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Alla ricerca della scienza...

Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre 2017

Il mio precedente articolo "Alla ricerca della verità... oltre la politica, oltre la religione" si concludeva con alcune domande, tra cui: «Non assumiamo come vero ciò che ci fa comodo ritenere tale? Ciascuno di noi non “possiede”, consciamente o inconsciamente, alcune “verità ultime indimostrabili” che, similmente agli assiomi matematici, ci aiutano a comprendere il mondo e a prendere delle decisioni?».

Proseguendo su questa linea di ragionamento, sarebbe interessante notare come le mie riflessioni filosofiche - sicuramente opinabili - si declinino poi nella realtà scientifica medica, nella quale, evidentemente, assumere come veri o come falsi certe affermazioni e i risultati di talune ricerche può pesare significativamente sulla vita (e sulla morte) di un numero incalcolabile di persone.

Ho già precedentemente espresso e argomentato le ragioni per cui la scienza non possiede alcuna verità... ma da qui a mettere in discussione l'intero impianto scientifico della nostra società contemporanea ce ne corre. Ogni persona di buon senso, che conosce le basi del metodo scientifico introdotto da Galileo Galilei, potrebbe obiettare che, senza il prezioso contributo delle donne e degli uomini che dedicano la propria vita alla scienza, daremmo credito a ogni superstizione, inganno o fantasia, cancellando secoli di progressi e di miglioramento. In linea di principio, in effetti, è così, ma l'operato umano spesso è condizionato da interessi, bisogni e contesti ambientali che rendono molto difficile l'applicazione di certi principi... nel caso specifico, dei principi alla base della ricerca scientifica, che, senza usare mezzi termini, è in piena crisi e sta producendo ricerche sovente basate sull'aria fritta.

Prima che qualcuno mi accusi di arroganza, lascio che siano le stesse fonti scientifiche a descrivere in che direzione sta andando la scienza attuale.

Nature, una delle più prestigiose riviste scientifiche al mondo, ha pubblicato nel 2016 un articolo nel quale si è dimostrato come più del 70% delle ricerche scientifiche prese in esame ha fallito i test di riproducibilità. Più precisamente, c'è scritto che: «More than 70% of researchers have tried and failed to reproduce another scientist's experiments, and more than half have failed to reproduce their own experiments. Those are some of the telling figures that emerged from Nature's survey of 1,576 researchers who took a brief online questionnaire on reproducibility in research.»
Fonte: http://www.nature.com/news/1-500-scientists-lift-the-lid-on-reproducibility-1.19970

Più avanti, nello stesso articolo, c'è scritto: «Data on how much of the scientific literature is reproducible are rare and generally bleak. The best-known analyses, from psychology and cancer biology, found rates of around 40% and 10%, respectively.»

Detto in altri termini più espliciti, i risultati del 90% delle ricerche scientifiche sul cancro non sono riproducibili, ovvero andrebbero assolutamente scartati e ignorati nel momento in cui si dovesse prendere una qualunque decisione in ambito medico. Ma a queste condizioni è evidentemente difficile prendere una qualsiasi decisione che possa definirsi "scientifica" o quantomeno basata su evidenze di realtà.

Per fortuna questi dati sono stati forniti da Nature, perché se fossero stati soltanto una mia idea, allora qualcuno potrebbe prendermi per pazzo. Ma andiamo avanti...

In un articolo di Reuters del 2012, troviamo scritto che: «During a decade as head of global cancer research at Amgen, C. Glenn Begley identified 53 “landmark” publications -- papers in top journals, from reputable labs -- for his team to reproduce. Begley sought to double-check the findings before trying to build on them for drug development. Result: 47 of the 53 could not be replicated.»
Fonte: http://www.reuters.com/article/us-science-cancer/in-cancer-science-many-discoveries-dont-hold-up-idUSBRE82R12P20120328

Tradotto: Glenn Begley, ai tempi direttore del dipartimento di oncologia medica della Amgen, una delle più grosse multinazionali di biotecnologie, aveva deciso, prima di procedere con nuovi e costosi esperimenti, di replicare i 53 lavori scientifici da lui considerati come fondamentali (pubblicati su importanti riviste e provenienti da laboratori con alta reputazione), su cui si sarebbero basate le future ricerche della Amgen in oncologia. Risultato? Non fu in grado di replicare 47 dei 53 lavori scientifici, ossia l’89%.

