni materiali o per cercare la gloria personale, ma per partecipare a un’opera più grande, per essere canali attraverso cui il divino si manifesta nel mondo. Questo non significa rinunciare ai propri desideri o alle proprie passioni, ma viverli con la consapevolezza che sono mezzi e non fini, sono strumenti per crescere.

La paura della morte, che tanto condiziona la nostra esistenza, si dissolve quando comprendiamo che la vita non si esaurisce con il corpo fisico. Siamo parte di un flusso eterno, di un Amore che ci ha creati e che continuerà a guidarci attraverso le epoche e le esistenze. Ogni momento della nostra vita è un’opportunità per avvicinarci a questa realtà, per lasciare che il divino agisca attraverso di noi, per imparare a essere sempre più strumenti di amore, pace e compassione.

Questa prospettiva non solo dà senso alla nostra vita, ma ci libera da un peso insopportabile, quello di dover essere sempre perfetti, sempre performanti, sempre vincenti. Ci invita a vivere con leggerezza, a confidare nel fatto che ciò che è veramente necessario ci sarà dato. È un invito a guardare gli uccelli del cielo e i gigli del campo, a imparare da loro la bellezza dell’abbandono e della fiducia. E quando smettiamo di preoccuparci di aggiungere ore alla nostra vita, scopriamo che la vita stessa diventa più piena, più ricca, più vera. Non perché abbiamo fatto di più, ma perché abbiamo imparato ad accogliere di più. E in questo accoglimento, troviamo la pace che il nostro cuore ha sempre cercato.

Dedico questo mio quadro a Madre Natura, agli "uccelli del cielo" e ai "gigli del campo" del Vangelo succitato e alla pace che la ricerca dell'armonia con il Tutto può darci:

Madre Natura (Francesco Galgani's art, November 22, 2024)
(November 22, 2024, go to my art gallery)

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