Nello stesso articolo, viene citata anche la grande multinazionale Bayer, che a quanto pare ha incontrato gli stessi problemi: «Scientists at Bayer did not have much more success. In a 2011 paper titled, “Believe it or not,” they analyzed in-house projects that built on “exciting published data” from basic science studies. “Often, key data could not be reproduced,” wrote Khusru Asadullah, vice president and head of target discovery at Bayer HealthCare in Berlin, and colleagues. Of 47 cancer projects at Bayer during 2011, less than one-quarter could reproduce previously reported findings, despite the efforts of three or four scientists working full time for up to a year.»

Tutto chiaro? In un anno gli scienziati della Bayer non sono riusciuti a riprodurre i risultati delle ricerche scientifiche pubblicate.

Più avanti, nello stesso articolo, c'è un paragrafo semplicemente disarmante: «“We went through the paper line by line, figure by figure,” said Begley. “I explained that we re-did their experiment 50 times and never got their result. He said they’d done it six times and got this result once, but put it in the paper because it made the best story. It’s very disillusioning.”»

In altre parole, uno scienziato ha ammesso chiaramente di aver pubblicato una ricerca falsa. C'è scritto: «[...] but put it in the paper because it made the best story.» Ovvero, ha pubblicato la ricerca potenzialmente più interessante (anche se fasulla)... insomma, una questione di gusti personali, non di scienza.

Ne segue spontanea la domanda di quanti scienziati falsifichino i dati e fabbrichino ad hoc le ricerche. Io, ovviamente, non ho la risposta... ma su PlosOne (nota rivista scientifica) una risposta c'è, precisamente in questo articolo riportato anche da PubMed:
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19478950

Leggiamo: «A pooled weighted average of 1.97% (N = 7, 95%CI: 0.86-4.45) of scientists admitted to have fabricated, falsified or modified data or results at least once --a serious form of misconduct by any standard-- and up to 33.7% admitted other questionable research practices. In surveys asking about the behaviour of colleagues, admission rates were 14.12% (N = 12, 95% CI: 9.91-19.72) for falsification, and up to 72% for other questionable research practices.»

In pratica, il 34% degli scienziati ammette di non essersi comportato correttamente nelle ricerche, inoltre il 14% dei colleghi viene accusato di aver falsificato i risultati e il 72% dei colleghi viene accusato di aver fatto cose scorrette nelle ricerche. Abbiamo anche un 2% di scienziati che ammettono candidamente di aver falsificato, fabbricato o modificato dati o risultati (evviva l'onestà!).
Fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/19478950

Chi vuole, può approndire con altri dati, ma la situazione complessiva mi sembra abbastanza chiara.

A tutto ciò, ci sarebbe da aggiungere che: «il sistema accademico non premia per niente chi fa studi di riproducibilità, sono tempo e soldi buttati via dal punto di vista delle “performance produttive” del gruppo di ricerca. Le stesse riviste scientifiche non sono un granché interessate a pubblicare ricerche che dimostrano la non riproducibilità di un precedente lavoro pubblicato, preferiscono pubblicare ricerche innovative o risultati sorprendenti e così ecco com’è facile far sparire le notizie dei fallimenti delle repliche. [...] In alcuni casi c’è il grosso rischio che le riviste scientifiche pubblicano quasi alla cieca
Fonte: http://saluteuropa.org/scoprire-la-scienza/la-scienza-crisi-ricercatori-non-sanno-piu-riprodurre-confermare-molti-degli-esperimenti-moderni/

Orbene, dopo aver messo in discussione, nelle mie riflessioni, il concetto stesso di "verità", a questo punto ho motivi in più per dubitare di tutto ciò che viene millantato come scientifico, specialmente quando ho il sospetto che ci siano grossi interessi (economici) di parte.

Prendiamo il caso dell'obbligo vaccinale in Italia. Sono già entrato nel merito della questione in altri articoli, ora non intendo ripetermi. Mi interessa invece citare una frase di un noto politico italiano, che dall'alto della sua profonda conoscenza di che cosa siano le "verità scientifiche" (??!), ha affermato:

«Dobbiamo essere orgogliosi della battaglia di civiltà che la Regione Emilia-Romagna sta facendo sul tema dei vaccini. È una battaglia sacrosanta, sacrosanta. Noi siamo quelli che stanno dalla parte della scienza [...]».
Fonte: https://video.repubblica.it/politica/vaccini-renzi-battaglia-sacrosanta-stiamo-con-la-scienza-non-con-un-guru-di-genova/283703/284314

Ok, lui sta dalla parte della "scienza". Io pure. Ma di quale scienza stiamo parlando? Quella in cui ognuno afferma come "verità" ciò che più gli aggrada?

Buone riflessioni,
Francesco Galgani,
17 ottobre 2017

 

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